• Rambo

Roberto Policano

No, no.
Non Politano, ma Policano.

Nel meraviglioso calcio degli anni 80 vi erano diversi Rambo, in giro.
Non poteva essere altrimenti, visto l’enorme successo della pellicola cinematografica omonima.

Il più simpatico, tra coloro che ebbero codesto soprannome, era sicuramente Nando De Napoli, grintoso centrocampista del Napoli di Maradona e della Nazionale Italiana, poi acquistato dal Milan di Berlusconi per indebolire la compagine partenopea, piuttosto che per rinforzare quella rossonera, nel quale il nostro giocò poco o nulla, anche a causa di problematiche fisiche ricorrenti.
Ma è stato un bel medianaccio, altroché.

Il più forte era sicuramente Ronald Koeman, libero dal tiro potentissimo e dalla classe cristallina che fece le fortune di Ajax, PSV Eindhoven e Barcellona, oltre che della rappresentativa olandese.
Giocatorone, eh.

Il più “pupillo”, quantomeno per lo scrivente, era invece il buon Roberto Policano, grintoso e poliedrico cavallone di fascia mancina che ha indossato le maglie di Torino, Roma, Napoli, Genoa ed altre ancora.
Sì, è stato anche giallorosso.
Eppure mi piaceva parecchio, lo ammetto.


Roberto Policano nasce a Roma, nel febbraio del 1964.
Van Basten, Roberto Mancini, Michael Laudrup, Bebeto: annata buona.
Tutti calciatori offensivi, dite?
Ma no, dai.
Pure Jorginho e Branco sono nati nel 1964, per dire.

E col secondo di essi Roberto ha alcune caratteristiche in comune, tra l’altro.
Procediamo con ordine.

Policano, erede di una famiglia di origini campane oramai radicata nella capitale, è un ragazzino fisicamente ben impostato, che a scuola se la cava discretamente e che ogni santissimo pomeriggio è in strada a giocare a pallone con gli amici.
Il padre, archivista, è contento che il piccolo ami lo sport.
La madre, casalinga, è più preoccupata per la salute del figlio, come ovvio che sia.

In verità dovrebbero preoccuparsi le mamme dei ragazzi che Roberto sfida a calcio, poiché quest’ultimo è una roccia.
Impressionante, per l’età.
Nella piccola squadretta oratoriale del Santa Croce, nel quartiere Flaminio, inizia la parabola calcistica del giovanissimo Policano.
Viene presto notato da un osservatore della Roma, che lo porta nel florido vivaio giallorosso.
Roberto, che tifa Cagliari per amore nei confronti di Gigi Riva e simpatizza per la la sua nuova squadra grazie ai suoi idoli Rocca e Di Bartolomei, è comunque al settimo cielo.
La Roma è tra le società più importanti del paese ed è un’occasione da cogliere al volo.

Lui ci prova, ma le cose non vanno nel verso sperato.
I giallorossi, dopo averlo testato per una stagione nella categoria Allievi, decidono di liberarsene prima ancora di farlo esordire nella Beretti.
Una delusione notevole, per Roberto Policano.
Il ragazzo ha tempra forte e non si arrende, però: riparte dalla Pro Calcio Italia, nei dilettanti.
Un salto all’indietro notevole, ma in fondo quando si è giovani bisogna maturare esperienza e darsi da fare, se si vuole arrivare in alto.


La fortuna aiuta gli audaci, inoltre.
E la conferma giunge due anni dopo, con il trasferimento di Roberto Policano al Latina, neopromosso in C1 ed acquistato da pochi mesi dal presidente Lorenzi, patron della Pro Calcio Italia.

Nella compagine pontina militano due calciatori legati alla mia isola d’Ischia: Faccenda e Del Prete.
Il primo, nato proprio ad Ischia, militerà a lungo in serie A come difensore con le casacche di Genoa, Pisa e Fiorentina.
Il secondo, col quale ho avuto anche il piacere di allenarmi quando lui era agli sgoccioli della carriera nel mio Forio, è stato un affidabile estremo difensore, colonna dell’Ischia Calcio.

