- Fulmine
Robert Prytz
Mi incuriosiva parecchio Prytz.
Ai tempi, fine anni ottanta ed inizio novanta, sbarcò in Italia e fece la sua discreta figura, spingendomi a cercare qualche notizia in più su questo svedese abbastanza atipico, bassino e tracagnotto, eppure con buona tecnica e tanta corsa.
Un personaggio particolare, Robert Prytz: che nasce a Malmo, in Svezia, nel gennaio del 1960.
Siamo nel sud del paese, vicino alla capitale danese Copenaghen, alla quale la terza citta svedese per grandezza è collegata da un celebre ponte stradale e ferroviario.
La famiglia del futuro calciatore della Nazionale è decisamente numerosa: cinque fratelli e tre sorelle.
Robert è l’ultimo dei maschietti.
Insieme al padre Gote ed alla madre Lilian i pargoli vivono in un condominio chiamato “Pericolo Giallo”, nel quartiere operaio di Kirseberg, posto nella zona settentrionale della città.
La zona è ad alta densità abitativa, con un sistema fognario scadente ed una chiarissima vocazione alla modestia.
Perché chi vive qui deve lottare per sopravvivere, apprendendo presto l’arte del sacrificio e della pazienza.
Robert è un bambino esuberante, che adora giocare a calcio.
Pure quando fuori si gela, eh.
Il piccolo funambolo se ne frega delle temperature esterne e corre dietro ad ogni pallone che vede rotolare nei dintorni di casa.
A tredici anni entra a far parte delle giovanili del Kirseberg IF, società del quartiere ove vive.
Sin da subito regala giocate spettacolari, imponendosi come centrocampista dai piedi buoni e dagli ottimi polmoni.
Per un paio di stagioni domina la scena tra i coetanei, quindi viene inserito nella rosa della prima squadra che oscilla tra la terza e la quarta serie svedese: siamo ai limiti del dilettantismo ed oltre, talvolta.
Poco importa, poiché a soli quindici anni Robert Prytz esordisce in una compagine formata per la maggior parte da adulti.
Lui è felicissimo di passare dal campi in terra battuta e cemento al manto verde dello stadio del Kirseberg, che poi è un minuscolo campetto di periferia che sorge di fronte ad una prigione.
Difatti i primi ad accorgersi del talento del ragazzino sono proprio gli “ospiti” del penitenziario, le cui finestre si affacciano direttamente sul terreno di gioco dove si esibisce il team locale.
Robert, pochi mesi dopo, riceve la tremenda notizia della perdita del padre.
Il suo primo tifoso, peraltro.
Una mazzata atroce per il ragazzino che si ritrova, insieme a tutta la famiglia, a piangere la scomparsa del genitore.
Il promettente calciatore reagisce da uomo, però.
Onora la memoria del papà e sforna prestazioni straordinarie, per uno che è poco più di un adolescente.
Il livello non è eccelso, indubbiamente: ma Prytz ha stoffa e carattere.
Il suo estro non passa inosservato e Robert viene segnalato al Malmo, una delle più importanti società del paese, che lo fa seguire per un paio di gare e poi lo mette sotto contratto.
Robert pensa al padre, tifosissimo degli azzurri, tanto da rifiutare l’approccio del Djurgården per il suo figlioccio, pochi mesi prima che un maledetto cancro lo portasse via dai suoi affetti.
Il passaggio al Malmo rappresenta un notevole salto, per Prytz, che passa dalle serie minori al massimo livello del calcio svedese e si trasferisce in un club che gioca anche le coppe europee.
Guidato dall’inglese Bob Houghton, un rivoluzionario che impone lo schieramento a zona in un calcio abituato da sempre a giocare ad uomo, con marcature rigide ed un libero ben staccato alle spalle dei difensori, il Malmo conquista cuori ed apprezzamenti,
Robert Prytz diventa presto un cardine della squadra, vincendo il campionato nel 1977 e la Coppa di Svezia nel 1980.
Ma è nel 1979 che sfiora la gloria eterna, insieme ai suoi compagni, col Malmo che si spinge nientepopodimeno che in finale di Coppa dei Campioni.
Gli uomini di Houghton fanno fuori in serie Monaco, Dinamo Kiev, Wisla Cracovia ed Austria Vienna, ottenendo il diritto a disputare l’ultimo atto della competizione contro gli inglesi del Nottingham Forest.
