• Cortina d’Acciaio

Nello sport vi sono alcune traiettorie personali che si sono perfettamente intrecciate con la storia della nazione di appartenenza di coloro che le hanno vissute.

Una di queste, particolarmente variegata, è di sicuro quella di Rinat Dasaev.

Siamo verso la fine degli anni 50, per l’esattezza a metà giugno del 1957, quando ad Astrachan, Russia meridionale, viene alla luce il piccolo Rinat.
A fargli da contorno una ridente zona che potremmo definire quasi di confine, impregnata di storia millenaria e conflitti cruenti, un fiume infinito come la Volga a due passi ed una famiglia di stirpe tartara, miscela di sangue e forza, con una forte impronta musulmana a denotarne le origini.

Il regime sovietico è presente, ma i genitori -lavoratori e di indole umile- crescono Rinat con amore ed attenzione, impartendogli una educazione rigida e, nel contempo, non facendogli mai mancare supporto ed affetto.
La ferrea disciplina familiare gli sarà utile poi nel corso della carriera, così come l’attitudine a far sport, attività al quale il padre lo indirizza sin da giovanissimo.

Inizialmente con le lunghe passeggiate in compagnia paterna per andare a pescare sulle rive del Volga e poi, poco più tardi, con le prime nuotate ove si nota subito la predisposizione del giovane ad ottenere risultati di rilievo.
Nuota bene, Rinat.
Ha un fisico asciutto, esile, rapido, che in piscina lo fa sembrare una sgusciante anguilla pronta allo sprint ed a giungere al traguardo prima degli avversari.
Ed in effetti qualche gara la vince, anche se un serio infortunio alla mano, poco prima di una importante competizione, lo costringe ad uno stop forzato che, a parere dei medici, potrebbe diventare pericoloso continuando a nuotare in maniera continuativa e professionistica.

A quel punto il padre, uno che non si scompone facilmente, decide che si può tentare a cambiare sport ed iscrive il figlio allo locale scuola calcio.
Nessuna forzatura, ci mancherebbe.
A casa Dasaev il regime esiste, ma in forma controllata: “Io ti iscrivo, poi vediamo come va”, il sunto del discorso.
E Rinat in fondo è contento: gli piace il calcio, sogna di diventare un bomber e far esultare folle oceaniche di tifosi.

Il Volgar Astrachan è così il primo club del futuro portiere della Nazionale.

Si, perché dopo qualche allenamento con i nuovi compagni nel quale viene schierato come centrocampista, ecco che Rinat viene cortesemente invitato a mettersi tra i pali: non che sia scarso in mezzo al campo, questo ancora non ha avuto il tempo di capirlo nessuno, ma il problema principale è che vi è carenza di estremi difensori in squadra e lui è alto, magro, slanciato, agile.
Di necessità virtù et voilà, le jeux sont fait.

Non ha una scuola di ruolo alle spalle, non è nemmeno un ragazzino e quindi inizia con l’Under 19, cavandosela bene sin dal principio: l’infortunio alla mano che lo aveva indirizzato verso il calcio è ormai un lontano ricordo ed il fatto che giochi in porta pare quasi un segno del destino.
La compagine principale milita in terza serie, per lo più nei bassifondi della classifica, e l’allenatore Novikov, una vecchia volpe di idee abbastanza tradizionaliste, non intende rischiare oltre il lecito, per quanto il ragazzo mostri inconfondibili segni di talento.
A fine stagione il tecnico lascia, per la nuova la società è decisa a lanciare Dasaev da titolare e la scelta si rivela azzeccata: il giocatore regala sicurezza e stabilità ad una difesa non propriamente imperforabile e la squadra migliora il piazzamento dell’annata precedente, mantenendo la categoria senza eccessivi patemi.
Sicuro, atletico, solido, efficace: Dasaev possiede le stimmate del predestinato e dimostra caratteristiche importanti che non sfuggono agli attenti occhi di un paio di osservatori, arrivati sin lì su imbeccata di un dirigente locale.
Il sistema si dimostra efficiente e capillare sul territorio e così arriva una proposta dalla capitale: lo Spartak, una delle compagini più importanti del paese, cerca un numero 1 di prospettiva.
La squadra è inopinatamente appena retrocessa in seconda serie ed è necessaria una rifondazione: come allenatore è stato ingaggiato il santone Beskov, autentico monumento del calcio russo, il quale apporta sostanziali mutamenti nella rosa e nella mentalità di chi la compone.