Lo stesso Faccenda passa in estate al Genoa, con cui il Latina ha un rapporto previlegiato, a livello di scouting.
Roberto Policano, che dopo gli inizi da ala si è trasformato in terzino di fascia mancina, si impone immediatamente all’attenzione e gioca una quindicina di gare in una stagione che vede i nerazzurri tornare mestamente in C2, ultimi in classifica.
In quarta serie il Latina continua a soffrire, salvandosi dalla seconda retrocessione consecutiva soltanto grazie ai risultati migliori ottenuti negli scontri diretti con i rivali della Palmese.
L’annata è invece molto positiva per Policano, titolare inamovibile ed autore di diverse reti, oltre che di prestazioni veramente ragguardevoli.

Il romano gioca benissimo anche il prestigioso Torneo di Viareggio, in prestito alla Fiorentina.
I gigliati chiudono da terzi, sconfitti dalla Roma in semifinale, con Roberto che segna due reti nella manifestazione (una proprio alla sua ex squadra che schiera Giannini, Baldieri, Tovalieri, Di Carlo, Di Mauro, Righetti ed altri ancora, giusto per rendere l’idea del livello).

Nel calciomercato estivo a Roberto Policano si interessano varie società di B.
Ci fa un pensierino pure la Fiorentina, che lo ha testato nel succitato Torneo di Viareggio, con risultati apprezzabili.
La chiamata decisiva giunge infine dalla LIguria: il Genoa vuole ripetere l’operazione Faccenda e decide di investire sul romano, ingaggiato in comproprietà proprio con i toscani.

Genoa FC

Policano, a diciannove anni e dopo un bel salto di categoria, sbarca nientepopodimeno che in serie A.
Un sogno, per lui e per i suoi genitori, orgogliosi del proprio figliolo.
L’entusiasmo di Roberto è alle stelle e dopo aver apposto la sua firma sul contratto triennale con i genovesi, mette in vendita la sua vecchia Fiat Panda e la sostituisce con una fiammante Mercedes.
Ci sta, sebbene arrivi immediatamente la ramanzina del padre, che gli ricorda di fare un passo alla volta, umilmente,
Bisogna dire che Roberto è un ragazzo con la testa sulle spalle.
Ha un carattere irascibile, questo è indubbio.
Ma si spende sino all’ultimo per la maglia che indossa e non si risparmia nemmeno in allenamento.

Il Genoa è allenato da Simoni, tecnico preparato ed attento ai giovani.
La rosa è discreta, con parecchi mestieranti e qualche elemento di caratura superiore, come la punta Briaschi, il portiere Martina, il già citato libero Faccenda.
Gli stranieri sono il brasiliano Eloi e l’olandese Peters: non male, ma entrambi maledettamente discontinui, anche a causa di parecchi infortuni, soprattutto nel caso di Peters.
Tranne Briaschi, non segna praticamente nessuno ed il Genoa retrocede in B, a causa dei peggiori risultati ottenuti dai rossoblù negli scontri diretti con la Lazio.

Roberto Policano parte da riserva, quindi conquista il posto da titolare e disputa una buona annata, tenuto conto che discorriamo di un esordiente in massima serie.
Il ragazzo ha stoffa ed è un bel terzino sinistro d’assalto.
Viene convocato nella Under 21, insieme a gente che di cognome fa Mancini, Zenga, Vialli, Giannini, Donadoni, De Napoli, Cravero, Francini.
La Fiorentina lascia decadere la comproprietà, essendo abbastanza coperta nel ruolo, col Genoa che diviene quindi detentrice unica del suo cartellino.

Parecchie squadre bussano alla porta dei liguri, interessandosi alla questione.
Anche Milan ed Inter, seppur timidamente, chiedono informazioni sul giovane.
Niente da fare: il Genoa punta su Policano per una pronta risalita in serie A.
Roberto -al quale il C.T. della Under 21, Vicini, ha garantito fiducia a patto di giocare con continuità ed alto rendimento pure in B- fa buon viso a cattivo gioco e riparte dalla cadetteria.

Il Grifone, affidato a mister Burgnich, ha una rosa attrezzata per il salto di categoria.
Briaschi è stato ceduto alla Juventus ed al suo posto c’è il bomber Fiorini, rientrato dal prestito alla Sambenedettese, che insieme ad Onofri è colui che ha un rapporto più affettuoso con Roberto.
Peters ed Eloi restano anche in B, senza brillare.
Oltre ai succitati ed a Policano, che le gioca quasi tutte e se la cava molto bene, ci sono anche Faccenda, Cervone, Ivano Bonetti, Canuti, Mauti, Mileti, Paolo Benedetti, Testoni, Bergamaschi.
Buon roster, che purtroppo non basta a riconquistare la massima serie.
Il Genoa è sesto, distante dal terzo posto che conduce alla gloria.

