• A tutta fascia…

Nel mio Resto del Mondo ideale giocherei a tre, in mezzo: Xavi, Matthäus, Iniesta.
Sto già sbavando, un attimo che mi ripulisco.
Tutto ok.
Proseguiamo.
Nel caso optassi per un modulo di centrocampo a 4 toccherebbe trovare spazio a personaggi come Veron, Jugovic, Nedved e tanti altri ancora.
A sinistra andrebbe però Soren Lerby, in ballottaggio con lo spagnolo Gordillo.

Søren, scritto come da copione anagrafico, nasce a Copenaghen nel 1958.
Ha sangue calcistico che gli scorre nelle vene: il padre, Kaj, ha disputato vari tornei in patria, anche a buoni livelli, tanto da essere convocato nella Under 21.
Non raggiungerà mai la Nazionale A, però.
Ci penserà il suo erede maschio a consegnare il cognome di famiglia alla Storia del Calcio.

Soren mostra sin da piccolino le stigmate del professionista: fisico longilineo, asciutto, resistente.
Corsa potente, instancabile, fluente.
Carattere forte, tenace, risoluto.
Serietà massima, inoltre, in una fase di crescita che vede i suoi coetanei ancora giocare con gli orsacchiotti (io lo faccio ancora oggi, lo confesso per correttezza, ma è un’altra storia).
Frequenta le scuole superiori con il minimo di entusiasmo sindacale richiesto e lavoricchia in una tipografia di zona, part-time, per aumentare la paghetta settimanale.
Maturo, talentuoso e determinato, viene quindi considerato un predestinato ed a 16 anni è già nel giro della prima squadra del Fremad Amager, un piccolo club che nei dintorni della capitale fa parlare di sé e sulle ali dell’entusiasmo arriva in prima serie.
Non durerà molto, in altura.
Il tempo necessario a mettere in mostra i suoi gioielli, in special modo il laterale sinistro Lerby (si, lui) ed il centrocampista offensivo Arnesen.
La Federazione Danese non ha ancora perfezionato il passaggio al professionismo, quindi i migliori prospetti tendono ad abbandonare la patria alla prima offerta sensata.
Soren è già nel giro della Nazionali di categoria, sin dagli esordi nelle giovanili del Taastrup FC che gli hanno regalato la convocazione nella Under 17.
Il santone Rinus Michels, appena tornato sulla panchina dell’Ajax di Amsterdam ed intenzionato a rilanciare i lancieri per riportarli ai fasti del passato dopo la recente partenza del fuoriclasse Cruijff, cerca elementi giovani, ambiziosi, versatili.
Un sostanzioso assegno al Fremad, un contributo alla Federazione scandinava, come da prassi, ed Arnesen e Lerby salgono sul treno per i Paesi Bassi.
Il secondo è giovanissimo e non ha ancora un ruolo ben definito: autentico jolly, viene schierato come laterale destro, poi sinistro, talvolta da centromediano ed, in un paio di casi, come difensore centrale.
Da laterale copre l’intera fascia, per quanto l’allenatore tenda a vederlo maggiormente come offensivo, per caratteristiche intrinseche.
Nel giro di qualche mese Lerby diventa una colonna della squadra e lo sarà per otto stagioni, contribuendo a ben cinque vittorie in Eredivisie ed a due successi nella Coppa Nazionale.
Indosserà anche la fascia di capitano e si imporrà tra i migliori elementi della sua generazione, specializzandosi come laterale di fascia sinistra e continuando a disimpegnarsi pure altrove, quando richiesto dai suoi tecnici, tra i quali spicca un altro guru della panca, lo jugoslavo Ivic.
In Europa poche soddisfazioni, tranne che nella stagione 1979-80, allorquando il danese diventa capocannoniere in Coppa dei Campioni e trascina i suoi fino alla semifinale persa con il Nottingham Forest, che poi vincerà il trofeo.
Un exploit clamoroso, che pone il biondino al centro delle attenzioni di mercato dei più importanti club europei.

