• Garra e Cuore

Ai Mondiali in Messico del 1986, i più divertenti della Storia del Calcio, mi colpirono almeno un centinaio di giocatori.
Praticamente tutti, si.
Beh, nulla di strano, tenendo conto che parliamo appunto di un’edizione strepitosa.

Tra i tanti merita una citazione Roberto Cabañas, forte attaccante che contribuì alle fortune del suo Paraguay, spintosi sino agli ottavi del torneo, e protagonista di uno scoppiettante pareggio col Belgio, una delle partite più divertenti della kermesse.

Roberto nasce pochi giorni dopo la Pasqua del 1961 a Pilar, una cittadina di inclinazione commerciale ed indole turistica che si trova a breve distanza dal confine con l’Argentina.
Ci troviamo in luoghi dove la sconvolgente bellezza della natura circostante spesso è costretta a lottare con una difficile situazione economica che destabilizza il territorio.
Lo sport, soprattutto il Calcio, aiuta a dimenticare per un attimo i problemi e contribuisce a regalare momenti di felicità e passione, in particolar modo in Sudamerica ove la tradizione calcistica sfocia quasi sempre in sentimenti che travalicano il classico trasporto emotivo per la squadra del cuore e si trasformano in vera e propria smania, in tormento, in dedizione, fanatismo, follia.
In una parola sola: amore.

Cabanas, come la stragrande maggioranza dei bambini del pianeta Terra, vive con un pallone attaccato ai piedi.
Gioca per strada, nemmeno a dirlo.
E torna a casa pieno di bozzi, visto che i ragazzini più grandi lo minacciano e talvolta lo picchiano, quando si permette licenze tecniche che espongono i primi alla berlina dinanzi alle platee di quartiere.
Perché il piccolo Roberto è veramente bravo, col cuoio.
Dribbla, sguscia, tira, segna.

I genitori lo preferirebbero maggiormente attivo sui libri, per quanto a Pilar come in tanti altri posti del continente è la strada ad essere vera maestra di vita ed a fare la differenza tra il bene e il male, ammesso che ne esista veramente una soltanto, di differenza.
Inoltre vedersi ritornare a casa il figlioletto la sera in condizioni disastrate come se si fosse arruolato in una delle tante milizie malavitose di zona che organizzano risse per hobby, beh, non è propriamente il massimo.

Invero questo clima da battaglia forgia il carattere del giovane Roberto, che cresce senza paura e sviluppa man mano una personalità sempre più forte e più decisa.
Nel 2021 sarebbe stato affidato ad un team di psicologi e logopedisti, per superare determinate circostanze.
Negli anni sessanta tutto questo non è pensabile -spesso neanche oggi, in certi luoghi- e lui è costretto a combattere ed imparare a cavarsela da solo contro bullismi, prepotenze, soprusi, maleducazioni.
Ci riesce.
Eccome, se ci riesce.

Il Capitán Bado, piccola società di Pilar, gli dà il benvenuto nel mondo del Calcio.
Nel Mariscal López, club della città di Alberdi, a poca distanza da casa e col fratello Valerio a dargli manforte, fa letteralmente le fiamme ed attira le attenzioni di parecchi osservatori.

Ancora giovanissimo lascia la famiglia e si sposta di oltre trecento chilometri entrando nella cantera del Cerro Porteño, storico club della capitale Asunción, notoriamente associato al “popolo” poiché raccoglie la maggior parte dei suoi tifosi dalle cassi operaie della città e del paese.
Nel Cerro brucia le tappe, imponendosi subito all’attenzione dei tecnici della prima squadra.
A nemmeno 17 anni è già nel giro dei grandi ed esordisce con loro in men che non si dica.
Sveglio, scattante, astuto.
Il Mago di Pilar, è il suo primo appellativo.
Ne seguiranno parecchi altri, il più noto dei quali è la Pantera Nera, in onore alle sue impressionanti virtù acrobatiche.