In estate Roberto Policano è nuovamente al centro di parecchie attenzioni di mercato.
Con la Under 21 è arrivato terzo agli Europei del 1984, quantunque non da protagonista.
Per lui indossare la maglia azzurra è un grande onore ed un piacere immenso.
Sogna quella della Nazionale Maggiore, ma per ragioni contrattuali non si sposta dal Genoa, che lo ritiene incedibile e punta su di lui per ritentare la scalata alla A.

Le facce nuove non mancano di certo: Oscar Tacchi, Marulla, Bini, Trevisan, Boscolo, Torrente, Guerra, Giancarlo Marini.
Il risultato è però più o meno identico: settimo posto finale e fuori dai giochi per la promozione, per altro incasinati dai verdetti per lo scandalo del Totonero-bis.
Policano ottimo ed abbondante, risulta essere uno dei migliori esterni del torneo.
Puntualmente, oramai è una tradizione, in estate si scatena un’asta per lui.
Il presidente Spinelli, subentrato a Fossati da un anno, segue la linea del suo predecessore e lo dichiara intoccabile.

Si riparte con Perotti in panca ed alcuni arrivi di spessore (Scanziani, Domini, Cipriani, Ambu, Luperto).
I giovani Eranio, Rotella e Chiappino guadagnano spazio.
Policano spinge come un dannato ed il Genoa sfiora la A, perdendola soltanto per un punto.
La sconfitta nell’ultimo match contro il Taranto di De Vitis e Maiellaro è decisiva per l’esito del campionato.
Delusione atroce, per il Grifone.
Che richiama Simoni in panchina ed è costretto, giocoforza, ad entrare nell’ordine di idee di dover cedere Roberto Policano.
Il fluidificante romano, ventitreenne, è oggetto di numerose proposte, anche di pregio.


Roberto Policano - Roma

Una di essere è irrinunciabile, in quanto proviene dalla Roma di Viola e Liedholm.
Il ritorno del figliol prodigo, per la gioia della famiglia e dello stesso Roberto, che firma un triennale con una società importante e viene pagato tre miliardi e mezzo di vecchie lire.
Percorso inverso per il terzino Mastrantonio, ceduto in prestito al Genoa, che pochi mesi dopo spedisce pure Domini a Roma, in cambio del portiere Gregori e del fantasista Di Carlo, oltre ad un conguaglio di poco meno di due miliardi.
Un’operazione complessa, orchestrata in due frangenti separati ma, forse, architettata già in primavera.

Boniek, Voller, Giannini, Tancredi, Conti, Pruzzo, Nela, Collovati: la Roma è forte, sebbene alcuni calciatori si stiano avviando sul viale del tramonto ed altri, sfortunati, incappino in infortuni importanti.
Fatto sta che la squadra lotta e chiude al terzo posto, esprimendo un bel calcio.
Roberto Policano, che non aveva mai giocato a zona prima d’ora, si mette a disposizione del Barone e si impegna allo spasimo, cercando di adattarsi al meglio ad un modulo per lui nuovo e non di facile attuazione, vista la sua indole da “cavallo pazzo”.
Liedholm comunque ne apprezza le qualità e lo schiera in diciassette occasioni, ricevendo in cambio pure due gol.
L’anno seguente le presenze sono diciotto, condite da tre reti.
La Roma incappa però in una annata alquanto altalenante, eliminata precocemente in Coppa Italia (come l’anno prima) e fatta fuori dalla Dinamo Dresda agli ottavi di Coppa UEFA.
I brasiliani Renato ed Andrade, acquisti estivi, sono impresentabili.
Meglio Rizzitelli e Massaro, tra i nuovi arrivi.
Boniek si ritira e Pruzzo va a chiudere la carriera alla Fiorentina, segnando la rete che nello spareggio di Perugia condanna i giallorossi all’ottavo posto, fuori dalla qualificazione per la Coppa UEFA.
Una beffa atroce, per i romanisti.