Da diversi mesi Lerby ha inoltre esordito in Nazionale maggiore -dopo l’esperienza in Under 19 ed un breve passaggio nella Under 21- e diventa presto uno dei protagonisti della “Danish Dynamite” che più tardi impressionerà il mondo del calcio per forza fisica e qualità tecnica.
Agli inizi degli anni 80 parecchie società di rango si interessano a lui.
L’Ajax è un club di assoluto prestigio, ma un gradino sotto altre realtà come Real Madrid, Barcellona, Liverpool o Bayern Monaco, per dire.
E sono proprio i tedeschi a mettere nel mirino l’eclettico danese: i dirigenti bavaresi si recano a visionarlo in una gara di Coppa, con lo staff tecnico presente al gran completo.
Ed è proprio il mister Csernai, ungherese, a manifestare le maggiori perplessità sull’acquisto del danese.
Lerby gioca malissimo, quel match, ed il Bayern, dopo una stagione a dir poco deludente in relazione alle solite aspettative dei biancorossi, necessita di certezze per tornare ai vertici nazionali ed internazionali nella annata successiva.
Nel dopo partita Csernai si riunisce con la sua dirigenza e comunica di non essere affatto convinto dell’acquisto.
Lerby, come da accordi presi in precedenza ed ignaro della cosa, si presenta nella hall dell’albergo dove la comitiva tedesca avrebbe passato la notte.
Ed è a quel punto che il folcloristico ed imprevedibile presidente del Bayern, Willi Hoffmann, si alza in piedi e dà il benvenuto in squadra al giocatore, scatenando la sorpresa del suo allenatore e degli altri dirigenti.
Sarà una scelta tanto istintiva quanto azzeccata.
Csernai non concluderà nemmeno la stagione sulla panchina tedesca, mentre Lerby disputerà tre ottime stagioni con la maglia del Bayern, che investe nel suo cartellino oltre due milioni di marchi in base ad una clausola rescissoria presente nel contratto stipulato da Soren con l’Ajax.
A Monaco va a sostituire la leggenda Breitner, ritiratosi, e si ritrova ad essere allenato da Udo Lattek, tornato in città per tentare di riconquistare trofei e gloria.
A livello internazionale le cose non andranno benissimo, ma nel triennio teutonico Lerby conquista due campionati e due Coppe di Germania, che vanno a rimpinguare il suo già discreto palmares.
Dal secondo anno in poi trova al suo fianco Lothar Matthäus e per gli avversari son volatili per diabetici.

Il danese si dimostra calciatore completo e dal rendimento costante, in Germania come nelle sue altre esperienze.
Ha corsa, capacità di inserimento, concentrazione.
Coraggioso nel tackle, abile nella marcatura.
Con la sua andatura arrembante ara letteralmente la fascia e si accentra con frequenza, agendo sia da laterale che da intermedio.
Duttile e grintoso, se la cava in tutti i ruoli del centrocampo, nonché in difesa e, nel caso, come attaccante esterno.
Ottimo tiratore di punizioni ed affidabile rigorista, col suo mancino secco e preciso mette a segno un buon numero di reti e riesce a fornire parecchi assist ai compagni.
Inoltre va sempre a raddoppiare con lucidità sull’avversario, mostrando generosità e presenza tattica.
Più avanti, negli ultimi anni di carriera, gioca spesso da libero e da regista, avvalorando la sensazione pressoché generale di trovarsi dinanzi ad un professionista di grande spessore.
Calzettoni abbassati e rigorosamente senza parastinchi in modo da poter essere riconoscibile agli occhi della madre ipovedente, maglia numero 6 sulle spalle e falcata fluida e decisa: queste le caratteristiche estetiche che restano impresse nella memoria dei tifosi e degli addetti ai lavori che hanno la fortuna di vederlo in azione.
Poco soggetto ad infortuni gravi per gran parte della carriera, evidenzia qualche limite di carattere tecnico che in verità riesce perfettamente a mascherare con tutte le doti di cui sopra.

Ai Mondiali Messicani del 1986 impressiona critica ed appassionati con la sua Danimarca.
Sia prima che dopo, beh, parecchi risultati altalenanti: dall’ottimo Europeo disputato in Francia -semifinale persa in modo rocambolesco contro la Spagna- fino al brutto torneo continentale giocato nel 1988 in Germania, che segnerà praticamente la fine del rapporto di Soren con la sua Nazionale.
Bottino di tutto rispetto: 67 presenze, la maggior parte con la maglia numero 6 sulle spalle, e 10 gol.

Nel frattempo altri accadimenti hanno visto la luce nella vita del ragazzo: innanzitutto il suo passaggio da Monaco al Monaco.
Eh si, perché il Bayern lo cede ai francesi di Montecarlo, nel 1986.
Da qualche anno Soren ha condotto all’altare la cantante ed attrice olandese Willeke Alberti: lei è al suo terzo tentativo matrimoniale, lui al primo.
Il figlio, chiamato Kay come il nonno, ha soltanto quattro anni quando partono, tutti insieme, alla volta della Francia, dove trovano il connazionale (di Lerby, chiaramente) Busk ed una squadra in fase di ricostruzione.
Il Monaco termina alle spalle delle prime, sfiora la qualificazione nelle Coppe Europee e gioca un buon calcio.
Lerby fa ampiamente il suo, con un buon contributo di presenze ed alcune reti.
Non si ambienta benissimo, però, e decide presto di cambiare aria.

Da Eindovhen arriva la chiamata del PSV di Gus Hiddink, orfano di Gullit -appena ceduto al Milan- ed intenzionato a giocarsi le sue carte con un gruppo esperto e coeso, per la maggior parte composto da elementi olandesi con l’aggiunta di un blocco danese (oltre al nostro vi sono Heintze, Nielsen ed Arnesen).
Il ricongiungimento con quest’ultimo, suo fraterno amico, è la molla che riporta Soren nei Paesi Bassi.
Lerby apporta massicce dosi di carattere e forza fisica alla squadra ed il PSV vince campionato, Coppa Nazionale e, sorpresa ed al termine di una calcisticamente inguardabile finale contro il Benfica, addirittura la Coppa dei Campioni.
Il fortissimo ed atipico libero Ronald Koeman, strappato in estate all’Ajax, ed il capitano Gerets, belga, sono anch’essi degni di menzione in un team che si issa sul tetto d’Europa per la prima -ed al momento unica- volta nella propria storia.