Per la sua età viene considerato un prodigio e la convocazione per il Mondiale Under 20 che si svolge in Giappone è la diretta conseguenza delle premesse.
Cabanas se la cava benissimo, in coppia con una altro calciatore destinato a scrivere pagine indelebili di storia per il Paraguay, quel Julio César Romero che è molto probabilmente il più forte giocatore paraguayano di sempre.
La loro compagine esce ai rigori contro l’Unione Sovietica, nei quarti di finale.
Loro vengono subito aggregati alla Nazionale Maggiore e partecipano alla vittoria della Coppa America, nel 1979.

Un trionfo inaspettato, sia per il Paraguay che per i due ragazzi che si mettono in mostra e vengono ingaggiati dai Cosmos di New York: lo Sportivo Luqueño (società d’appartenenza di Romero) ed il Cerro Porteno non fanno troppa resistenza, ricevendo in cambio un sostanzioso assegno per i cartellini dei loro rispettivi calciatori.

Scelta in controtendenza, per delle giovani promesse che vanno a spendersi in un torneo da molti considerato come un cimitero per elefanti.
Il fattore economico è chiaramente basilare.
Fatto sta che i Cosmos in quel periodo dispongono di una ottima rosa e sono intenzionati a vincere il proprio campionato.
L’ingaggio del santone tedesco Hennes Weisweiler è propedeutico al completamento di un roster di indubbia bontà, ove oltre ai due paraguayani spiccano: il nostro bomber Giorgio Chinaglia, i difensori brasiliani Oscar e Carlos Alberto, il fortissimo centrocampista olandese Johan Neeskens, il talentuoso attaccante belga François Van der Elst e diversi altri buoni mestieranti della pelota.
A fine stagione (1980), grazie soprattutto alle reti di Chinaglia, arriva per tutti loro il titolo di Campione della North American Soccer League.
Anche Roberto segna parecchio, con una media gol che fa il paio con i tanti assist che fornisce ai suoi compagni.
Nelle annate successive Cabanas gioca pure insieme al mito tedesco Franz Beckenbauer: nel 1984 il paraguayano, dopo aver vinto un altro titolo NASL (1982), quello di capocannoniere (1983) e quello di miglior giocatore del torneo (1983) decide di passare all’América de Cali, gloriosa società colombiana.

In Colombia Cabanas si trova immediatamente a proprio agio e sotto la guida del celebre allenatore Gabriel Ochoa Uribe, una leggenda a quelle latitudini, compartecipa ad un ciclo di vittorie che spinge l’America a dominare il torneo colombiano per diversi anni e perdere ben tre finali di Libertadores, incredibile, delle quali almeno due in maniera alquanto rocambolesca.
Roberto segna parecchio, oltre quaranta gol in una settantina di match, e continua a dimostrarsi bravo pure nel dispensare suggerimenti per gli altri attaccanti del team.

Nel 1986, insieme all’amico Romerito (Romero), trascina a suon di gol i suoi al Mondiale in Messico e durante la competizione desta un’ottima impressione negli addetti ai lavori.
In particolar modo in una gara contro il forte Belgio di Guy Thys, quando con una spettacolare doppietta in acrobazia supera il mitico portiere dei Diavoli Rossi, Pfaff, e conduce i suoi agli ottavi di finale, dove sarà una solida Inghilterra a rispedire a casa i sudamericani.

A metà anni ottanta Cabanas è ormai una star conclamata, a livello internazionale.
Viene considerato, e a ragione, uno dei più forti attaccanti del Sudamerica.
Gioca anche alcune gare per beneficenza , tra le quali un paio nel cosiddetto “Resto del Mondo”.
In un match il cui incasso è destinato all’Unicef entra nel tabellino delle reti insieme a Maradona e Paolo Rossi e diventa una icona che inizia a far gola a parecchi club del vecchio continente.
L’America di Calì per alcuni mesi finge di non sentire le tante sirene che appellano sinuosamente l’attaccante paraguaiano, salvo poi incontrare alcuni dirigenti che si recano in Colombia per provare a chiudere la trattativa.