Viola, quasi al capolinea della sua avventura alla guida del club della capitale, ingaggia Radice come allenatore e rivoluziona la squadra.
Roberto Policano, che a Roma sognava la Nazionale, viene spedito al Torino, in cambio di Comi.
La Fiorentina prova ad inserirsi nella trattativa, ma evidentemente non è proprio destino, tra il terzino ed i viola: e così per l’ennesima volta l’affare non va in porto.

Policano emigra in Piemonte.
In Serie B, per la cronaca.
Il Toro è difatti appena retrocesso in cadetteria e con Fascetti in panchina aspira a vincere il campionato.
E ci riesce, grazie ad una rosa di indubbio valore: Marchegiani, Muller, Skoro, Lentini, Cravero, Mussi, Francesco Romano, Ezio Rossi, Enzo, Pacione, Venturin, Sordo, Bianchi ed altri ancora.
Policano, con sette reti messe a segno e una trentina di super prestazioni, è un fattore imprescindibile del collettivo torinista.
I tifosi granata se ne innamorano e rilanciano il soprannome di Rambo, già affibbiatogli a Genoa, a sottolinearne la grande forza fisica e l’enorme grinta.

Roberto Policano - Torino

Roberto torna in A e si ambienta meravigliosamente a Torino, dove sbarca il tecnico Mondonico.
Insieme a lui arrivano in granata lo spagnolo Martin Vasquez, Bresciani (di rientro dal prestito all’Atalanta), Annoni, Bruno, Fusi, Tancredi, Carillo ed altri.
Il Toro, da neopromosso, finisce quinto in campionato, conquistando l’Europa.
Fa bella figura in Coppa Italia, eliminato ai quarti di finale dalla Sampdoria, ai rigori.
Vince invece la Mitropa Cup, battendo in finale il Pisa per 2-1, al termine dei tempi supplementari.
Roberto Policano, espulso in questo ultimo match, vive una stagione notevole: corre come un matto e segna diverse reti -vice capocannoniere dei suoi, in serie A-, alcune delle quali fondamentali per il buon esito dell’annata torinista.
Inizia di nuovo a sognare la maglia azzurra, il laterale romano.

Il belga Scifo ed il brasiliano Casagrande giungono a rinforzare la rosa dei granata, col giovane Dino Baggio venduto ai cugini della Juventus.
Il Torino c’è, eccome.
Mondonico organizza una compagine tenace e coesa, che in campionato è terza, in Coppa Italia esce ai quarti con il Milan e compie il suo capolavoro in Coppa UEFA, arrivando a giocarsi la doppia finale con l’Ajax, persa unicamente per le reti segnate in trasferta dagli olandesi (2-2 a Torino, 0-0 ad Amsterdam).
E a dirla tutta, i piemontesi avrebbero meritato di alzare la Coppa al cielo.

Roberto Policano contribuisce più che discretamente all’indimenticabile annata granata, nella quale accade un episodio che cambia, in parte, la parabola sportiva del calciatore in oggetto.
Pochi giorni prima che si giocasse il derby di andata, contro la Juventus, il Direttore Generale del Torino, Luciano Moggi, ovvero il Marcinkus del calcio, prende da parte Policano e gli spiega che ha saputo, da fonti certe, che il nuovo allenatore della Nazionale Italiana, Arrigo Sacchi, sarà presente allo stadio per guardare la gara e, in particolar modo, per osservare alcuni giocatori presenti sul taccuino del Profeta di Fusignano, tra i quali figura anche lo stesso Roberto.
Il quale tende a pensare che sia un trucchetto di Moggi per spingerlo a dare il massimo sul terreno di gioco.
Poi qualcun altro conferma la voce che gira e Policano entra in campo col sangue agli occhi, come d’abitudine della stracittadina e, forse, ancora un pizzico più avvelenato del solito.
La tensione gli tira un brutto scherzo e ad inizio della ripresa, con la Juventus in vantaggio per 1-0 e col Toro ridotto in dieci uomini per l’espulsione di Bruno, l’ex genoano rifila una scarpata in viso a Casiraghi dopo un intervento rude del bianconero, peraltro già ammonito e quindi a rischio espulsione.
Da una possibile parità numerica, i granata si ritrovano quindi in nove e destinati alla sconfitta.
Sacchi passa oltre e Mondonico pensa alla soppressione fisica di Policano, oltre che di Bruno, “O’ Animal“, che unitamente a “Tarzan” Annoni è uno dei baluardi del gruppo granata, pur nella loro indubbia ferocia agonistica, che in molte occasioni è stata però determinante -in positivo- per le sorti del team.

