• Talento allo stato brado

Safet Susic.

La Jugoslavia che fu era un posto ricco di virtù.
Un territorio intriso di tante risorse ed un paese impregnato di storia e cultura.
Poi è andata come doveva andare perché -inutile negarlo- bastava passare in zona per capire che aria tirava, per ragioni che richiederebbero decenni di approfondimento prima di iniziare a capirci qualcosa, ammesso e non concesso che sia poi possibile farlo e fino in fondo.


Parliamo inoltre di una nazione gravida di talenti, soprattutto nello sport.
Uno dei migliori che il soccer dell’est abbia mai espresso risponde al nome di Safet Sušić, un vero e proprio “brasiliano d’Europa”, come storicamente vengono considerati gli jugoslavi dal punto di vista calcistico.

Susic nasce a Zavidovići, oggi Bosnia ed Erzegovina.
Montagne, valli, colline, fiumi.
La natura domina incontrastata e, nel dopoguerra, pure la crisi politico-militare che, ovviamente, riversa sulla popolazione tutta una serie di problematiche.
La madre, Paša, è una donna vecchio stampo, dedita alla casa ed alla famiglia.
Il padre lavora duro per portare a casa la pagnotta ed i suoi sacrifici consentono al nucleo familiare di tirare avanti senza eccessivi affanni.

Safet ha un fratello maggiore, Sead, col quale condivide l’amore per il calcio.
Passano tutti i pomeriggi a giocare a pallone, in cortili adattati a campi di calcio ed in terreni incolti che si trasformano in piccoli Maracanã dove sognare la gloria.

Saed -grande tecnica e pari indolenza- diventerà un attaccante di buon livello, che dopo aver militato per alcuni anni nella Stella Rossa di Belgrado andrà a giocare in USA ed in Canada, salvo poi rientrare in Europa per chiudere la carriera in Belgio con le maglie di Liegi e Molenbeek, non prima di aver collezionato anche un gettone di presenza con la propria nazionale.

Il vero asso della famiglia sarà il fratellino minore, però: Pape, come viene presto soprannominato.
A 15 anni è il gioiellino del piccolo club di zona, NK Krivaja.
Centrocampista offensivo, trequartista ed all’occorrenza seconda punta: chi lo vede muoversi sul terreno di gioco ha l’impressione di trovarsi davanti ad un professionista, anziché un imberbe giovinetto.


Non serve possedere un patentino da osservatore per intuire che il ragazzino farà strada.
Un anno dopo arriva la prima conferma a questa ipotesi: il Sarajevo, una delle più importanti società jugoslave, decide di investire su Safet Susic, inserendolo nei quadri del proprio settore giovanile dove resta per pochi mesi, per essere poi lanciato in prima squadra.

Troppo più bravo dei suoi coetanei, Pape.
In quegli anni il Sarajevo lotta per salvarsi nella Prva Liga, il massimo torneo nazionale.
Ci riesce anche grazie al contributo del suo giovane talento, che esordisce a soli 17 anni collezionando dieci presenze e due reti e non esce più dal novero dei titolari.
Nella seconda stagione mette a segno undici gol, diventando il leader del gruppo.

Poi accade qualcosa che rischia di compromettere una promettentissima carriera: durante il ritiro invernale -siamo nel gennaio del 1976- Safet avverte dei dolori fortissimi e viene portato in ospedale ove gli viene riscontrata una forte infiammazione articolare, una di quelle che solitamente attaccano i bambini e che rischia di metterne a rischio il proseguimento dell’attività sportiva e non solo, causandogli gravi menomazioni nelle movenze.
La sua società, che senza il suo campioncino si salva dalla retrocessione per il rotto della cuffia, gli è accanto e gli prolunga il contratto, come segno di fiducia e di affetto.
Lui, con l’aiuto dei dottori e della famiglia, si riprende e torna in campo, dopo parecchi mesi di stop.
Riprende esattamente da dove si era fermato: regala spettacolo e segna.
Trascina il suo team verso posizioni migliori della graduatoria, dapprima nel centro classifica e poco più tardi al quarto posto, nel 1979, allorquando mette a segno ben 15 marcature dopo un serio infortunio al ginocchio.
Dodici mesi più tardi i gol di Safet Susic sono 17 (capocannoniere del torneo e miglior calciatore dell’anno) ed il Sarajevo chiude al secondo posto, alle spalle della Stella Rossa.
Un risultato prestigioso che spalanca ai futuri bosniaci le porte dell’Europa, con la qualificazione in Coppa Uefa.