Con uno di loro si riesce a chiudere l’affare, fin quando non accade qualcosa di molto strambo.
Il presidente della squadra colombiana, Juan Jose Bellini, denuncia infatti alle autorità locali il suo parigrado Francois Yvinec, massimo dirigente del Brest, in Francia, in quanto ritiene che il transalpino abbia contraffatto la sua firma nel contratto firmato un mese prima con l’aiuto dell’intermediario argentino Marcello Open, per sancire il passaggio del calciatore in Europa dietro pagamento di circa settecento milioni delle nostre vecchie lire.
Open viene anch’egli coinvolto nella denuncia, mentre Cabanas riceve dieci giornate di squalifica per il mancato accordo tra le parti.
I colombiani giocano al rialzo, chiedono un milione di dollari e non intendono lasciar partire Roberto prima di concludere l’avventura in Coppa Libertadores: la trattativa si blocca per settimane e diventa una telenovela, per restare in zona.
Yvinec vola a Calì per chiarire la questione, ma scopre che la società è gestita da un gruppo di narcotrafficanti e viene trattenuto per ben sei settimane in stato di fermo dalle autorità del luogo, salvo poi vedersi concedere la libertà provvisoria dietro cauzione e dopo l’intervento dell’ambasciata francese, con una seduta dibattimentale che viene fissata di lì a breve per dirimere la controversia.
Yvinec è un uomo intelligente, amante della pittura e del buon vivere, oltre che un dirigente capace ed estremamente deciso, che poco tempo prima non ha esitato ad assumersi la responsabilità di cambiare la denominazione societaria della sua squadra , per ampliarne la copertura geografica nella regione d’appartenenza.
Il suddetto intuisce presto che non è aria e che con la giustizia, in certi paesi più che in altri, è meglio non interloquire oltre il dovuto.
Organizza un blitz, sfrutta le probabili falle di cui sopra ed organizza il ritorno in Francia il giorno stesso in cui era atteso dai giudici colombiani.
Vola a Panama, fa tappa in Venezuela, scalo in Spagna ed infine la Francia.
Nemmeno in un film di James Bond.
Quando scende dall’aereo che lo porta a Parigi non è però solo: con lui c’è anche Roberto Cabanas, salito a Caracas.

Con l’aiuto del munifico sponsor Leclerc, una potente catena di ipermercati, Yvinec versa qualche altra moneta nella assetate casse dell’America per piombare la querelle e garantisce all’attaccante un ingaggio di parecchio superiore a quello che gli corrispondeva la sua vecchia squadra.
ironia della sorte negli anni novanta Bellini diventerà un alto dirigente della Federcalcio Colombiana e sarà indagato e poi arrestato per azioni fraudolente e per corruzione.

In Francia Cabanas sbarca in un club in difficoltà organizzativa dopo aver, soltanto poco tempo prima, raggiunto la miglior posizione in classifica (ottavo) della propria storia in Division 1, il massimo torneo francese.
I continui litigi tra il Presidente Yvinec e l’allenatore Keruzoré hanno portato ad una pesante crisi tecnica che ha travolto la società bretone, col momentaneo allontanamento pure dello sponsor principale.
Hanno abbandonato la nave anche i due stranieri migliori, il brasiliano Júlio César (futuro juventino) e l’argentino tata Brown (Campione del Mondo nel 1986), entrambi ceduti e rimpiazzati da Jorge Higuaín (padre di Gonzalo) e Carlos Tapia (altro Campione del Mondo), prelevati in coppia dal Boca Juniors.

Complice un bel po’ di sfortuna, che in questi casi non manca mai, il Brest retrocede in cadetteria a fine stagione e Cabanas non può essere schiarato per tentare di salvarlo, in base agli accordi sul numero di stranieri tesserabili e schierabili in quel momento.
Lui aspetta, morde il freno, riparte dal basso.
I gol (ben 22) del suo bomber paraguayano riportano il Brest in prima serie dopo aver rifatto la squadra e vinto gli spareggi per la promozione grazie ad un gol del suo cannoniere nell’ultima e decisiva gara, che peraltro gioca con una mascherina protettiva sul viso, a causa di una dolorosa lesione nasale.