A fine stagione il Torino deve far cassa, per esigenze di bilancio.
Il gioiello Lentini è promesso sposo al Milan di Berlusconi e la cosa scatena la rabbia del popolo torinista nei confronti della società del presidente Borsano, il quale assicura di voler tenere tutti gli altri elementi di valore.
Un paio di settimane e Cravero passa alla Lazio, dalla quale il Torino preleva il terzino sinistro Sergio, omologo di Policano, pur con caratteristiche differenti.
La stessa Lazio offre circa sette miliardi per il buon Roberto, scatenando un’asta con la Roma, che vorrebbe riprendere il ragazzo, e con l’Inter, che vorrebbe mettere il giocatore alle dipendenze del mister Bagnoli, dopo averlo inseguito in passato e dovendo sostituire il tedesco Brehme, che ha lasciato Milano.
L’immancabile Fiorentina è sul pezzo, fin quando tutto si stoppa.
Di botto.
La magia, infinita, del calciomercato.
La Roma chiude per Mihajlović, all’epoca esterno mancino della Stella Rossa.
L’Inter preleva De Agostini dalla Juve.
La Fiorentina toglie dal mercato Carobbi e gli affida la fascia di capitano.
La Lazio punta sul giovane Favalli, della Cremonese.

Policano non si tocca!“, tuona Borsano in quei giorni febbrili.
Chi conosce certe dinamiche e sa bene che non si parla di masturbazione, intuisce che il destino di Roberto è lontano dal Piemonte.
Ma dove?
Spuntano altre piste, anche estere.
Pure Milan e Sampdoria chiedono il prezzo, salvo puntare su altri obiettivi.
Vuoi vedere che alla fine della fiera Borsano diceva il vero?
Policano non si tocca!“, oh.
Magari è così, dai.


Ovviamente un paio di albe e tramonti e Roberto Policano è venduto al Napoli, per un corrispettivo di poco meno di sei miliardi.
Contratto pluriennale per lui e tanti saluti ai proclami del suo ex presidente, oltretutto invischiato in storiacce di ordine imprenditoriale, politico e giudiziario che lo costringono a vendere anche il divano e la lavatrice di casa.

Fatto sta che Roberto Policano nell’estate del 1992 diventa a tutti gli effetti un calciatore del Napoli, orfano da qualche tempo del suo Re, Maradona, ed in piena fase di ripartenza.
L’allenatore, Ranieri, apprezza Policano, pur ritenendolo un calciatore particolare, da schierare in certe circostanze e da preservare in altre.

I partenopei presentano Giovanni Galli in porta.
In difesa ci sono Ferrara, Corradini, Francini e Tarantino.
A centrocampo operano Pari, lo svedese Thern e Crippa.
Zola è il fantasista incaricato di ispirare il brasiliano Careca e l’uruguagio Fonseca.
Carbone, Altomare, Bresciani e Mauro sono le principali alternative in rosa, ai quali si aggiunge presto anche Nela, grande amico di Politano.
L’ex torinista, partito col freno a mano tirato, esplode sotto la gestione Bianchi, che viene richiamato al posto di un Ranieri che non ci stava capendo praticamente nulla.
Napoli in crisi in campionato ed eliminato dalla Coppa UEFA già al secondo turno, per mano del PSG.

Ottavio Bianchi, allenatore taciturno e pragmatico, intuisce che la squadra campana ha bisogno di verve e dinamicità, per scardinare le difese avversarie.
La classe di Zola ed il fiuto del gol di Careca e Fonseca necessitano di essere alimentati da un centrocampo che, giocoforza, abbisogna di spunto ed imprevedibilità.
L’uomo giusto per questo scopo è Roberto Policano, che Bianchi impiega nel settore nevralgico del terreno di gioco ma che non esita a schierare anche come attaccante esterno, nel caso.
Il Napoli nel girone di ritorno risale lentamente la china e riesce ad evitare una clamorosa retrocessione.
In Coppa Italia esce ai quarti di finale per mano della Roma, ma l’importante era mantenere la categoria e grazie anche alle reti di Policano (ben 7) lo scopo viene raggiunto.

Manco il tempo di prendere fiato, che il presidente Ferlaino decide di farsi da parte.
Affida ad un fiduciario il compito di gestire la situazione, anche se in realtà non passano manco pochi giorni e lui è nuovamente lì, seppur informalmente, a decidere le sorti del club insieme a Bianchi, nominato Direttore Generale della società.