Si gioca a Monaco di Baviera, in Germania, e la gara è estremamente tattica e poco spettacolare.
La vince il Nottingham per 1-0, con Robert Prytz che appena diciannovenne rischia di alzare al cielo il più importante trofeo continentale dopo aver contribuito da titolare a condurre per la prima volta nella storia una compagine scandinava in finale di Coppa dei Campioni.
Gli inglesi, per ragioni logistiche, rinunciano alla disputa della Coppa Intercontinentale.
Il Malmo li sostituisce, perdendo entrambi i match del doppio confronto con i paraguayani dell’Olimpia Asuncion.

Ovviamente sullo svedese iniziano a fiorire interessamenti di parecchie compagini europee.
Inoltre Robert, nel 1980, esordisce pure nella Nazionale Maggiore, dopo aver già indossato la casacca gialloblu nella Under 17, nella Under 19 e nella Under 21.
In quest’ultima verrà convocato ancora per un po’, invero.
Nel 1982 il Malmo accetta la proposta dallo Stoke City, in Inghilterra.
Robert passa tre mesi con la sua nuova squadra, allenandosi e disputando alcune amichevoli non ufficiali, ma senza scendere in campo in campionato, in quanto la Svezia non è ancora presente all’interno di quei paesi europei che permettono ai suoi membri di ricevere rapidamente il permesso di lavoro in territorio inglese e Prytz non ha giocato un numero sufficiente di gare con la propria nazionale per poter ricevere l’OK dalla Federazione locale.
La burocrazia rallenta il trasferimento, fino a bloccarlo definitivamente.
Una situazione strana e stressante, che viene risolta dall’inserimento dei Glasgow Rangers.
Gli scozzesi piombano sullo svedese e versano al Malmo un lauto assegno di centomila sterline, assicurandosi i servigi del centrocampista mediante un ricco contratto quadriennale.
La Scozia diventa una tappa fondamentale nella vita di Robert.
Qui incontra quella che diverrà sua moglie, Joyce, che lavora in città come parrucchiera: e con lei inizia a porre le basi per un futuro comune nel paese.
Acquista una casa, nella quale vanno ad abitare i genitori della sua amata.
Poi ne opziona un’altra, perché gli piace il posto e apprezza la gente.
In campo, quantomeno inizialmente, tutto funge alla perfezione.
Prytz gioca bene e segna spesso, mettendo in mostra le sue doti tecniche ed agonistiche.
Ma il calcio scozzese è fondamentalmente uno sport fisico, che prevede lancioni dalle retrovie e battaglie epocali in area di rigore tra difensori statuari e determinati ed attaccanti prestanti e potenti.
I centrocampisti portano legna e vanno al cross.
Prytz, che può muoversi anche da esterno e che basa il proprio gioco su tocchi rapidi e precisi, si ritrova spesso tagliato fuori dalle trame organizzate dai compagni.
Quando poi è lui ad agire da regista, il ritmo della squadra viene talvolta rallentato dalle sue geometrie precise ed ordinate, ma forse non adattissime alle abitudini tattiche degli scozzesi.
Con i Rangers il buon Prytz vince due Coppe di Lega (1984, 1985), ma non riesce a primeggiare in campionato.
Nella sua terza annata a Glasgow inizia a trovare meno spazio ed in estate torna in patria, accordandosi col Goteborg.
I Rangers si accontentano di trentamila sterline e lasciano partire lo svedese senza troppi rimpianti.
Nel Goteborg il nostro milita per alcuni mesi, prima di essere venduto allo Young Boys di Berna, in Svizzera, nel calciomercato invernale del 1985.
A favorire la trattativa è il tedesco Dieter Langhans, un discusso agente di calciatori e mediatore internazionale alla Bergonzoni, che in quegli anni sposta giocatori scandinavi in territorio elvetico con una frequenza oltremodo sospetta, tanto da far intervenire alcune procure per indagare sul suo operato.
Nel caso di Robert Prytz non ci sono intoppi di sorta ed il centrocampista svedese si trasferisce a Berna firmando un buon contratto triennale.
