• Primo studio nazionale per verificarne i benefici

*Condivido un interessante articolo del CdS che racconta di un qualcosa che è già in essere in vari centri specializzati della penisola in forma di test non ufficiale e che riguarda parecchi pazienti diabetici anche di Tipo 1. Da qualche settimana ho io stesso iniziato una sperimentazione in tal senso, seppur in fase di solo monitoraggio, almeno per il momento, e nonostante la mia glicemia viaggi ormai da secoli placidamente per strade sconosciute alla logica e al mondo di Ippocrate, debbo ammettere che la Telemedicina associata al diabete mi appare come una strada di successo verso un trattamento adeguato della patologia ed una riduzione del massacrante carico che essa comporta al paziente e a chi lo circonda, sia familiarmente che professionalmente.

L’era della telemedicina per il diabete è iniziata più di 30 anni fa con la prima telefonata da un operatore sanitario a un paziente con diabete, seguita anni dopo da un fax con i dati raccolti dal paziente (molto probabilmente i risultati del glucosio nelle urine e le dosi di insulina) all’ufficio di un medico inviato dal posto di lavoro o dalla casa di un paziente. Adesso che siamo entrati nell’era della mobile health i diabetici utilizzano anche i social network e le app. In una revisione del 2013, l’American diabetes association stimava in 2.250 le applicazioni disponibili per questa specifica patologia solo sul mercato statunitense. In Italia, l’Associazione medici diabetologi (Amd) ne ha censite nel 2019 più di 900. Il problema fondamentale delle app sta ancora nel valutare la loro affidabilità da un punto di vista clinico. Per quanto riguarda la telemedicina, gli studi a livello internazionale sono numerosi. Nel nostro Paese, Amd e Centro nazionale per la telemedicina e le nuove tecnologie assistenziali dell’Istituto superiore di sanità hanno da poco lanciato uno studio clinico proprio per verificare e misurare i benefici della telemedicina in diabetologia.

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L’obiettivo è di migliorare il controllo metabolico delle persone con diabete e diminuire il loro rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, riducendo il consumo di risorse sanitarie e il problema dell’ «inerzia terapeutica». Lo studio coinvolgerà pazienti con diabete di tipo 2 e diabete gestazionale, e valuterà se l’utilizzo di un sistema di telemedicina domiciliare, associato a un supporto educativo da remoto, migliori il controllo glicemico e il profilo di rischio cardiovascolare rispetto alle normali modalità di gestione da parte del servizio di diabetologia. Il lavoro è iniziato con una fase di studio tecnico e organizzativo di preparazione a cui seguirà una fase pilota su circa 200 persone di sei mesi . Il trial, della durata di 6 mesi, coinvolgerà mille soggetti su tutto il territorio nazionale che, muniti di glucometro, bilancia e misuratore di pressione, direttamente da casa trasmetteranno i propri dati relativi a glicemia, peso e pressione a un TeleHealth Center con funzione di filtro, il quale allerterà i servizi di diabetologia solo in caso di criticità.

«Il progetto si basa sulla centralità del paziente, sulla sua capacità di autogestione della malattia e sul mantenimento di un contatto continuo con il servizio sanitario, riducendo la necessità di visite presso l’ambulatorio diabetologico», sottolinea Domenico Mannino, past president Amd. «Ci aspettiamo che lo studio offra alcune risposte chiave sulle differenze tra percorsi di telemedicina e percorsi assistenziali standard, in termini di consumo di risorse sanitarie. L’obiettivo è quantificare il numero di visite, di accessi in ospedale e il tempo dedicato alle prestazioni di telecare, per supportare future politiche di rimborso di queste stesse prestazioni, alla luce del Piano nazionale della cronicità, del Piano nazionale per la malattia diabetica, della Comunicazione della Commissione europea sulla Sanità Digitale (COM 2008-689) e delle normative vigenti». Il Centro nazionale per la telemedicina e le nuove tecnologie assistenziali dell’Iss fornisce al progetto supporto e coordinamento scientifico. «Questo studio assume un significato generale più ampio del valore scientifico dell’esperienza: si tratta del primo trial a livello nazionale in telemedicina — afferma Francesco Gabbrielli, direttore del Centro —. Le innovazioni digitali aprono nuove opportunità, ma non dimentichiamo che la telemedicina, e ciò che ne seguirà, è un atto sanitario e come tale necessita di adeguata sperimentazione clinica. Si tratta di un’esperienza “apri-pista”, che proprio per questo ha richiesto sforzi aggiuntivi per vedere la luce, ma grazie alla collaborazione e alla tenacia del gruppo di ricerca siamo riusciti a superare le difficoltà e a iniziare il lavoro. Il Centro nazionale lavora costantemente ad azioni concrete per applicare nella realtà dei servizi sanitari la telemedicina e le innovazioni digitali. Si tratta di trial clinici, come in questo caso, ma anche di supporto alle aziende sanitarie e ospedaliere e alle amministrazioni regionali per costruire servizi in telemedicina sui loro territori, sicuri, efficaci e duraturi».

«La presenza dei TeleHealth Center, che raccolgono e filtrano i dati provenienti da tutti i pazienti, evita che i servizi di diabetologia vengano sommersi da una mole di informazioni difficilmente gestibile. TeleHealth Center si limita a smistare le informazioni, non è un centro di primo soccorso né può modificare la terapia. Il diabetologo riceve degli alert solo quando è necessario un suo intervento, ad esempio se un paziente ha per più giorni episodi di ipo o iperglicemia, ed è lui che decide come muoversi e quali suggerimenti dare al paziente. Può svolgere, però, un importante ruolo di motivazione e supporto educativo, ricordando ai pazienti la frequenza con cui effettuare l’automonitoraggio, la misurazione del peso e della pressione», spiega Antonio Nicolucci, direttore di Coreserach (Center for Outcomes Research and Clinical Epidemiology), partner di Amd nella conduzione dello studio. «Il diabetologo riceve gli alert solo quando è necessario un suo intervento, ad esempio se un paziente ha per più giorni episodi di ipo o iperglicemia, ed è lui che decide come muoversi e quali suggerimenti dare al paziente».

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da www.corriere.it

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