Pape ha già assaggiato il calcio che conta, ad onor del vero.
Ha infatti già esordito nella Nazionale Jugoslava, mettendosi in mostra pure a livello internazionale per classe e capacità realizzative.

Safet Susic, da giovane

Col suo club non ha fortuna in Coppa Uefa, uscendo in modo rocambolesco al primo turno contro i tedeschi dell’Amburgo.
In campionato le cose vanno ancor peggio, con una sofferta salvezza agguantata nel finale, a causa della prolungata assenza di Susic, chiamato a svolgere il servizio militare.

Il ritorno del suo fuoriclasse coincide con la risalita in classifica del Sarajevo, che nel 1982 chiude ai piedi del podio (4°) e ritorna in Cappa Uefa dove arriva sino al terzo turno, prima di essere eliminato dall’Anderlecht del bomber Vandenbergh.

Nel frattempo Safet Susic dispensa magie anche con la Jugoslavia, mettendo a segno una tripletta contro l’Italia e replicandola dinanzi all’Argentina campione del mondo in carica.
La qualificazione al Mondiale in Spagna del 1982 è diretta conseguenza di un buon periodo, per il calcio balcanico.

Nella penisola iberica gli jugoslavi non brillano ed abbandonano presto la competizione, pur sfiorando la qualificazione al secondo turno in un girone equilibrato quanto mediocre.
Susic, sebbene non al meglio, gioca tutte le gare dal primo all’ultimo minuto, facendo comunque bella figura.


Ormai Pape ha 27 primavere, è vicinissimo alla soglia minima in vigore nel suo paese negli anni in oggetto per potersi trasferire all’estero.
Per amore della sua gente e per rispetto nei confronti del Sarajevo rifiuta le pressanti avances delle grandi di casa, soprattutto del Partizan di Belgrado e, dopo aver scritto la storia del suo club e del calcio jugoslavo, decide di confrontarsi con un campionato maggiormente competitivo, valutando le tantissime offerte giunte per lui.
Le ottime prestazioni con la sua nazionale hanno difatti aumentato dismisura l’appeal del fantasista, che riflette sulla nuova destinazione.
Bayern e PSV Eindhoven si mostrano interessate.
Anderlecht e Benfica idem come sopra, con altri sondaggi provenienti da Amburgo, Dortmund e Bordeaux.
Infine, per la gioia del calciatore, ecco palesarsi le italiane.
Safet Susic sarebbe entusiasta di trasferirsi nel bel paese.
Lo sarebbe talmente tanto che arriva a firmare due contratti, quasi in contemporanea, per essere certo di non perdere l’occasione.
Uno col Torino, con il direttore sportivo dei granata, Moggi, che al termine delle feste pasquali del 1982 ne annuncia l’acquisto dopo essersi recato a Sarajevo per chiudere l’affare.
Peccato che da settimane pure l’Inter, per bocca del suo dirigente Beltrami, possegga un accordo scritto col funambolo dell’est.
Tanto per non farsi mancare proprio nulla Susic viene formalmente tesserato dagli spagnoli dello Sporting Gijon, in attesa che si svolga la kermesse iberica e che la federazione jugoslava completi l’iter per il trasferimento definitivo all’estero del giocatore.


In questo macello burocratico alla fine spunta il Paris Saint-Germain.
Torino ed Inter preferiscono non crearsi vicendevolmente problemi, defilandosi per non andare incontro a squalifiche e penalizzazioni.
Safet Susic viene interdetto dal campionato italiano per dodici mesi.
Nel nostro torneo non ci metterà mai piede, purtroppo.
Lo Sporting Gijon, invece, ha fatto praticamente da appoggio amministrativo, mentre la federazione jugoslava rallenta a dismisura le operazioni per la concessione del transfert, forse sperando in un ripensamento del ragazzo.

Jugoslavia

Nei primi anni ottanta il PSG non è ancora il colosso odierno, ma è ambizioso ed ha voglia di scalare posizioni nel calcio francese ed europeo.
Necessita di talenti veri, per riuscirci, ed anche se deve aspettare ben sei mesi per farlo esordire, dopo una estenuante trattativa riesce finalmente a mettere le mani sul fuoriclasse di Zavidovići, preso insieme al forte centrocampista argentino Ardiles, del Tottenham.