In Svizzera il ragazzo disputa un’annata clamorosa, vincendo il campionato da protagonista ed attutendo, si fa per dire, la grandissima delusione per la mancata qualificazione della sua Svezia al Mondiale del 1986, in Messico, sfumata proprio sul traguardo.
Tra l’altro gli viene conferito il premio di miglior giocatore svedese dell’anno (1986) e nel 1987 alza al cielo pure la Coppa Svizzera, ricevendo anche il premio di miglior straniero del campionato elvetico.
L’allenatore dello YB, il polacco Mandziara, imposta su di lui la manovra offensiva dei gialloneri.
Prytz gioca da regista e, nel contempo, si inserisce nella trequarti nemica, provando a scompaginare i piani degli avversari ed andando spesso alla conclusione.
Un calciatore fondamentale, per i bernesi, che al suo arrivo era stato trattato con una certa ironia a causa del fisico non propriamente gladiatorio.
Robert, scandinavo atipico da questo punto di vista, è uno abituato a lottare contro i pregiudizi e le problematiche fisiche.
Da bambino, a nove anni, gli è stata diagnosticata la Paralisi di Bell, ovvero un blocco temporaneo dei muscoli facciali che gli rallenta i movimenti della metà del viso (lato destro, nel suo caso) e gli comporta diversi sintomi di non semplice gestione.
Come se non bastasse, il suo corpo, dal baricentro basso, gli produce forti dolori alla schiena che lo accompagneranno pure durante il resto della carriera.
Mai mollare, è il suo motto.
Pensa al padre, che sarebbe stato fiero di saperlo in Nazionale e in giro per l’Europa come professionista, e guarda avanti.

In una intervista pre-campionato Mandziara svela l’intenzione di confermare la spina dorsale della squadra e spiega la centralità di Prytz nel suo progetto tattico.
Nel calcio, è risaputo, non c’è mai nulla di scontato.
E difatti pochi giorni dopo codesta intervista Robert Prytz viene ceduto al Bayer Uerdingen, in Germania.
Trattasi di cessione per mere motivazioni di ordine economico.
I tedeschi pagano bene e gli svizzeri passano all’incasso.
La società di Krefeld è reduce da una annata importante, con un terzo posto in campionato ed una semifinale di Coppa delle Coppe.
L’islandese Eðvaldsson, il libero Herget, i fratelli Funkel, il jolly Fach, centrocampista Bonner e le punte Kuntz, Mathy, Bierhoff e Witeczek sono i migliori elementi della rosa, guidata dal tecnico Koppel.
In Bundesliga il ritmo aumenta, rispetto al campionato svizzero.
Eppure Robert Prytz non ne risente affatto, tutt’altro.
Gioca con un’ottima continuità di rendimento e mette a segno una decina di reti, agendo tra centrocampo e trequarti.
I tifosi rossoblù lo soprannominano “fulmine“, per sottolinearne la rapidità dei movimenti.
L’Uerdingen cambia tre allenatori ed incappa in una stagione non eccezionale, attestandosi a metà classifica.
Nel calciomercato estivo mister Schafstall, confermato alla guida della squadra, dichiara di voler ripartire da Prytz, per organizzare un team che possa tornare a lottare per posizioni importanti.
E come accaduto a Mandziara allo Young Boys, anche Schafstall imita Oronzo Canà e si ritrova buggerato dalla società, che cede lo svedese all’Atalanta, sostituendolo col nazionale danese Bartram.
L’Italia era destino, per lo svedese.
Pochi giorni prima di firmare con il Bayer per lo scandinavo pareva fatta con l’Empoli, dove avrebbe trovato il connazionale Ekstrom.
Poi il rilancio dei tedeschi ha definito l’affare a loro favore.
L’Atalanta lo soffia invece al Como ed investe circa tre miliardi di lire, per il cartellino del fulmine scandinavo.
Cioè poco meno del doppio della cifra sganciata dai teutonici allo Young Boys, per acquistarlo.
Gli orobici, allenati da Mondonico, hanno appena ottenuto la promozione in serie A.
La squadra è interessante, per essere una neopromossa: Nicolini, Ferron, Contratto, Madonna, Fortunato, Bonacina, Progna, Prandelli.
Il brasiliano Evair e lo svedese Stromberg, compagno di Prytz in Nazionale Svedese, sono gli altri due stranieri del club insieme al folletto ex Uerdingen.
