- Trasparente
Soren Skov
Con la riapertura delle frontiere, nei primi anni ottanta, sono sbarcati nella penisola parecchi fuoriclasse.
Insieme a questi ultimi sono giunti dalle nostre parti pure un bel po’ di “bidoni”.
Il web abbonda di accurate descrizioni sia dei primi che dei secondi, ovviamente.
A parer mio uno dei migliori esempi di catorcio calcistico dell’epoca è rappresentato dal danese Skov, che fu acquistato dall’Avellino nella calda estate del 1982, quella del post Mondiale che ci vide trionfare in Spagna.
Un attaccante che non segna manco con le mani, che trova notevoli difficoltà di ambientamento, che confessa di non amare gli allenamenti e che ammette di volersene andare prima di subito.
Per non parlare delle chiacchiere di paese sulla sua bella signora e delle lamentele dei tifosi, che si aspettavano un giocatore in grado di fare la differenza ed invece si ritrovano dinanzi ad un impresentabile punta senza speranza.
Ci sono tutti gli elementi, ma proprio tutti, per alzare al cielo il trofeo di oggetto misterioso, per non usare terminologie di ben altra natura.
E dire che le premesse lasciavano presagire speranze di tutt’altro genere.
O forse no.
No, a pensarci bene direi di no.
Søren Skov, con laø danese che noi rendiamo ischitana per comodità di scrittura e per quieto vivere, viene al mondo nel febbraio del 1954 a Nyborg, Danimarca centrale.
Ho girato abbastanza il paese nordico, ma non sono mai stato in questa cittadina, dove invece il piccolo Soren trascorre tutta la sua infanzia.
A scuola va bene e si diletta in diversi sport.
Il prediletto è quello che vede un pallone bramato e combattuto da ventidue matti in pantaloncino e maglietta.
Soren ama giocare a calcio, per quanto non si diverta particolarmente ad allenarsi.
Fa parte di una squadretta del suo quartiere ed è un attaccante interessante, alto e veloce.
Segna spesso e viene preso nel Nyborg BK, il club del suo luogo natio, che milita nella terza divisione nazionale.
Skov per un paio di anni disputa i campionati giovanili: quindi viene inserito in prima squadra, esordendo appena sedicenne e mettendosi immediatamente in mostra come punta rapida e prolifica.
Un triennio dopo il giovane passa all’Odense BK, che a metà degli anni settanta milita in seconda serie.
Si sale di livello, ma Soren Skov non ne risente affatto e continua a cavarsela più che dignitosamente (19 reti) pure nella sua nuova squadra, in cui ottiene la promozione in prima divisione danese e sfiora la vittoria della Coppa di Danimarca, sotto la guida del futuro tecnico della Nazionale, Moller Nielsen.

Nello stesso periodo il danese viene convocato nella Under 21 del suo paese, dopo aver messo a referto un paio di match nella Under 19, tre anni prima.
La vetrina internazionale lo pone al centro dell’attenzione di alcune compagini tedesche, olandesi e belghe.
Un’offerta ufficiale gli viene recapitata dal St. Pauli, società di seconda divisione che ha sede nell’omonimo quartiere di Amburgo.
Soren l’accetta volentieri, non allontanandosi troppo da casa e, nel contempo, avendo l’opportunità di confrontarsi con strutture professionistiche e in ambienti calcisticamente caldi e passionali.
Il St. Pauli lotta per non retrocedere e centra l’obiettivo, con Skov che esordisce con la sua nuova maglia a dicembre del 1975 segnando due reti nelle prime tre gare.
Poi rallenta decisamente il ritmo, ma contribuisce con altri due gol e con molto impegno al buon esito finale della stagione del suo team.
In estate gli amburghesi ingaggiano il tecnico Ferner dal Wuppertaler SV.
Insieme a lui, dallo stesso club, ritorna il bomber Gerber, che con le sue reti (27) trascina il St. Pauli alla vittoria del campionato, conquistando la massima serie tedesca.
Soren Skov, con un buon bottino di sette reti, si mette al servizio del compagno e timbra una importantissima promozione che, per assurdo, lo spinge altrove.
Perché sulla attaccante danese piomba il Cercle Brugge, prima divisione belga, che con un succulento contratto triennale convince il ragazzo a trasferirsi nelle Fiandre.
Amburgo è una citta affascinante, senza alcun dubbio.
Brugesè più sfiziosa, a misura d’uomo.
Nel Cercle il buon Skov non ha un impatto propriamente devastante, tutt’altro.
Segna appena tre gol e il suo team retrocede in seconda serie.
I belgi provano a disfarsi della punta danese, proponendolo in Danimarca, Germania ed Olanda.