Safet Susic saluta casa a malincuore, poi si tuffa nella sua nuova esperienza con fervore e speranza.
Esordisce prima di Natale, 1982, e guida i suoi nuovi compagni al trionfo in Coppa di Francia, contro il Nantes, mettendo anche a segno un gol nell’ultimo atto della competizione.
In campionato il PSG chiude con un onorevole terzo posto, dietro ai campioni del Nantes ed al Bordeaux.

Un anno dopo il PSG gioca la Coppa delle Coppe, dove al secondo turno è la Juventus ad estromettere.
Il quarto posto nel torneo francese apre le porte della successiva Coppa Uefa, ove ancora una volta è il secondo turno a rivelarsi fatale, stavolta contro i modesti ungheresi del Videoton.

Prima dell’avventura in Uefa, Pape partecipa agli Europei che si svolgono proprio in Francia.
Nonostante una buona squadra, in cui spicca l’altro genialoide Stojkovic, la Jugoslavia disputa un pessimo torneo, abbandonando la scena al primo turno.

Per smaltire la delusione Safet Susic si rituffa nella Ligue 1 e trascina i suoi al primo scudetto vinto nella storia, precedendo i soliti Nantes e Bordeaux e facendo impazzire di gioia i suoi tifosi.

Susic, al PSG

Il trionfo invoglia il presidente Borelli ad investire pesantemente sul mercato, in vista della Coppa dei Campioni, mettendo a disposizione del tecnico Houllier un attacco fantasmagorico dove oltre al capocannoniere della stagione precedente, il senegalese Bocandé (23 gol)prelevato dal Metz, trovano spazio pure il suo vice, il forte Rocheteau (19), una delle bocche di fuoco dei parigini, ed il vice del vice, lo jugoslavo Halilhodžić (18), ingaggiato dal Nantes.
Completano il reparto lo sgusciante Xuereb, acquistato dal Lens, e l’altro senegalese Simba, preso dal Versailles.
Dietro di loro, nemmeno a dirlo, l’immancabile Safet Susic.
Con un simile reparto offensivo tutte le difese avversarie dovrebbero sudare freddo.
Invece le cose vanno in maniera ben diversa.
Il Paris Saint-Germain esce subito dalla Coppa dei Campioni, per mano dei modesti cecoslovacchi del MFK Vitkovice.
In Coppa di Francia stessa sorte contro lo Strasburgo, militante in seconda divisione.
In campionato arriva un deludentissimo settimo posto, che non vale nemmeno la qualificazione per le coppe europee.
35 gol in 38 partite, record negativo della sua storia: il flop proviene, incredibilmente, proprio dal reparto -in teoria- migliore: l’attacco.


A fine stagione Borelli è infuriato e, d’accordo col suo allenatore, rivoluziona il roster offensivo del team.
Vengono mandati via quasi tutti.
Susic resta, nonostante abbia anche lui deluso le aspettative, con sole 3 reti all’attivo (a differenza della decina circa per stagione, garantite sino a quel momento).

La musica però non cambia: Susic fa il bis (3 reti) ed il PSG scampa in extremis ad una clamorosa retrocessione.

I parigini sono troppo legati alla verve ed all’estro del loro campione.
Il quale ritrova motivazioni e forza e per un soffio non ripete il miracolo di qualche anno prima, portando il Paris Saint-Germain a sfiorare il suo secondo campionato vinto, chiudendo al secondo posto alle spalle del Marsiglia.
In Coppa Uefa il secondo turno è il solito ostacolo insormontabile, così come lo è la Juve, che si frappone nuovamente tra i francesi ed il proseguimento nella manifestazione continentale.

Un quinto ed un nono posto sono i due modesti risultati ottenuti dal PSG nelle annate successive, allorquando Safet continua a dare spettacolo ma predicando letteralmente nel buio.


Nel 1990 è tra i convocati per il Mondiale in Italia, dopo che la Jugoslavia non è riuscita a qualificarsi per la fase finale degli Europei tedeschi del 1988.
Una fortunata Argentina elimina gli jugoslavi ai rigori, ai quarti di finale.
Susic gioca bene e fa abbondantemente il suo, pure dinanzi al mito Maradona.

Susic e Maradona

Al termine del mondiale Safet annuncia il ritiro dalla sua nazionale.
Oltre 50 gettoni di presenza ed una ventina di reti, a corredo.