Come allenatore si punta sul rampante Lippi, mentre diversi calciatori importanti vengono ceduti per far cassa e sono rimpiazzati da giovani promettenti, alcuni di essi provenienti dal vivaio partenopeo.
Nuovo ciclo, insomma.

Roberto Politano, col suo ingaggio oneroso, viene proposto al Torino, in cambio dell’arcigno difensore Bruno, suo amico.
Entrambi i calciatori accettano la destinazione: Bruno ha voglia di aria nuova, Policano a Torino è amatissimo da tutto l’ambiente granata.
Parrebbe fatta, ma l’affare salta sul fotofinish.

Roberto resta a Napoli e vive una stagione interlocutoria, fondamentalmente da panchinaro.
La squadra è sesta e torna in Europa.
Lippi accetta la corte della Juventus ed in sua vece giunge in Campania Guerini, presto rimpiazzato dal mitico Boskov.
Gli azzurri fanno poca strada in Europa, non brillano in Coppa Italia e stentano in campionato, finendo settimi, appena fuori dalla zona UEFA.
Politano parte titolare con Guerini, poi quasi scompare dai radar con Boskov, che lo impiega col contagocce, spedendolo in diverse occasioni addirittura in tribuna.
Dodici mesi più tardi il sunto è altrettanto mediocre, col Napoli che esce immediatamente dalla Coppa Italia e chiude dodicesimo in classifica in serie A.
Politano vede poco il manto verde, ancora una volta.
E per uno come lui non riuscire a giocare con continuità, beh, è una autentica mazzata.

Roberto Policano - Napoli

In Napoli, in palesi difficoltà societarie, è oramai un viavai immane di calciatori, con i procuratori che propongono i propri assistiti 24H24, creando un bailamme incredibile e generando tensioni continue in un ambiente che già di per sé non è il più tranquillo del pianeta.
Tutt’altro.

L’ingaggio di mister Simoni, che lo conosce benissimo, fa sperare a Roberto Policano di potersi rigenerare.
Ma è un fuoco di paglia.
Il romano gioca ancora meno delle precedenti annate ed il Napoli, finalista in Coppa Italia (battuto nel doppio confronto dal Vicenza di Guidolin, ai supplementari del ritorno in Veneto), è deludente in campionato.
Finirà per retrocedere l’anno dopo, ma Politano sarà già altrove.
La carriera di Roberto, ad alti livelli, si chiude qui.
A Napoli, nel 1997, a trentatré anni.


Testa matta e cuore caldo, istintivo da primato, Policano è stato un ottimo laterale mancino, arrembante e veloce, che oggigiorno varrebbe oro per la capacità di muoversi lungo tutta la fascia e poter essere utilizzato sia in una difesa a quattro che in una a cinque.
Difensore con licenza di uccidere, centrocampista in grado di coprire l’intera banda sinistra (anche da ala pura, se richiesto), trascinatore e leader naturale.
Con una potenza devastante in progressione ed un tiro potentissimo, che non di rado squarcia le porte avversarie.
Buon tiratore da fermo, ha l’abilità di inserirsi centralmente, oltre a sfruttare la corsia esterna.
Tempi di inserimento perfetti e fisico veramente tosto, ben abbinato ad un carattere pregno di garra e ardore.
Tutto molto bello?
Sì.
Perfetto?
No.
Anzi.
Ribelle ed anarchico, in campo spesso va letteralmente per i fatti suoi.
Gli allenatori, che lo amano per come interpreta la sua missione sportiva, finiscono per odiarne questa incapacità di adattarsi alle regole.
Non essendo Maradona, tutto ciò ha un prezzo.
Peccato.
Ed anche sfortuna, perché sia a Roma che a Napoli, due piazze importanti, lui arriva in periodi di recessione.
In Campania inizia alla grande, poi paga la situazione creatasi in società.
A Roma invece, prima, non riesce ad essere profeta in patria, finendo per deludere le attese.
Al Genoa ed al Torino, ambienti storicamente da “battaglia”, diventa un idolo.
In Piemonte soprattutto.
Uno tipo da “spirito Toro”, ecco.
Che tende ad esagerare, talvolta.
Pagando un conto salato, come detto.
Ma uno così, generoso quanto imprevedibile, polivalente e risoluto, diretto e tenace, non puoi non apprezzarlo.