LìAtalanta, grazie anche alla grinta degli altri mestieranti, si issa sino al sesto posto finale in classifica, qualificandosi per le coppe europee.
In Coppa Italia raggiunge le semifinali, eliminata dalla Sampdoria di Boskov.
Nel campionato più tosto del continente, all’epoca, Robert Prytz fa la sua figura, giocando da centrocampista puro.
Segna pochino (due reti) rispetto al passato, ma la competitività del torneo peninsulare è nota ed inoltre Mondonico lo utilizza soprattutto da mediano, limitandone le incursioni in area avversaria e chiedendogli di sacrificarsi in ottica di copertura.
Robert, ligio al dovere, esegue e mette il suo ordine tattico e la sua visione di gioco a servizio della squadra.
Mondonico apprezza e ne chiede la conferma per la stagione successiva, con l’esperienza dello svedese che potrebbe rivelarsi alquanto preziosa nel cammino europeo dei lombardi.
Inoltre c’è il rapporto con Stromberg, a fare la differenza in campo e fuori.

E poi Prytz adora Bergamo: va a vivere nella parte alta della città e ne apprezza la discreta tranquillità e l’atmosfera elegante.
Sua moglie Joyce, al contrario, vorrebbe cambiare aria.
Il marito ha offerte da Svizzera, Germania, Francia e Grecia.
In Italia ci pensano Cesena e Lecce.
Joyce spinge per la soluzione svizzera, con San Gallo e Sion in prima fila.
Pare fatta proprio col San Gallo, ma Robert rifiuta il trasferimento e Mondonico esulta.
Joyce spinge allora per Lecce, che preferirebbe di gran lunga alla soluzione cesenate.
Ma l’Atalanta, che tratta un centinaio di giocatori contemporaneamente, ad un certo punto decide di andare oltre le volontà di tecnico e giocatore, moglie inclusa, e spedisce Prytz a Verona, come contropartita nell’affare che porta l’attaccante argentino Caniggia ed il centrocampista Bortolazzi in maglia nerazzurra.
Un colpo di scena inaspettato, non c’è che dire.
Robert e Joyce vanno a vivere sul Lago di Garda e la scozzese si innamora del luogo, oltre che del ricco quadriennale con cui il Verona convince il marito ad apporre la firma sul contratto con gli scaligeri.
Tutto è bene quel che finisce bene, insomma.
In Veneto, dopo anni di splendore culminati nel mitico Scudetto del 1985, si inizia a ballare la samba.
Alti e bassi, con mister Bagnoli che quando vede Prytz nel ritiro estivo gli chiede di buttare giù qualche chiletto.
Poi lo osserva correre tra i boschi e piegarsi come un ginnasta negli esercizi e cambia idea, convincendosi della qualità del calciatore che aveva comunque visto dal vivo nella precedente annata.
Il Verona edizione 1989-90 non è una corazzata, diciamocelo subito.
Non che manchino giocatori forti, eh: Fanna, Magrin, Favero, Acerbis, Pellegrini, Peruzzi, Pusceddu, Gaudenzi.
Gli stranieri, oltre a Prytz, sono l’uruguaiano Gutierrez e l’argentino Sotomayor.
Si soffre, in una stagione che vede l’Hellas quasi condannato alla retrocessione.
Una improvvisa risurrezione nella seconda parte del torneo regala speranze agli uomini di Bagnoli, ma la sconfitta nell’ultimo turno del campionato, in uno scontro diretto col Cesena, ufficializza la caduta dei gialloblù negli inferi della cadetteria.
Robert Prytz, tra i migliori dei suoi, finisce in B con i compagni.
E perde il treno per il Campionato Mondiale di Italia 90, col tecnico scandinavo Nordin che esclude l’ex atalantino dalle convocazioni per la kermesse intercontinentale, mettendo fine -di fatto- alla decennale carriera di Prytz con la sua Nazionale, nella quale ha accumulato una sessantina di gettoni di presenza, seppur senza riuscire ad ottenere risultati di prestigio.
Una doppia delusione, retrocessione e mancata convocazione al mondiale, che segna parecchio il percorso di Robert.
Che resta a Verona, col chiaro intento di ritrovare immediatamente la massima serie.
