• Elogio della normalità

Soren Busk.

Come deve essere un difensore centrale ideale?
Quali caratteristiche dovrebbe possedere per essere considerato esemplare, o quantomeno eccellente, nell’esercizio delle proprie funzioni?

Beh, diciamo che i TOP dovrebbero essere veloci, potenti, tecnicamente adeguati, tatticamente intelligenti e via discorrendo.
Basti pensare a Nesta, Franco Baresi, Scirea, Vierchowod e tanti altri, giusto per restare ai nostri.
O a gente tipo Puyol, in grado di occupare tutte le posizioni del settore arretrato in modo divino.
Quindi, oltre alla leadership e a tutto il resto, si aggiunge una ulteriore dote: la versatilità.


Troppa grazia.
Talvolta basta un pizzico di normalità, per ottenere riscontri di livello.
Un buon difensore, decisamente versatile e dotato di buona tecnica, è stato senza dubbio il danese Soren Thomas Busk: e pensare che da giovanissimo era una promettente punta.
Invece si è trasformato pian piano in un jolly del settore arretrato: non all’altezza dei campioni succitati, intendiamoci, ma comunque solido mestierante e -prima di ogni altra cosa- tra i protagonisti di quell’indimenticabile Mondiale del 1986, in Messico.

Soren, classe 1953, nasce a Glostrup, nella periferia occidentale della capitale Copenaghen.
Da piccolino, come tutti i suoi coetanei, adora stare all’aria aperta.
In Danimarca il meteo sa essere inclemente, ma lui non ne fa un problema e si diverte un mondo a correre e giocare, pure sotto la pioggia e la neve.
Nei rigidi inverni nordici è costretto spesso a rinunciare ai pomeriggi in strada, con gli amichetti, e non vede l’ora che arrivi la primavera per tornare a divertirsi tutti i giorni.

Corre come un matto ed ha un bel tocco di palla.
Viene presto arruolato in una compagine di calcio giovanile della zona, dove si mette in mostra e segna caterve di gol.

Gli piacciono diversi sport.
Man mano che cresce in lui aumenta l’interesse per il Calcio, fino a sfociare in una vera e propria passione.
Inizia da attaccante, come detto, poi ancora giovanissimo si ritrova a muoversi da centrocampista offensivo ed a sedici anni vince il suo primo trofeo con il Søndervangskolen, il team della sua scuola.
Poco dopo entra a far parte della Under 19 del Glostrup -dove già milita da quasi un decennio, avendo svolto tutta la trafila giovanile- e ci resta per un biennio, salvo poi essere aggregato definitivamente alla prima squadra che bazzica la seconda serie locale.
Con Soren Busk c’è anche Jan Johnsen Sørensen, buon centrocampista che si vedrà in squadre importanti quali Club Brugge, Twente, Feyenoord, Ajax e che collezionerà pure diverse presenze con la casacca della Nazionale.


Soren è tosto fisicamente, segna parecchio e gioca bene, attirando l’occhio di un osservatore tedesco che segnala il profilo del danese ai dirigenti del Westfalia 1904 Herne, un piccolo club della Renania che proprio in quegli anni sta scalando posizioni nel calcio tedesco grazie ai sovvenzionamenti personali dello spregiudicato magnate Erhard Goldbach, proprietario del gruppo Goldin (distributori di benzina), che di lì a breve darà alla squadra anche il nome dell’azienda di famiglia.

Soren Busk, al Westfalia 1904 Herne

Il club raggiunge la seconda serie tedesca e Busk è un rinforzo ideale: giovane, talentuoso, posato, non eccessivamente costoso.
Goldbach gli offre uno stipendio discreto, a patto di presentarsi in Germania con una fedina al dito.
Presidente vecchio stampo, in un’era in cui gli stranieri tesserabili sono pochi, il boss del Westfalia 1904 non vuole sbagliare investimento e spinge Soren a portare all’altare la sua amata Dorrit, per far sì che arrivi in rosa sereno e senza distrazioni.
Tutto un po’ forzato, quantomeno nei tempi, ma la vita confermerà che la scelta matrimoniale è giusta.