Dasaev sbarca a Mosca in una stagione che, seppur con parecchie sofferenze, riporta lo Spartak nella massima serie.
L’inizio della nuova era nella ritrovata prima serie non è dei migliori: ultimo posto, polemiche interne, clima rovente, diversi giocatori che chiedono la cessione ed una sorta di rigetto comune dopo lo stress accumulato in serie cadetta e l’enorme pressione accumulata per ottenere la subitanea risalita dagli inferi.

Beskov, navigato e decisionale, impone ancora una volta le sue scelte e cambia marcia alla stagione: Dasaev si ritrova titolare, a sorpresa, sfruttando i pruriti del predecessore Prochorov, nel giro della Nazionale Sovietica, che vorrebbe cambiare aria.

E il ragazzo, fedele alla linea, non si lascia sfuggire l’occasione imponendosi all’attenzione generale a suon di ottime prestazioni e contribuendo ad un discreto -viste le premesse- quinto posto finale.

Si mostra attento, tonico, concentrato, con una personalità che maschera l’inesperienza e ne accresce la stima di società, tecnico e compagni.
I tifosi, che dopo la retrocessione si erano avvicinati ancor di più alla squadra dando un segnale di forza e sancendo la nascita di un nuovo e travolgente modo di intendere il tifo a quelle latitudini, lo adorano e lo eleggono a nuovo idolo locale.

Non possono ancora immaginarlo, per quanto lo sperino, che quel ragazzo dall’aria pacata e tenue sarà un ottimo guardiapali della loro amata società per oltre una decina di anni.

E della Nazionale, per giunta, datosi che già nel 1979 viene convocato e schierato titolare dal neo allenatore Beskov, si, proprio lui, insediatosi nel doppio ruolo di selezionatore in Nazionale e tecnico allo Spartak.

Con la sua squadra di club Dasaev vince due campionati: il primo, a sorpresa, nel 1979.
Il secondo nel 1987.
Nel mezzo ben cinque secondi posti e due volte sul podio come terzo, oltre a cinque premi come miglior portiere del campionato sovietico e, nel 1982, quello di miglior giocatore del torneo.
Una decina di stagioni da titolare indiscusso, da leader, da protagonista assoluto in un team che lotta sempre per il vertice in patria e che, con estrema lentezza, prova a migliorarsi anche nelle Coppe Europee, dove i risultati sono ancora alquanto modesti.

Dasaev, come tutti i calciatori dell’epoca in Unione Sovietica, guadagna pochissimo, una miseria in paragone a quello che portano a casa i suoi colleghi d’oltre cortina.
Non siamo però ai livelli del fenomenale Jascin, il mitico Ragno Nero del quale il nostro è l’erede designato, unico portiere a vincere il Pallone d’Oro e considerato da molti il più forte nel suo secolo, il quale ogni anno, a fine stagione, affidava le proprie divise di gioco alla sua signora che le rammendava, le lavava e le restituiva al Comitato dello Sport per poi essere riutilizzate dopo qualche mese.

Il regime è regime, ma a Dasaev quantomeno sono concessi diversi benefit: lui ne rifiuta alcuni, anche per ingraziarsi i dirigenti e fare in modo che non approfondiscano troppo la traccia sule sue idee religiose-filosofiche che, essendo musulmane, potrebbero finire per creargli problemi tutt’altro che lievi.

Vero è che con la maglia della Nazionale Rinat è diventato un Mito, in patria e non soltanto: una lunga serie di gare senza sconfitte, parecchie partite senza subire reti, una sfilza di prestazioni importanti a garantire che il giocatore c’è, eccome.