Un calciatore sopraffino, dotato di forza fisica e classe.
Non elegantissimo nei movimenti, forse, ma assolutamente immarcabile, quando è in giornata.
La sua celebre finta -kičma, colonna vertebrale- lo fa sgusciare tra gli avversari come fossero birilli.
Il primo dribbling è praticamente imprevedibile, la successiva progressione è devastante e le serpentine con le quali si libera dei suoi marcatori ne certificano il talento.
Tecnicamente sublime, possiede un tiro secco dalla distanza, ottimo destro e bel sinistro, con cui disegna traiettorie impossibili.
Bravo negli assist e nei tiri da fermo, è uno dei pochi calciatori a saper giostrare da centrocampista e, nel contempo, da punta.
Numeri da bomber, per un fantasista-trequartista-attaccante aggiunto che nei moduli odierni, soprattutto il celebre albero di Natale, (4-3-2-1) sarebbe oro colato.
Come lo sarebbe in un 4-2-3-1, nel tridente alle spalle della punta centrale.
Insomma: dal 7 all’11, come numeri di maglia delle epoche belle, va bene tutto.
Pure di testa è bravo, con ottimi tempi di inserimento.
Leader, capitano, stella: personalità e carisma a profusione, prescindendo dal contesto.
Pecca talvolta nella continuità, come da marchio di fabbrica per un asso del Balcani.
E la sua fedeltà ai club di appartenenza se da un lato lo ha premiato con un affetto ad imperitura memoria da parte dei suoi popoli, dall’altro gli ha preluso la possibilità di ampliare la sua bacheca, come avrebbe meritato.
Oltretutto nelle competizioni internazionali gli mancò la fortuna, non il valore.


Dopo i mondiali gioca un’altra annata a Parigi, con ottimo rendimento personale ma con la squadra che non ottiene risultati di rilievo.
A trentasei anni si sente fisicamente ancora bene e riceve qualche proposta esotica, datosi che il PSG gli ha fatto chiaramente intendere che ha intenzione di ringiovanire, con l’ingresso degli ingenti capitali del colosso televisivo Canal + ed il conseguente cambiamento nell’organigramma societario.

In scadenza di contratto accetta la corte del Red Star F.C. che gli consente di fermarsi ancora per un anno nella capitale.
Seconda serie, una stagione interlocutoria e senza acuti, che accompagna l’addio al Calcio di Pape.

Una marea di presenze e di gol tra il torneo jugoslavo e quello francese.
L’indimenticabile parabola con la maglia della propria Nazionale.
Ma, in particolar modo, una impronta indelebile lasciata nel cuore dei suoi tifosi e di tutti gli appassionati.
Al PSG, ancora oggi, è ritenuto uno dei più forti calciatori transitati in zona.


Un paio d’anni di assestamento familiare, per decidere sul da farsi.
Con la moglie Alma ed i due suoi pargoli opta per restare in Francia, sul momento.

Inizia così ad allenare il Cannes, salvo però poi ritrovarsi in Turchia per un decennio: İstanbulspor, Konyaspor, Ankaragücü, Rizespor e Ankaraspor le tappe ottomane del suo percorso, inframezzate da una fugace avventura nell’ Al Hilal di Riad, in Arabia Saudita.
Alti e bassi, senza brillare.
Nel 2009 ecco la chiamata della sua Bosnia, per un quinquennio passato a guidare la sua adorata Nazionale dalla panchina, incluso il nipote Tino-Sven, jolly di metà campo e figlio di Sead.
Dopo qualche sbandamento iniziale la squadra si è stabilizzata, raggiungendo il massimo livello della propria storia nel ranking FIFA e qualificandosi per i Mondiali in Brasile del 2014 ove, con un pizzico di sfortuna, è uscita al primo turno.
Le pessime prestazioni durante le qualificazioni ad EURO 2016 hanno portato successivamente alle dimissioni di Pape, respinte, e poco più tardi alla risoluzione consensuale del contratto tra lui e la Federazione.
L’Evian, seconda lega transalpina, gli propone la panchina e lo esonera poco dopo, per gli scarsi risultati ottenuti.
Il ritorno in Turchia è quasi obbligato: Alanyaspor e Akhisarspor imitano l’Evian, esonerando il tecnico.
Sfruttando la Coppa di Turchia vinta dal suo predecessore, con i secondi riesce a mettere in bacheca il suo primo -e finora unico- trofeo da mister, la Supercoppa di Turchia, nel 2018, contro il Galatasaray ai rigori.

Poi si ferma, in attesa di nuove peripezie ed emozioni e col Calcio sempre nel cuore e nella mente.

Safet Susic, oggi

Immancabile, nella mia -e non soltanto- collezione degli anni ottanta.

Safet Susic: talento allo stato brado.

V74



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