Soren Busk si trasferisce in Germania ed ha un buon impatto col calcio teutonico.
Al primo anno agisce da trequartista e fa la sua bella figura, mettendo a segno dodici reti, con il Westfalia che ondeggia a metà classifica.
Idem la stagione successiva, con Busk che però viene schierato in difesa dallo staff tecnico, che lo ritiene più adatto a proteggere il proprio estremo difensore piuttosto che ad offendere quello altrui.
Il danese si adatta e fa il suo, con il club che nel 1979 si innalza sino al quinto posto in graduatoria, mostrando un bel calcio ed ambendo a fare il salto di categoria, l’anno successivo.
Peccato che Goldbach si sia indebitato fino al collo trovandosi costretto a fuggire all’Estero, non prima di aver nascosto una caterva di denaro, frutto di un’evasione fiscale da primato.
Sarà riacciuffato ed arrestato, ma il suo tesoro non verrà mai ritrovato.
Una vera e propria spy-story, fortunatamente senza spargimenti di sangue che negli anni settanta avrebbero richiesto l’intervento del mitico Ispettore Derrick, in arrivo da Monaco di Baviera.
Il Westfalia è comunque retrocesso per inadempienze finanziarie e Busk si ritrova di colpo sul mercato.
Essendosi disimpegnato più che discretamente nella sua avventura tedesca, dapprima da centrocampista d’attacco e poi da difensore, riceve diverse offerte.


Soren Busk è un calciatore vecchio stampo: non ha un procuratore e si affida a qualche intermediario, per trovare eventualmente una nuova squadra.
A Maastricht, nei Paesi Bassi, un altro danaroso patron vorrebbe fare della squadra locale -MVV- un club di successo.
La città è bella, la zona anche.
Busk firma un triennale e per i primi due anni tutto fila liscio, per quanto le ambizioni del team non trovino riscontri immediati, con un biennio passato nel centro classifica.
Nella terza annata le cose non vanno bene: il danese si rompe il tendine d’achille e la squadra annaspa sul fondo della graduatoria sino a due giornate dalla fine, allorquando perde lo scontro diretto con il PEC Zwolle e retrocede mestamente in seconda serie.

Con la casacca del Maastricht MVV

Soren deve rifare le valigie, stavolta in direzione Belgio.
Il Gent, club di buon lignaggio in patria, acquista il bomber Schapendonk, suo compagno nel Maastricht, ed inserisce nel pacchetto anche il difensore danese, ristabilitosi dal grave infortunio dell’anno precedente.
La trattativa tra le due società è invero lunga e complessa: olandesi contro belgi, una epica battaglia tra mercanti.
La spuntano i secondi riuscendo a concludere per la metà della cifra inizialmente richiesta dalla controparte all’AZ 67 di Alkmaar, che aveva provato inutilmente ad inserirsi nell’affare.

Gent, o Gand che dir si voglia, è una bella cittadina, come Maastricht.
Busk ne apprezza la qualità della vita e l’atmosfera molto rilassante.
Dal punto di vista calcistico ha voglia di scalare ulteriori posizioni nel calcio europeo e di essere ancora convocato dalla sua Nazionale come ormai accade regolarmente da un triennio, per quanto qualche piccolo infortunio ne abbia rallentato l’ascesa nella rappresentativa.


Partecipa da titolare agli Europei in Francia, del 1984.
La bellissima Danimarca di Sepp Piontek arriva in semifinale, uscendo ai rigori contro la Spagna e lasciando la sensazione che con un pizzico di fortuna in più i bianco-rossi avrebbero potuto davvero scrivere la storia.

Con la squadra belga invece Soren Busk riesce ad alzare un trofeo, che sarà l’unico importante della sua carriera: difatti vince la Coppa del Belgio del 1984 battendo per 2-0 in finale, ai supplementari, uno Standard Liegi decimato dalle squalifiche per lo scandalo -riguardante una gara truccata- che in quegli anni sconvolse il calcio locale.
Le altre annate sono abbastanza interlocutorie, con risultati estremamente altalenanti.
Al termine dell’ultima, nel 1985, il massimo responsabile della società va incontro a seri problemi di salute e deve farsi da parte.
Il Gent non smobilita, ma è costretto a cedere alcuni elementi.