In Division 1 Cabanas segna molto meno (9), ma contribuisce al buon campionato dei suoi, che chiudono a metà classifica.
Dodici mesi più tardi stesso risultato sul campo e retrocessione a tavolino per ragioni amministrative: pochi denari in saccoccia, detta in modo brutale.

Roberto Cabanas, proprio per far cassa, è stato già ceduto al Lione.
Dove disputa meno di trenta gare e segna una decina di gol.
I lionesi incappano in una stagione pessima e si salvano per il rotto della cuffia.
Cabanas inizia anche l’anno successivo con i ragazzi allenati da Raymond Domenech, futuro tecnico della Nazionale Francese, e poi, dopo un tris di partite poco brillanti ed una vivace polemica con il tecnico, viene subito ceduto.

Torna in Sudamerica e firma col Boca Juniors.
La sua esperienza europea non avrà un seguito.
Un peccato, per un giocatore dalle caratteristiche interessanti e che avrebbe potuto sicuramente adattarsi meglio alle rigide disposizioni tattiche nostrane.

Punta centrale atipica, brava nello spaziare su tutto il fronte offensivo e nel non concedere riferimenti stabili al suo marcatore diretto ed alla difesa avversaria ove, non di rado, si inserisce come una lama nel burro.
Potente e determinato, non esita a lanciarsi con coraggio su palloni apparentemente impossibili.
In acrobazia realizza reti spettacolari.
Possiede senso del gol ed dispone di uno scatto bruciante, con una muscolatura imponente che non teme confronti nemmeno quando parte in progressione.
Il destro è al fulmicotone, il sinistro meno.
Di testa se la cava benone.
Inoltre è un fautore del trash talking, l’arte -si fa per dire- portata al successo da Larry Bird ed altri in NBA, consistente nello snervare l’avversario parlandogli in maniera provocatoria e sfidandone le capacità di difesa personale, fino a trasmettergli tensione e mettergli addosso una fastidiosa pressione psicologica.
Un retaggio della difficile gioventù, evidentemente.
Indossa il 7, il 9, il 10 ed il numero 11: è un attaccante completo ed estroso, che sa fare il 7, il 9, il 10 e l’11.
Calcia bene pure da fermo e se la palla finisce in fondo al sacco, festeggia con una funambolesca capriola che attizza a dismisura i suoi tifosi.
Ha il senso dello spettacolo insito nel DNA.
Fuori dal terreno di gioco rilascia dichiarazioni di fuoco e genera polemiche, ma si allena con estrema professionalità, non tralasciando alcun aspetto, ed in campo spende fino all’ultima goccia di sangue e di sudore.
Ogni tanto si assenta mentalmente, purtroppo.
Non tanto dalla contesa, come detto, quanto piuttosto dal mondo circostante: la continuità non è il suo forte.
Guascone e provocatore, litiga con gli allenatori che gli impongono eccessiva disciplina ed arriva a mordere un avversario e colpire un arbitro, in Ecuador, pur di beccarsi una lunga squalifica e poter tornare al Boca Juniors poiché non aveva gradito la decisione dei dirigenti argentini di darlo in prestito nella trattativa con gli ecuadoregni in cambio del trasferimento del difensore Raúl Noriega a Buenos Aires.
Un mattoide, ecco.
Buono, ma pur sempre un mattoide.

Al Boca vince un torneo di Apertura ed una Supercoppa Master.
Per un breve periodo si diverte a regalare show al pubblico de La Bombonera e si allena con il suo grande amico Diego Maradona.
Dopo il sopracitato passaggio in prestito al Barcelona Sporting Club di Guayaquil, in Ecuador, Roberto Cabanas milita nel Club Libertad di Asuncion , in patria, e nell’Independiente di Medellin, tornando in Colombia dopo diversi anni e decidendo di stabilire in loco la sua residenza.