Bagnoli lascia il posto a Fascetti, che mette Prytz al centro del suo impianto tattico e compie un mezzo miracolo, riportando gli scaligeri in serie A in una annata travagliatissima, a livello societario, col fallimento sfiorato a stagione in corso a causa di problemi economici e continue liti all’interno della proprietà.
Robert Prytz segna una decina di gol ed è un elemento chiave della squadra veneta.

Il ritorno in massima serie è meritato ed il Verona prova a rinforzare la rosa con giocatori di valore, come il geniale fantasista jugoslavo Stojković, la sgusciante punta rumena Răducioiu, gli esperti difensori Luca Pellegrini, Celeste Pin e Renica,.
I butei faticano a trovare la quadra, ma non mollano la presa.
Poi, nella parte finale della stagione, la società decide di esonerare Fascetti e di chiamare al capezzale scaligero il Barone, Nils Liedholm.
Insieme a lui arriva un’altra vecchia gloria, Mariolino Corso.
Il duo ha esperienza da vendere, però alcune scelte sarebbero da ritiro immediato del patentino.
Inoltre la squadra, che era con Fascetti in tutto e per tutto, non gradisce un paio di mosse effettuate dai nuovi allenatori.
Risultato: il Verona ritorna in serie B, con Prytz che è il miglior cannoniere dei gialloblù.
Quattro reti, il suo bottino.
Nient’altro da aggiungere, presumo.
In estate lo svedese vorrebbe cambiare aria, ma ha richieste blande ed un contratto ancora in vigore col Verona.
Che lo conferma e nomina Reja come allenatore.
Pochi rinforzi e squadra che parte bene e rallenta nella seconda parte di stagione, chiudendo con un anonimo dodicesimo posto finale in classifica.
Robert Prytz, con sei reti, è nuovamente il miglior bomber dei veneti.
Il suo contratto arriva a scadenza e dopo quattro anni di militanza in gialloblù non viene rinnovato.
La sua avventura quinquennale in Italia si chiude qui, nel 1993.
A Bergamo ha mostrato il suo valore ed anche a Verona ha fatto una bella figura, sebbene in un contesto societario alquanto ballerino.
Da svincolato riceve diverse proposte, la maggior parte delle quali da tornei esotici.
Robert ci pensa su, ovviamente sottoponendo le offerte e condividendo le idee con la sua influente consorte.
Quindi si accorda col Malmo, tornando in patria.
Dopo un anno e mezzo di buon calcio, ma senza grandi acuti, firma per lo Young Boys e riprende casa a Berna, dove si ferma per poco più di dodici mesi, lasciando poi il club oramai avviato verso una cocente retrocessione.
I bei tempi sono abbastanza lontani, si è capito: però Prytz sta bene fisicamente e ha voglia di continuare a giocare a calcio.
Trentasettenne, ritorna in Scozia, dove ha sempre mantenuto la residenza dai tempi dei Rangers Glasgow.
Gioca per altre quattro stagioni, cambiando diverse compagini: Kilmarnock, Dumbarton, Cowdenbeath, East Fife, Pollok, Hamilton Academical ed infine nuovamente Pollok.
Scende nelle serie minori, dove inizia anche ad allenare, per chiudere ad oltre quarantuno anni.
Quantomeno a livello professionale, perché per altre cinque annate si diletta nel torneo amatoriale di Glasgow.
Negli ultimi anni di attività la paralisi di Ball gli crea problemi anche sul lato sinistro del viso, dopo aver colpito il lato destro: un evento raro che, per fortuna, Robert riesce a mantenere sotto controllo.
Gestisce bene anche solito il mal di schiena, che con l’avanzare del tempo richiede qualche cura specifica.
E prende un farmaco per alleviare i dolori di una osteoartrite alle ginocchia, immancabile lascito delle mille battaglie combattute sui campi di calcio in giro per l’Europa.
Non ha la stessa forza nel suo rapporto sentimentale con Joyce, purtroppo.
Il matrimonio finisce e Robert, con la madre diventata parecchio anziana, torna a vivere in Svezia, per starle accanto.
Lascia le case di Glasgow alle due figlie, una nata in Germania e l’altra in Italia.
Prova ad allenare, apre una scuola calcio in Spagna per un periodo e si arrabatta tra giovanili, calcio femminile e campionati minori in Scozia (prima) ed in Svezia (dopo).