Busk torna a Maastricht, nel frattempo nuovamente in Eredivisie.
Il danese gioca un ottimo torneo, però non basta ad evitare un’altra retrocessione degli olandesi.

Il Mondiale del 1986 in Messico vede Soren Busk ancora una volta tra gli inamovibili della sua rappresentativa.
I danesi giocano un gran calcio, vincono il proprio girone a punteggio pieno battendo anche la fortissima Germania Ovest, futura finalista, poi crollano contro la Spagna di uno scatenato Butragueno che massacra inesorabilmente chiunque abbia l’ardire di sfidarlo nell’uno contro uno, Busk incluso.
Gestendo le proprie forze e ragionando sul calendario avrebbe potuto certamente far meglio, ma la Danish Dynamite è così: non fa calcoli, ci mette sempre il cuore, spinge al massimo ovunque e comunque.
Bisogna sottolineare che i centrali danesi fanno quasi cento anni in tre, mentre le punte spagnole, oltre ad essere naturalmente meno macchinose e più scattanti, mettono a referto una trentina di annate in meno, di differenza.
Non è poco, tutt’altro.
Nel tempo il C.T. Piontek ha dovuto lavorare duro, per trasmettere professionalità e concentrazione ai suoi.
Ma i risultati gli danno ragione, quantomeno ragionando sull’emotività che la squadra riesce a trasmettere a tutti gli appassionati di Calcio.
La sua Danimarca non alza trofei (lo farà anni più tardi), vero, ma è nel cuore dei calciofili di tutto il pianeta.


Soren Busk è uno degli intoccabili capisaldi del gruppo.
Agisce solitamente da centrale di difesa in coppia con il compagno di reparto Nielsen.
Alle loro spalle il regista arretrato Morten Olsen e davanti a loro una buona diga di centrocampo, col motorino Lerby a coordinare i reparti, e tanta qualità offensiva grazie al potente Elkjaer, al talentuoso Laudrup, al bomber Eriksen, al tecnico Molby, all’imprevedibile Arnesen, al polivalente Berggreen, allo sgusciante Olsen ed al funambolico Simonsen.

Con la Danimarca

Un difensore completo che generalmente si occupa del primo bomber avversario agendo da stopper, ma che è in grado di giocare da terzino destro (spesso), da terzino sinistro (abbastanza spesso) e da libero (più raramente), qualora necessario.
Non è un leader conclamato, quanto piuttosto una personalità forte che sa farsi rispettare e che non abbisogna di imporsi con la forza, per riuscirci.
Lega con tutti i compagni, è corretto in campo -in primis con gli avversari- e gioviale fuori, pur non possedendo il carisma e la spiritosaggine di alcuni suoi sodali.
Rispetta le decisioni degli allenatori e col suo impegno sa farsi voler bene dai tifosi.
Segna diverse reti, sfruttando un fenomenale stacco di testa.
Soffre gli attaccanti rapidissimi: non è uno scattista, infatti, pur essendo dotato di un fisico asciutto e longilineo che nella maggior parte dei casi gli consente di recuperare sulla progressione, se viene saltato sul primo dribbling.
In area di rigore è deciso e pragmatico.
È soggetto a qualche infortunio di troppo e, probabilmente, frena eccessivamente il proprio istinto, limitandosi al compitino anche quando avrebbe la possibilità di andare oltre.

Il fatto di aver giocato ad inizio carriera in attacco e poi a centrocampo, come accaduto anche per Morten Olsen (libero), Nielsen (stopper), Andersen (terzino sinistro) e Sivebæk (terzino destro), è un fattore decisivo che troppe volte viene tralasciato quando si narrano le mitiche avventure del gruppo danese.


A fine mondiale Soren Busk è cercato da varie compagini del vecchio continente.
Lui firma per il Monaco, in Francia, dove trova anche Lerby.
Inizio non esaltante e poi un crescendo sino all’ottimo finale di stagione che porta il Monaco a sfiorare la qualificazione per le coppe europee.
Il difensore danese lascia un’ottima impressione, venendo indicato come terzo nella graduatoria dei migliori elementi del torneo.
La società del Principato acquista poi Battiston, dal Bordeaux, e per questioni di tesseramento degli stranieri decide di liberare Busk, invitandolo a trovarsi una nuova squadra.