Nel 1997 Policano rinuncia ad un ulteriore anno di contratto e lascia Napoli, firmando per il Casarano, in C1, e rispedendo al mittente diverse offerte dalla serie B.
Un diverbio col presidente dei pugliesi lo spinge a trasferirsi nel calciomercato invernale al Terracina (Campionato Nazionale Dilettanti), vicino casa, poiché il nostro ha preso residenza a Latina.
Poi nel 1998 passa proprio al Latina -sempre in C.N.D.-, ove sfiora la promozione nella serie superiore e perde la finale di Coppa Italia di categoria contro il Casale.

Nell’estate del 1999 il procuratore Faccini, amico di Roberto, lo porta a Malta, nello Sliema Wanderers, insieme all’ex giocatore della Lazio, Bergodi, con l’intento di disputare il primo turno di Coppa UEFA e provare a superarlo.
Gli svizzeri dello Zurigo pongono subito fine al sogno: Bergodi resta a Malta sino al termine della stagione, mentre Roberto Policano torna in Italia e si accorda col Baracca Lugo, dove un dirigente, suo conoscente, gli chiede di dare una mano, in serie D.
Poche presenze, poi la decisione di ritirarsi dal calcio giocato, a trentasei anni.


Cala così il sipario sulla carriera di un bel cavallone di razza.
Come si è intuito, mi piaceva parecchio.

Una volta appesi gli scarpini al chiodo, Roberto lavora dapprima come Direttore Sportivo all’Arezzo, quindi come consulente tecnico della Rondinella Marzocco e, più tardi, è il Direttore Sportivo del Catania.
Successivamente si trasferisce a vivere in quel di Padova, occupandosi del settore giovanile del Thermal Calcio, ad Abano Terme, e commentando le partite di serie A per alcune reti via cavo.
Dal 2008 entra a far parte della rete di osservatori dell’Udinese, col taccuino tra le mani e l’occhio sempre ben aperto.
Vecchia scuola, non si discute.

Quando il fisico regge gioca ancora a pallone, con gli amatori.
Altrimenti opta per il Fantacalcio.
Nel tempo libero ama stare con la sua famiglia e rilassarsi ascoltando musica e seguendo vari sport, basket ed ippica in primis.

Policano

Con quattrocento gare tra i professionisti ed un argento europeo con la Under 21, oltre alla Mitropa Cup vinta col Torino, si può tranquillamente affermare che Roberto Policano sia stato un calciatore di rilievo.
Io lo ricordo un po’ Gordillo and un po’ Lerby, seppur con caratteristiche diverse.

E parliamo di due campioni, lo so.
Magari lo status di campione è esagerato, però ribadisco la bravura di Policano in un calcio dove a certi livelli non ti fermavi a lungo, se non eri veramente forte.

Il calcio mi ha dato tantissimo e lo amo ancora oggi, come il primo giorno.
Certo, ora è cambiato molto, rispetto agli anni in cui giocavo io.
Prima era più istintivo, per fortuna.
La mia carriera è stata speciale.
A Latina ho iniziato a fare esperienza, poi al Genoa ho imparato a sognare.
Nella Roma ho vissuto una fase di transizione societaria, ma è stato bello esserci.
Al Toro ho passato un periodo semplicemente meraviglioso, indimenticabile.
A Napoli la società era in difficoltà, col ciclo di Ferlaino che andava verso la sua fine, come accaduto con Viola a Roma.
Non sono stato fortunatissimo, da questo punto di vista.
Nella città partenopea, in ritiro, tramite Ciro Ferrara ho ricevuto la telefonata di Maradona, che mi ha dato il benvenuto in Campania, anche se lui era andato via da poco.
Ecco: il non aver potuto dividere lo spogliatoio con Diego è uno dei miei due rimpianti sportivi.
L’altro è quello di non aver indossato la maglia della Nazionale.
In diverse occasioni si è detto di una mia possibile convocazione, poi forse ho pagato un carattere talvolta troppo focoso.
Ma io ero e sono così.
Viscerale, spontaneo, diretto.
Altrimenti sarei un altro.

roberto policano

Sì, in effetti qualche presenza in Nazionale l’avrebbe meritata.
E vabbè, sarà per la prossima.

Roberto Policano: Rambo.

V74

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