Mister Beskov, oltre a dargli molti consigli preziosi e fiducia totale, lo ha sin dall’inizio allenato a lanciare lungo con le mani per far rapidamente ripartire la squadra, lui ex nuotatore con forza e precisione nelle braccia.
Una caratteristica che lo renderà per certi versi atipico, in quel periodo.

In Nazionale incrocia poi il mito dei miti, il colonnello Lobanovski, che per un bel po’ di anni, seppur a fasi alterne, si occupa della questione sovietica con suo calcio innovativo basato sul collettivo, sull’applicazione, sulla disciplina e sulla versatilità.
Insomma, come portiere Dasaev era quasi perfetto in una squadra così.

Come quasi tutte le belle favole che si ripettino, pure in Nazionale il palmares non riesce a decollare come si potrebbe sperare: l’Unione Sovietica esprime un gran calcio, bisogna dirlo.

Sin dalle Olimpiadi del 1980, concluse con un deludente terzo posto e giocate molto bene da Rinat, padrone della maglia numero 1 anche al Mondiale spagnolo quando una giuria composta da sole donne lo elegge tra i più belli della competizione, definendolo “tenebroso, affidabile, delicato”.

De gustibus, come si suol dire.

“Dasaev, elegante e molto bravo” è invece il parere di Zoff quando gli viene chiesto chi sia il portiere che lo ha maggiormente colpito durante la kermesse.
Gioca un gran torneo, Rinat, mettendosi in mostra e sfiorando la qualificazione alle semifinali con una squadra a tratti spumeggiante ma, non di rado, tendente a specchiarsi in alcuni frangenti di gara dove servirebbe maggiore concretezza per fare il definitivo salto di qualità.

Superati dal Portogallo al fotofinish per le qualificazioni agli Europei del 1984, i sovietici si rifanno per il Mondiale del 1986, passando il turno con merito e presentandosi in Messico con ottime aspettative.
Dasaev è spesso capitano nelle qualificazioni ed è una colonna dell’URSS che sbarca in terra messicana con la convinzione di poter andare molto avanti nel torneo: la partenza è fulminante, il proseguimento discreto, poi ai quarti un tripletta del futuro Pallone d’Oro Belanov non basta a superare il Belgio in quanto le scelte tattiche di Lobanovski si rivelano sciagurate e Dasaev deve chinarsi in ben quattro occasioni per raccogliere la sfera nel sacco.
Polemiche a non finire, anche per un arbitraggio inverecondo, e mesto ritorno a casa.

Così come nell’82, pure in Messico viene inserito tra i migliori estremi pipelet del Mondiale: convocato negli USA per una gara nel Resto del Mondo ed autorizzato ad andare “in territorio ostile” da un Gorbaciov da poco insediatosi al potere in patria, Rinat ammette in una intervista di sentirsi un calciatore importante, ma che “Pfaff, Schumacher e Zenga sono i più forti in circolazione al momento”.
Il nuovo corso sovietico prevede che i calciatori giunti in prossimità dei trenta anni possano lasciare il paese per cercare gloria all’estero. quindi Dasaev visita l’Italia, si innamora di Roma e Firenze e sogna di giocare nella Juventus o nell’Atalanta, che dopo un incontro per questioni di sponsorizzazioni pareva interessata al giocatore.

Tuttavia i dirigenti bergamaschi smentiscono la trattativa e nemmeno un buon Europeo disputato, perso in finale contro l’Olanda, spalanca le porte del calcio tricolore per Rinat che, complice una magia di Van Basten ed una gara strana dei suoi compagni, finisce ancora una volta per essere bello ed incompiuto, come la sua Nazionale d’appartenenza.

L’impressione è che molti non siano completamente convinti del fatto che Dasaev sia un elemento davvero in grado di fare la differenza fuori dal contesto sovietico: in effetti molti critici, tra i quali il nostro Brera, lo reputano sopravvalutato.
E non serve a molto entrare spesso nella graduatoria del Pallone d’Oro, ricevere premi personali ad iosa, molteplici attestazioni di stima di colleghi ed addetti ai lavori, essere idolo di tifosi non solamente nella madre patria.
Le squadre top non si fidano di lui come non si fidano dei calciatori sovietici in generale, se posti al di fuori del loro contesto natio.