Soren Busk, al Monaco

Qualche giorno e a casa dei genitori squilla il telefono.
I cellulari ancora debbono essere inventati, quindi è l’unico modo che un signore trova per rintracciare Busk, ormai allontanatosi dalla Francia e sulla via del ritorno verso casa.
I genitori invitano l’interlocutore a richiamare il giorno dopo.
Soren risponde e all’altro capo del telefono si presenta nientepopodimeno che Johan Cruijff.
Sì, proprio lui, che nel 1987 allena l’Ajax ed è in cerca di un buon difensore che possa garantirgli esperienza e affidabilità.
Non può assicurare la titolarità, però.
Soren Busk è alquanto emozionato, ringrazia il Mito olandese per l’offerta e gli spiega che soltanto qualche anno prima sarebbe andato a piedi, ad Amsterdam.
A trentaquattro anni non se la sente di fare la riserva, pure per le difficoltà alle quali andrebbe incontro entrando in forma lentamente e giocando solo di rado.
Vuole essere presente nel gruppo che parteciperà agli Europei in Germania, dodici mesi dopo, e cerca un progetto che gli possa garantire maggiore spazio.

Lo trova a Vienna, grazie ad un ricco industriale austriaco che abita a Montecarlo e che gli trova un ingaggio nel club più antico del paese, il Wiener Sport-Club.
Una striminzita salvezza, raggiunta in extremis, fa da apripista per un Europeo che la Danimarca gioca malissimo perdendo con Spagna (una maledizione!), Germania Ovest e Italia, abbandonando quindi la competizione al primo turno.


Soren parte titolare, poi perde il posto dopo la sconfitta con la Spagna e si accomoda in panchina nelle restanti due gare.
A fine torneo saluta la sua amata Nazionale, della quale è stata una colonna per una decina di anni, e, con oltre sessanta gettoni di presenza a corredo si accomiata da un gruppo di amici e di matti che gli resteranno sempre sotto pelle.

Chiude la carriera di calciatore due anni più tardi con un paio di stagioni disputate nel piccolo Herfølge, società danese di prima serie.
Gli infortuni continuano a non dargli tregua e Soren Busk decide di fermarsi a quasi trentasette anni.


Con la sua Dorrit ed i due figli (un maschietto, che oggi lavora negli USA, ed una femminuccia, che anni più tardi ha sposato un ex calciatore) organizza il suo futuro.
Per un po’ lavora come direttore tecnico, collaborando con una squadra di zona.
Si accorge presto che il calcio giocato è diverso da quello operato dietro la scrivania e opta per una carriera da dirigente sì, ma nella multinazionale Select.
Produce palloni per vari sport (evidentemente è DNA) e diventa uno dei massimi esponenti dell’azienda.
Va in pensione dopo una trentina d’anni e si gode gli affetti di famiglia (nipotini in primis) e la sua bella casa con vista sul porto di Copenaghen.
Gioca spesso a tennis, un paio di volte a settimana si reca in palestra con la moglie e si tiene in splendida forma.
Segue sempre il calcio e qualche partitella non manca di farla, talvolta con l’amico Morten Olsen e con altre vecchie glorie danesi.
Il giorno dopo gli acciacchi si fanno sentire, ma Soren è un uomo estremamente intelligente e sa come gestirsi, non trascurando quella parte emozionale che, ancora oggi e dopo tanti anni, lo fa sentire innamorato del suo sport preferito.

Soren Busk, oggi

Una carriera con pochi trofei in bacheca, anche perché un tempo vi erano limiti al tesseramento degli stranieri ed arrivare a conquistare un posto nelle squadre di vertice era abbastanza complicato.

Soren Busk non è stato un campione, l’abbiamo ribadito, ma è uno di quegli elementi che in una rosa di una squadra di pallone ci starebbe sempre bene.
Ha fatto parte di una Danimarca indimenticabile ed è stato uno dei migliori difensori del Mondiale 1986, il più divertente di sempre.
E vi pare poco?

Soren Busk: l’elogio della normalità.

V74

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