A trentacinque anni annuncia il suo ritiro e si svaga con qualche esibizione di beach soccer, per mitigare la tristezza dell’abbandono: dopo ben quattro anni ci ripensa, spinto dal desiderio di mostrare all’ultimo suo erede la classe del padre.
Si accorda con il Real Cartagena e gioca le sue ultime partite con un altro campione bizzarro, il portiere René Higuita, mandando i suoi fans in visibilio.
Particolare divertente: la sua nuova società, d’intesa con lo sponsor -una compagnia di tabacco-, omaggia dell’ingresso gratuito alle gare tutti coloro che si presenteranno ai cancelli dello stadio con almeno due pacchetti di sigarette della marca in oggetto.
Calcio pane e salame, di quello buono.
Sono lontani i tempi in cui Roberto ostentava un fisico da paura e si vantava di fare mille piegamenti al giorno: ormai è calvo e ha la panza che arriva in Brasile, ma prima di porre definitivamente fine alla sua carriera, a quasi quarant’anni di età, regala ancora sprazzi di autentica meraviglia.

Con la Nazionale si era fermato sette anni prima: poco meno di trenta presenze ed undici reti, il bottino conclusivo.

Quel Mondiale del 1986 è il picco della sua parabola calcistica.
Fece innamorare il suo popolo, molti tifosi in ogni angolo del globo, parecchi addetti ai lavori (incluso il Presidente del Brest, col quale stringerà una grande amicizia dopo aver condiviso quell’incredibile percorso comune) e, soprattutto, il sottoscritto.

Da bambino gli avevano rotto per ben due volte il braccio e lui aveva giurato che nessuno sarebbe riuscito a fargli più del male, una volta adulto.
Quando indossava una maglia lo faceva con una fierezza che faceva quasi paura.
Un aspetto che, personalmente, adoro in un calciatore.
Merce rara, tra l’altro, in un mondo di opportunisti, mercenari e voltagabbana.
Oggi ancor di più.

Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo resta nel mondo del Calcio come assistente, direttore tecnico ed allenatore.
Non gli va benissimo.
Si ricicla come commentatore in radio e in tv e per qualche tempo riesce a divertirsi.
La nostalgia degli spogliatoi è forte e inizia a ragionare su alcuni progetti incentrati sulla ricerca di giovani talenti.

Si spende molto per la famiglia, alla quale è legatissimo.
Con i figli ha un rapporto viscerale.
Roberto, nato dal matrimonio con la sua prima moglie Elizabeth, e Carolina, Daniel e Maria Antonia, avuti dalla seconda moglie Tatiana, ex reginetta di bellezza colombiana di origini polacche con la quale inizia ad avere problemi una volta smessi i panni di giocatore, fino a giungere ad un amaro divorzio poco dopo.

Roberto confessa di sentirsi spaesato da “persona comune”, non a suo agio nei panni di un ex giocatore lontano dalle folle e dalla battaglia, malinconico per non poter indossare quella divisa da calciatore che gli manca enormemente.
Ammette di avere difficoltà nel reinventarsi al di fuori del prato verde ed inizia a palesare problematiche di ordine finanziario, ma reagisce con orgoglio a tutte le avversità, convinto di potersi rialzare come ha fatto in ogni occasione in cui il destino non gli è stato propizio.

Le cose vanno diversamente, purtroppo.
Agli inizi del 2017, dopo aver festeggiato in famiglia le feste natalizie, si spegne improvvisamente, a nemmeno 56 anni.
A tradirlo è il cuore, quello che più delle doti tecniche lo ha reso il Campione che è stato: un arresto cardiorespiratorio non gli lascia scampo, gettando nello sconforto tutti coloro che gli erano accanto e una marea di amici e tifosi che non hanno mai dimenticato le cabañuelas, le splendide giocate in sforbiciata del paraguayano.
Talento, coordinazione, atletismo: il suo vero e proprio marchio di fabbrica, emblema dell’eccentrico attaccante sudamericano.

Il comune di Pilar gli intitola una strada ed un piccolo centro sportivo.

Ha vissuto per il Calcio.
E senza Calcio, gli sembrava quasi di non vivere.
Oggi non è qui, ma nessuno lo ha dimenticato.

Roberto Cabañas: Garra e Cuore.

V74

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