Nessuno è interessato e così Soren resta in rosa, riuscendo a fornire un buon contributo alla pronta risalita dei suoi in prima divisione, vincendo il campionato.
Riconfermato per la terza stagione prevista dal proprio contratto, Soren inizia a carburare e si guadagna un ulteriore prolungamento biennale dell’accordo col Cercle che, seppur con qualche patema, mantiene la categoria anche grazie alle reti del danese.
Quest’ultimo, nell’annata 1981-82, è letteralmente immarcabile e mete a segno ben ventitré gol in trentatré match.
Un exploit che mette il nordico nel mirino di club importanti.

Il campionato belga non è il più tosto del pianeta, certo.
Però nella classifica dei cannonieri ci sono, in ordine:Vandenbergh, Skov ed Elkjær.
Cioè uno che ha vinto laScarpa d’Oro-e che fa incetta di premi- ed un altro che di lì a breve arriverà dapprima terzo e poi secondo nella graduatoria delPallone d’Oroed andrà a vincere loScudetto col Veronadopo averlo già vinto in Germania, con il Colonia.
In mezzo a loro Soren Skov, che il C.T. della Danimarca, il tedesco Piontek, non può ignorare.
Difatti lo convoca per un’amichevole contro la Svezia e, subito dopo, per due incontri nei quali la Danimarca fa da sparring partner ad Austria e Belgio, in vista delCampionato del Mondo del 1982.
Insieme a lui ci sonoArnesen, Elkjaer,Lerby, Olsen,Nielsen, Bertelsen, Lauridsen, Qvist,Sivebaek.
Giusto per capirci.
Tre presenze che certificano la forza calcistica di Skov, oggetto delle attenzioni di parecchi club europei.
Sullo scandinavo, però, ha già da tempo posato gli occhi l’Avellino: il presidente irpino Sibilia ha incassato due miliardi di lire per la cessione di Juary all’Inter ed ha già reinvestito oltre metà della cifra per assicurarsi il peruviano Barbadillo.
Affari conclusi con discreto anticipo sulla concorrenza, come da prassi per una società abituata a muoversi prima per spendere meno.
Il patron del Lupi offre trecentocinquanta milioni al Cercle Brugge per accaparrarsi il cartellino del danese.
I belgi ne chiedono ottocento.
Si chiude a cinquecento, con Skov che firma un triennale a duecentocinquanta annui, più premi e benefit vari.
Poche settimane prima del Mondiale, insieme ai compagni di squadra della Danimarca, partecipa ad un gioco nel quale provare ad indovinare chi sarà a trionfare nella kermesse iberica.
Soren è l’unico ad indicare l’Italia, come vincente.
Magari per accaparrarsi la buona sorte, chi lo sa.
Sta di fatto che azzecca il pronostico, altroché.
Al termine della rassegna internazionale, che il danese vive ovviamente da spettatore, Soren Skov, sposato con la bella Martine, sale sull’aereo per Roma e poi raggiunge la Toscana, dove l’Avellino del nuovo tecnico Marchioro è in ritiro.
Si mette a disposizione del mister ed inizia a studiare l’italiano, allenandosi con la lettura dei giornali e con l’aiuto di un insegnante di sostegno.
Ragazzo serio e posato, in una intervista spiega di non essere sorpreso dal poco clamore circolato sul suo nome, essendo conscio di non possedere un curriculum internazionale di rilievo.
Confessa di voler sorprendere tifosi ed addetti ai lavori a suon di gol ed ammette -candidamente, da aspirante suicida- di non amare gli allenamenti ed i ritiri.
Mi piace tantissimo giocare a calcio, sin da bambino.
Soren skov
Invece odio allenarmi.
Lo so, un calciatore deve necessariamente mantenersi in forma e migliorarsi, mediante il lavoro settimanale.
Io, da professionista, non faccio eccezione.
Mi pagano per questo e mi impegno al massimo, ogni giorno.
Però non chiedetemi di essere felice di fare giri di campo o test atletici.
Sarei ipocrita e bugiardo nel rispondere di sì e non è questa la mia indole.
Piuttosto sono un buon goleador.
In Italia difficilmente potrò ripetere i numeri del passato, qui i difensori sono arcigni e concentrati.
Ma sono ambidestro e anche di testa me la cavo bene.
Una dozzina di reti potrei riuscire a realizzarle, perché no?
In effetti la sincerità non gli fa difetto, ecco.
Troppa.
Probabilmente pure l’autostima tocca picchi sui quali ci sarebbe da discutere.
Soren è comunque entusiasta dell’avventura avellinese.