Un altro campionato vinto, l’anno dopo, ed un terzo perso in volata, nel 1990.
Con sole 32 primavere sulle spalle Soren inizia a riflettere se appendere o meno i fatidici scarpini al chiodo.
Durante la permanenza al PSV ha subito un clamoroso arresto, per una oscura vicenda di fondi neri risalente al periodo in cui militava nell’Ajax.
È stato corteggiato dalla Juventus, che per voce del suo patron Agnelli avrebbe voluto portare a Torino sia lui che Koeman, affare sfumato per le eccessive richieste dei mercanti orange.
Ha iniziato, soprattutto nella ultima fase, a mostrare segni di usura fisica, agendo da libero e da centromediano-regista e risparmiando quindi fiato rispetto alle usuali propulsioni della fascia.
Ha, top del top, vinto la Coppa dei Campioni.
“In fondo può bastare così”, pensa.
Un atroce dolore alla gamba, a causa di un’artrite cronica, lo tormenta da mesi e lo asseconda nella scelta.
Declina alcune proposte provenienti da squadre tedesche di media caratura e da un paio di club danesi e si ritira.

Protagonista di una delle migliori nazionali danesi di sempre.
Vincitore di trofei importanti.
Allenato da tecnici di straordinario valore.
Soren Lerby è stato uno dei migliori interpreti della sua generazione.
Ed un recordman, sebbene in condivisione.

Eh si, perché ai tempi della sua militanza nel Bayern il biondino fu in grado di giocare due gare ufficiali nella stessa giornata.
A metà novembre del 1985 va in campo nel pomeriggio con la sua Danimarca, a Dublino, in un match di qualificazione ai Mondiale del 1986, contro l’Irlanda.
Netta vittoria per 4-1 e Lerby e compagni sono ufficialmente qualificati per la kermesse intercontinentale.
Soren esce dal campo sul 3-1, a mezzora dal termine.
Una veloce doccia e via in aeroporto, a prendere un volo privato per la Germania e sfruttare il margine derivante dal diverso fuso orario tra luogo di partenza e punto di arrivo.
Una spericolata corsa sulla fuoriserie di un dirigente, un ingorgo imprevisto nei pressi dello stadio che costringe il centrocampista a tirare fuori dal portabagagli il suo “sacchetto” e correre a piedi verso la struttura.
Eccolo pronto a scendere nuovamente sul terreno di gioco in serata con la sua squadra di club, che affronta il Bochum.
Il mister, Lattek, ha già ufficializzato la lista.
Lerby è in panca, entrerà dopo l’intervallo.
Il Bayern vincerà la Coppa, mesi dopo.
E si ripeterà nello specifico con un altro suo tesserato, ancora per una partita di Coppa di Germania contro il Borussia Mönchengladbach che vedrà Mark Hughes in campo a Monaco nella medesima giornata, dopo che quest’ultimo era sceso in campo poche ore prima a Praga in un incontro tra il Galles e la Repubblica Ceca, valido per le qualificazioni ai Campionati Europei del 1988.

Storie calcistiche che difficilmente si ripeteranno in futuro, per tutta una serie di ragioni.
Tornando a noi, Lerby decide di diventare allenatore, dopo aver concluso il suo percorso da atleta.
Studia, si prepara adeguatamente, passa gli esami per il patentino di primo livello e dopo soli pochi mesi, con un grandissimo colpo di fortuna, si ritrova seduto sulla gloriosa panchina del Bayern Monaco, proprio la sua ex squadra, che arranca in campionato e che decide di esonerare Jupp Heynckes.
Uli Hoeness, storico dirigente ed amico di Soren, punta sul danese per rimettere in carreggiata i suoi ragazzi.
Sarà lo stesso manager a raccontare che durante l’incontro di presentazione, allo scandinavo tremavano letteralmente le gambe.
Pessimi risultati in serie, compresa una roboante eliminazione in Coppa Uefa contro i modesti danesi del B 1903, e Lerby saluta la compagnia in men che non si dica, prendendo atto che il mestiere di allenatore non fa per lui.
Ha personalità, carisma, competenza.
Però soffre lo stress e tende a subirne conseguenze nervose di notevole impatto.

Ha un fugace e poco passionale flirt col settore gastronomico, poi si rimette sui libri ed ottiene la qualifica di agente sportivo.
Ha gestito e gestisce tuttora nomi importanti, viaggia in continuazione e con la sua nuova compagna Arlette, sposata dopo aver ottenuto il divorzio dalla prima moglie, si occupa anche di investimenti finanziari, oltre ad attenzionare Clarine e Christian, gli altri suoi due eredi che, a differenza del padre, sono entrambi patiti di tennis.

Un personaggio a tutto tondo, insomma.
Che prima di ogni altra cosa è stato un solido e dinamico cursore di centrocampo, buono per tutte le stagioni e col DNA da vincente.

Søren Lerby: uno dei miei preferiti.

V74

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