Nonostante la carriera importante alle spalle, e tutti i patentini per allenare conseguiti col massimo dei voti, non riceve proposte durature e/o di prospettiva.
Si reinventa in altri mestieri, con umiltà e con tenacia.
Poi la sfiga si accanisce con lui, datosi che in rapida successione perde la madre, il suocero, il fratello e, soprattutto, la figlia maggiore.
Colpi durissimi, per Robert.
Il leone soffre, ma non si arrende.
Oggi vive con un sussidio statale e con lavori saltuari, giocando ancora a calcio in gare amichevoli e di beneficenza.
Robert Prytz è stato un gran bel giocatore.
Centrocampista completo, grintoso, generoso, dotato di buona tecnica ed in grado di andare al tiro con facilità, inserendosi in avanti partendo dalle retrovie e concludendo con ottima vena realizzativa.
Uomo assist, discreto rigorista ed apprezzabile tiratore da fermo, oltretutto.
Poteva agire da mediano, da interno, da laterale e da regista.
Mentalmente solido ed atleticamente tosto, pur con un fisico non particolarmente prestante.
Ha lasciato bei ricordi ovunque sia passato, a dimostrazione della forza e della personalità dello svedese.
Che andava in crisi se non avvertiva piena fiducia e che, nonostante la rapidità di gambe e la notevole corsa, ogni tanto incappava in qualche infortunio o periodo di cattiva forma.
Che per Prytz significava fine dei giochi.
Altrimenti 6,5 fisso, senza discussioni.

Ricordo la zazzera bionda nelle figurine dell’epoca e le foto col suo compagno Stromberg, con Robert che pareva un nano in confronto all’altro gigante scandinavo.
Mi sovviene alla mente pure un articolo della Gazzetta dello Sport, che metteva in risalto la media voto di Prytz durante il periodo atalantino: la migliore in assoluto, tra i centrocampisti del campionato italiano di serie A.
La serie A quando era davvero serie A, Signore & Signori.
Concorrenza feroce.
La mia memoria è piena di aneddoti e ricordi del periodo italiano.
robert prytz
La famiglia Prytz, tutta, si è divertita moltissimo tra Bergamo e Verona.
L’Atalanta mi cedette senza avvisarmi e ci rimasi male, dopo un campionato bellissimo passato con i nerazzurri.
Col Verona alti e bassi, con la società che in quegli anni aveva un po’ di problemi.
Sognavo il calcio italiano, anche se tra Scozia, Svizzera e Germania ho maturato esperienze molto piacevoli.
Però in Italia c’erano i campioni veri.
Pensate a Maradona: il migliore di sempre era lì ed io insieme a lui.
Con la Nazionale Svedese non sono stato fortunato nei risultati, ma sono orgoglioso di aver indossato a lungo quella maglia.
Mio padre ne sarebbe stato felicissimo.
Penso spesso a lui, a mia madre ed alle mie figlie.
Una di loro mi ha lasciato da poco, per un tumore.
Un colpo micidiale, durissimo, devastante: ma provo ancora a restare in piedi.
Lo devo all’altra mia erede e alla mia ex moglie, con cui cerchiamo di mantenere un buon rapporto ancora oggi.
La vita sa essere veramente dura, talvolta.
Ma arrendersi non aiuta.
Ed io non voglio arrendermi.
Tipo interessante, ribadisco.
E giocatore di qualità e quantità.
Concludo con una chicca, autentica e confermata anni fa da una fonte autorevole durante una cena ai Castelli Romani a base di vino, vino e vino.
Nell’estate del 1983, quando era ai Rangers, Prytz fu proposto alla Lazio di Chinaglia, appena tornata in serie A, insieme al connazionale Hysen.
I due nordici furono visionati direttamente dal tecnico dei Laziali, Morrone, ed entrarono a pieno titolo nella infinita lista dei nomi accostati ai biancocelesti, in quel periodo.
Robert, che aveva giocato un gran match con la Svezia contro l’Italia soltanto poche settimane prima, era sul taccuino di parecchie società europee.
La Lazio virò poi su altri obiettivi e non se ne fece nulla.
Altrimenti sarebbe arrivato nella penisola con un lustro d’anticipo.
Era comunque destinato, come detto.
Robert Prytz: Fulmine.
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