Nelle prime amichevoli estive timbra alcuni gol ed al telefono, con la consorte, è felicissimo, poiché rivede gli esordi della precedente annata, allorquando dopo aver segnato molto nel ritiro estivo non si è mai più fermato, neanche in campionato, meritandosi la convocazione in Nazionale e la chiamata dell’Avellino.

“Chi ben comincia è a metà dell’opera“, pensa.
E continua ad esserne convinto, dopo aver segnato alla Lazio ed al Napoli, in Coppa Italia.
L’Avellino di Marchioro è una compagine compatta ed equilibrata, con buoni calciatori in rosa: Barbadillo, Vignola, Tacconi, Tagliaferri,Favero, Di Somma, Limido, Centi, Osti, Ferrari.
Un buon mix tra alcuni elementi di qualità e diversi altri di sostanza.
In campionato l’inizio è però alquanto mediocre e così Marchioro viene esonerato e sostituito da Veneranda, che preferisce Bergossi a Skov.
Il danese è ospite fisso in panchina, dopo le prime gare da titolare pressoché inamovibile con il precedente allenatore.
Un trauma, per l’ex Bruges.
Che fiuta l’aria e chiede la cessione nel calciomercato di riparazione autunnale.
Il problema è che non ci sono offerte, per lui.
Zero.
Il danese rinasce in primavera, in quella Coppa Italia che evidentemente gli porta bene.
Segna due gol alla Roma (a breve Campione d’Italia), anche se l’Avellino esce dalla competizione proprio con i giallorossi, agli ottavi di finale.
Ma in campionato è un corpo estraneo in una compagine che con un bel girone di ritorno si salva con discreta rilassatezza ed inizia a programmare con grande anticipo, as usual, l’annata seguente.
Soren Skov non fa minimamente parte dei progetti avellinesi.
Sibilia, che ha visionato la punta scandinava in videocassetta prima di convincersi ad investirci su moneta sonante, prova a spedire il reperto in giro, sperando in un pollo che sia disposto a ripetere le sue gesta.
L’enorme visibilità del torneo tricolore, il migliore al mondo all’epoca, non permette fregature in uscita.
Magari in entrata, certo.
In uscita no, è praticamente impossibile.
L’unica possibilità/speranza è che a Skov si possa interessare qualcuno da Danimarca, Germania o Belgio.
Ossia da luoghi in cui il danese è già transitato, cavandosela più o meno discretamente.
Attaccante filiforme e sgusciante, Soren Skov ha buon fiuto della rete e, se è in fiducia, gioca con buona continuità di rendimento e segna con ottima frequenza.
Ha un tiro secco e preciso ed è un buon opportunista.
In area si fa valere, soprattutto di testa, ed è resistente nei contrasti, se sottoposto a marcature feroci.
In avanti può agire da centravanti classico, ma è ancora più bravo come seconda punta, magari accanto ad un bomber vero e proprio.
Perché il danese, al netto di periodi straordinari, non è un cannoniere indiscusso.
Inoltre, se la Luna è storta e non avverte la stima dell’ambiente circostante, ilpunteroscandinavo tende ad adombrarsi ed a fornire prove non all’altezza.
Il suo notorio disamore per gli allenamenti è la riprova di quanto sottovaluti determinati aspetti che nel calcio moderno sono fondamentali.
Il resto lo racconta e lo fa la serie A degli anni ottanta.
Troppo alto, il livello, in certi casi.
Semplicemente troppo, al netto della ricerca di bidoni, gossip e pruriti vari.
Sia quel che sia Sibilia trova l’accordo con l’argentino Diaz, attaccante di ben altro spessore rispetto al danese, e si affida alla fervente preghiera per la cessione di Soren, che ad un certo punto pare vicino al ritorno in Belgio (Lokeren edAnversa).
Un paio di richieste giungono dal Saint-Etienne (Francia) e dal Lucerna (Svizzera), senza che si riesca a chiudere l’affare.
Infine, dalla Germania, è l’Hertha Berlino a farsi avanti.
I dirigenti berlinesi si ricordano di quel giovane che ha vinto un campionato di seconda divisione con il St. Pauli e che poi è andato a far faville in Belgio, migliorando il proprio score anno dopo anno fino a meritarsi la chiamata dal Bel Paese.
Non è andata come sperato, soprattutto sul manto verde, anche se Soren ha visto più sole in Irpinia che nei suoi precedenti ventotto anni di età, ha mangiato in maniera divina e, quando possibile, ha bevuto vini che altrove manco in cartolina.
SuBerlinoio poi non faccio testo, amandola alla follia.
Soren Skov ci arriva a metà anni ottanta, in una fase storica particolare ed in una squadra che rispecchia l’atmosfera decadente che si respira in giro, datosi che l’Hertha è da poche settimane retrocessa nel secondo livello del calcio tedesco.