E la storia darà loro ragione.

Per amor di verità, qualche società prova a sondare il terreno: medio cabotaggio, certo, prospettive non esaltanti.

Tranne che per una offerta proveniente dalla Spagna, da Siviglia: compagine discreta, tifo caliente, bel clima, buon cibo, città interessante, paese culturalmente e socialmente degno di un soggiorno di lunga durata.
Rinat ci pensa, ne parla con la moglie Nela, ex ginnasta conosciuta in una clinica dove entrambi si trovavano per una fase di riabilitazione post infortunio, e decide di accettare, con entusiasmo.

Come da prassi quando bisognava trattare col Ministero dello Sport e con la Federazione Sovietica, la pratica diventa infinita e si conclude solamente dopo quasi un anno, quando Dasaev diventa ufficialmente un calciatore del Siviglia FC.

Un vero e proprio parto che genera un incredibile entusiasmo nella città andalusa.
Tifosi letteralmente impazziti di gioia per un acquisto di livello e per una stagione che si preannuncia entusiasmante.

Rinat fa giusto in tempo a portare a casa l’ultimo trofeo con la maglia dello Spartak, la Coppa delle Confederazioni, giunta alla seconda edizione e vinta in finale contro gli ucraini del Metalist.
Poi firma un pluriennale con gli iberici a poco più degli odierni mille euro al mese, comunque il doppio di quanto guadagnava fino a quel momento, e per circa due miliardi delle vecchie lire, oltre ad una succulenta quota del suo stipendio da versare alla Federazione Sovietica, finalmente sbarca in Spagna.

L’esordio contro il Real Madrid è fulminante, con un pareggio che ha il sapore di una vittoria e che mette in mostra le doti del nuovo portiere dei sivigliani.

Il meteo bello e caldo, a fine novembre e mentre in Russia già sono dinanzi ai camini, è per Rinat una manna dal cielo.
La dirigenza promette nuovi investimenti e la moglie con la figlia dopo qualche settimana arrivano in città per stargli accanto.
Tutto bellissimo, magico, estasiante.
Forse troppo, per durare.
Ed infatti non dura.

Lo stipendio non è eccelso per coprire tutte le spese, quasi incredibile a dirsi per un calciatore professionista di quel livello, e Nela ritorna in Russia con la piccola.
L’ambiente è pressante e la squadra non fortissima, soprattutto in difesa, così da subire spesso l’iniziativa degli avversari.
La città è bella e ospitale, ma la nostalgia di Mosca inizi a farsi sentire.
Il giocatore entra rapidamente in un tunnel senza fondo, inanella una serie di prestazioni inadeguate per un top di reparto e perde convinzione nei propri mezzi.
Per un paio di stagioni la situazione regge, quantomeno all’apparenza.
Poi esplode, definitivamente: è una mattina di inizio luglio del 1991 quando Rinat Dasaev viene rinvenuto in stato di semincoscienza all’interno di un’auto precipitata per alcuni metri in un canalone nei pressi dell’Università di Siviglia.
L’uomo è vivo, per fortuna senza ferite gravi, ma è evidente che se la sua Citroen è finita lì dentro è per ragioni di natura alcolica.
Dasaev è depresso e beve, o per meglio dire: ha il vizio del bere.
La voce girava da tempo in città, ma la conferma ufficiale convince i dirigenti del Siviglia a disfarsi in tempi rapidi del proprio tesserato.