Dopo Amburgo e Bruges (Avellino è super per altre ragioni) la vita calcistica porta il danese in un’altra città affascinante, per quanto non nel periodo migliore della propria epopea, come detto.

Insieme al connazionale Rasmussen, colonna della Nazionale, Soren prova a riportare l’Hertha in Bundesliga.
La squadra è però modesta e non riceve nemmeno un grande supporto dalla tifoseria, in contrasto con la dirigenza.
Le reti di Glode (15) permettono allaVecchia Signora(uno dei soprannomi del team) di assetarsi nella parte centrale della classifica.
Skov gioca titolare e segna cinque reti, facendo il suo.
Situazione più o meno simile dodici mesi più tardi, allorquando il club germanico chiude con poco margine sulla zona salvezza, deludendo le attese.
Pure Soren Skov non brilla, pagando dazio ad un’operazione chirurgica alla schiena alla quale è costretto a sottoporsi a stagione in corso.
L’Hertha retrocederà in terza serie un anno più tardi, purtroppo.
Ma Soren Skov sarà già altrove e, più precisamente, in Svizzera.
Il danese, oramai fuori dai secoli dal giro della sua Nazionale -dove è durato da Natale a Santo Stefano, in realtà- e palesemente avviato sul viale del tramonto dal punto di vista calcistico, decide di fare le valigie insieme alla sua Martine e di traslocare in Svizzera.
Si accorda con il Winterthur, neo retrocesso nella cadetteria elvetica.
Solita missione: riportarlo in massima serie.
Esito: fallimento, figuriamoci.
Attenuanti: diverse, tra cui le molte assenze di Skov, uno degli uomini di punta del club, frenato dai continui e pesanti problemi alla schiena che chirurgia e fisioterapia non sono riusciti ancora a debellare.
Il torneo seguente lo gioca con la casacca del San Gallo, quindi firma con l’FC Malley di Losanna, nelle serie minori elvetiche dove, a trentaquattro anni, chiude la sua carriera ed inizia ad allenare tra i dilettanti.
Nel frattempo invia il suo curriculum in giro per la Svizzera, dove ha deciso di stabilirsi, ed avendo studiato Economia e Finanza trova presto un buon posto in banca, specializzandosi poi nel settore assicurativo e venendo assunto dall’amministrazione comunale di Losanna, come consulente.
Si diverte col calcetto e, più saltuariamente, con il tennis.
Quantomeno sino al 1996, quando è costretto ad un altro intervento alla schiena che non regala gli esiti sperati e lo costringe, suo malgrado, a muoversi con grandi difficoltà.
Le vertebre lombari, pure nel quotidiano, si rivelano una brutta bestia, per Soren.
Che non molla di un millimetro e prova a curarsi con massicce dosi di anti dolorifici e con tanta fisioterapia, senza rinunciare a sorridere.

Nell’estate del 2022 Soren Skov è venuto a mancare, nei pressi di Lucerna, a causa di un infarto fulminante.
Proprio lui, che della velocità ne faceva un vanto.
Un finale triste di una storia stramba, per un attaccante che è arrivato in Italia nella piena maturità umana ed atletica e che non ha saputo imporsi, pur con qualche attenuante da riconoscergli, dovendo infine abbandonare qualsivoglia sogno di gloria.
Non è stata soltanto colpa sua, si è intuito.
I mezzi non erano eccelsi, il contesto era complesso e la fiducia ha iniziato presto a scarseggiare, anche in relazione alla concorrenza.
Spietata, feroce, tostissima.
La serie A degli anni ottanta era notevolissima e pure nell’Avellino, che non lottava di certo per primeggiare, bisognava essere sempre pronti a combattere strenuamente per ogni singolo minuto di calcio.
Soren, tipo serafico e flemmatico, non mancava di grinta.
Bensì la utilizzava a sprazzi, giocandosi malaccio il biglietto per salire sul treno della vita.
In Svizzera ha comunque piazzato le tende ed ha vissuto bene, anche se col problema alla schiena che spesso lo ha martoriato.
Della sua Martine non si è saputo molto.
Ad Avellino la ricordano ancora bene, con la sua avvenenza da turista bionda del nord.
Il ricordo del marito si avvicina più ad un incubo, invece.
Raramente ilCommendatore, Antonio Sibilia, toppava gli stranieri.
Cinque anni dopo Skov ingaggiò il greco Anastopoulos, che riuscì nella colossale impresa di oscurare quasi totalmente la figura del “trasparente” danese, nella mente degli irpini.
Non tutte le ciambelle vengono col buco, Don Antò.
Ma che tempi, eh.
Che tempi!
Soren Skov: trasparente.
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