Con quattro stranieri in rosa e solo tre che possono scendere in campo in contemporanea, il gioco è bello che fatto: il cileno Zamorano è giunto a far compagnia all’austriaco Polster, davanti.
Inamovibili, entrambi.
L’uruguagio Bengochea è un buon cagnaccio di centrocampo e di sicuro si rivela essere più utile alla causa del russo.
Indi, Dasaev finisce sul mercato.
L’idea è di darlo in prestito a qualche compagine che possa schierarlo titolare e fargli riacquisire, valore, sicurezza, fiducia.
Ma le notizie corrono veloci, il gioco è ormai a carte scoperte e l’unica opzione che si presenta è quella svizzera: campionato tranquillo, non eccessivamente competitivo, senza stress e pressioni che, a quanto pare, nuocciono gravemente alla salute del giocatore.
Il San Gallo, mediante alcuni contatti di cooperazione con gli spagnoli, ci fa un pensierino e, alla fine, richiede ufficialmente Dasaev.

Il quale rifiuta, perentoriamente.
E non c’è verso di convincerlo.
Neppure un’offerta arrivata nel mercato di riparazione dal Brasile serve a fargli cambiare idea.
Resta fuori squadra e, a fine stagione, pure disoccupato.

In Nazionale il suo tempo è finito ancor prima, col Mondiale Italiano del 90 che ne ha sancito l’esclusione in corso d’opera e la rottura del rapporto con allenatore e con un ambiente che era ormai completamente mutato rispetto al passato.

Il ritorno a Mosca è ancor più traumatico, con il divorzio dalla moglie e l’allontanamento degli affetti.

Inoltre un secondo incidente in auto è il segnale che il vizio è diventato un demone.

Giovane, invero giovanissimo per il suo ruolo, è arrivato al capolinea.

Come calciatore e come uomo, purtroppo.

Per molti anni di Rinat Dasaev si perdono le tracce.

Identicamente alla maggior parte dei suoi compagni, per lui l’uscita dal blocco sovietico si è rivelata professionalmente un bluff ed umanamente una sciagura.

Un giornalista russo, mediante l’aiuto del giocatore di basket Biriukov che milita nel Real Madrid, lo rintraccia nuovamente in Spagna, dove vive in condizioni di estremo disagio, praticamente da vagabondo.
Si scopre che dopo aver investito i propri risparmi in un’attività di attrezzature sportive, Rinat ha scoperto di non possedere il fiuto per gli affari e di non essere affatto portato per il commercio, finendo per dichiarare fallimento dopo un inizio che lasciava presagire ben altri esiti.

La parabola della sua vita, insomma.

Riportato in Russia da un paio di amici si risposa con una bella spagnola incontrata a Siviglia, ha altri tre figli, inizia ad allenare i portieri della Nazionale e dello Spartak ed entra a far parte del Comitato Organizzatore per il Mondiale russo del 2018.

Sia riappropria della propria vita ed impara a goderne ogni attimo, finalmente.

Resta scolpita nella mente di tanti appassionati la traiettoria incredibile di questo atleta di sicuro valore, apparentemente solido ma in realtà alquanto fragile.

Un portiere stilisticamente impeccabile, dotato di ottimi riflessi, agile e scattante tra i pali, bravissimo a parare con la mano di richiamo, in grado di rilanciare velocemente l’azione dei suoi e di imporsi sulla scena internazionale come uno dei migliori del suo tempo.

Non sempre impeccabile nelle uscite e con qualche limite caratteriale non da poco, però.

E forse nemmeno fortunatissimo in alcune scelte -sue e/o altrui- in carriera.

O piuttosto, per rimarcare il pensiero di Brera, un giocatore che fuori dal suo ambiente era stato eccessivamente sopravvalutato.

Per non saper né leggere né scrivere, io la penso esattamente come il buon Rinat: Pfaff, Schumacher, lo stesso Zenga, Preud’Homme ed un altro paio del periodo gli erano senz’altro superori.

Ma era un bel portiere, altroché.

E come la sua Unione Sovietica, avrebbe meritato qualche trofeo in più, prima di sgretolarsi definitivamente.

Un uomo, una nazione.

Cortina d’Acciaio, non a caso.

Un acciaio talvolta maltrattato dalla vita, si, ma che sempre acciaio resta.

Fino alla fine, Rinat.

V74

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