• Il Titano

Tita

“Il Titano”, lo chiamavano in Brasile i suoi amici.
Non che avesse chissà quale forza primordiale, intendiamoci.
Ma era tosto, risoluto, nerboruto.
Si faceva rispettare, insomma.
E poi, portando il nome di Tita, possiamo anche tranquillamente ammettere che i suoi compagni non è che avessero poi tutta questa fantasia, ecco.

Calciatore di talento, transitato brevemente dalla penisola alla fine degli anni ottanta ed ancora oggi ben presente nella memoria collettiva di tutti gli appassionati del meraviglioso periodo che fu.


Rio de Janeiro, il primo di aprile del 1958: no, non è uno scherzo, bensì la data di nascita di Milton Queiroz da Paixão, più tardi universalmente noto come Tita, come lo appellava amorevolmente la madre, da piccolino.
La sua famiglia, numerosa ed alquanto religiosa, è l’ambiente ideale per crescere sereno e spensierato, seppur in una città che ha delle complessità intrinseche tutt’altro che banali.

Tita studia, non salta una Messa domenicale che sia una e, appena può, corre a giocare con gli amichetti.
A pallone, ovviamente.
D’altro canto siamo pur sempre in Brasile, la patria del talento calcistico.

A dieci anni è la star dei tornei del quartiere ed a dodici entra a far parte del nobile settore giovanile del Flamengo.
Si inizia a fare sul serio, insomma.
La chiamata arriva quasi per caso: il ragazzino difatti entra in un negozio di abbigliamento sportivo per acquistare materiale della sua squadra del cuore (il Flamengo, per l’appunto)..
Il responsabile delle giovanili del club, che é lì per caso, gli domanda se sia interessato ad un provino con i suoi: qualche giorno più tardi Tita si presenta al campo ed in men che non si dica i giochi sono già belli che fatti.


Il ragazzino è un regista di centrocampo, dotato di estro e geometrie.
Una sorta di volante, in voga nel continente sudamericano.
Tra i suoi coetanei si impone presto come uno dei prospetti più interessanti, tanto da essere attenzionato dallo staff tecnico della prima squadra, che decide di convocarlo per alcune amichevoli, al fine di testarne la forza in un contesto competitivo.

Maggiorenne, Tita viene inserito ufficialmente nella rosa del Flamengo.
La presenza di elementi quali Zico, Adilio ed Andrade, giocatori con caratteristiche differenti ma tutti tendenti ad occupare le zone centrali del campo, spinge l’allenatore Coutinho ad utilizzare Tita da ala destra, con compiti prettamente offensivi.
La capacità del giovane di adattarsi rapidamente nel ruolo e, nel contempo, la sveltezza di gamba con cui salta l’uomo e crea superiorità numerica diviene presto un’arma importante a disposizione del team, che oltre ai già citati Zico, Adilio ed Andrade, può disporre di un nucleo qualitativamente di rilievo.
Junior, Toninho Baiano, Carlo Alberto Torres, Paulo Cesar Carpeggiani ed altri ancora, con diversi rinforzi mirati, consentono ai rossoneri di aprire un ciclo importante e di portare a casa quattro Campionati Carioca (1978, 1979, 1979/2 e 1981), due Campionati Brasiliani (1980, 1982) ed un bel po’ di coppe e coppette nazionali.
Ma, soprattutto, Tita vince col Flamengo la Coppa Libertadores nel 1981 e, nello stesso anno, la Coppa Intercontinentale.

Tita - Flamengo

Carpegiani, divenuto nel frattempo allenatore, guida un gruppo solido e di talento, che nell’Intercontinentale demolisce il Liverpool di Souness e Dalglish e vince il più importante trofeo internazionale per club.
Un trionfo epocale, con Mozer, Leandro, Nunes e gli altri a dar manforte al nucleo storico basato sull’immenso talento di Zico, sull’impagabile creatività di Adilio, sulla inesauribile spinta di Junior e sulla apprezzabilissima versatilità di Tita, che a soli ventitré anni di età si innalza fieramente sul tetto del mondo.


Nel 1983 Tita, che gioca spesso con l’inusuale numero dodici sulle spalle (oltre al 7 ed al 10, se disponibile), viene prestato al Gremio, andando a vincere da protagonista assoluto un’altra Coppa Libertadores.
La squadra brasiliana vince anche la Coppa Intercontinentale, sempre nel 1983, ma Tita non partecipa alla festa in quanto il Flamengo decide di interrompere il prestito e di richiamarlo all’ovile per sostituire Zico, ceduto all’Udinese.
E lui, forzando la mano, rinuncia a giocarsi la possibilità di bissare il trionfo nella kermesse di Tokyo e ritorna alla base.

Tita, nuovo numero dieci dei suoi, paga una responsabilità immane e che sarebbe tale per chiunque e disputa un paio di stagioni non eccelse, pur esprimendo a sprazzi il suo grande talento.

D’altronde la rivalità con Zico è una tema predominante, nella parabola sportiva del ragazzo.
Anche in Nazionale, dove Tita ha esordito giovanissimo, nella Coppa America 1979, segnando un gol contro l’Argentina di Maradona e mettendosi in mostra per le notevoli qualità tecniche, tanto da diventare presto un titolare della compagine verdeoro.

Poi, nel 1981, accade un episodio che cambia le carte in tavola.
Tita, che ha sostituito Zico (infortunato) per alcuni mesi, sia nel Flamengo che in Nazionale, si convince di poter giocare da trequartista piuttosto che da ala destra.
E pretende la titolarità, altrimenti preferisce non essere convocato nella rappresentativa brasiliana.
Il Commissario Tecnico del Brasile, Telé Santana, gli spiega amorevolmente che Zico è un fuoriclasse e che c’è spazio per tutti, in particolar modo in previsione del Campionato Mondiale del 1982, che si disputerà in Spagna.
Zico è uno dei miei migliori amici ed è un campionissimo, ma penso di aver dimostrato di poter meritare il numero 10, anziché il 7!“, la risposta del calciatore, che si dichiara disposto a farsi da parte, nel caso le sue richieste/pretese non vengano prese in considerazione
Telé Santana, persona di valori antichi e carattere poco incline ad accettare atteggiamenti di prevaricazione da parte dei suoi giocatori, decide seduta stante di sfancularlo, senza troppi giri di parole.
Fine dei giochi.

Brasile

In verità si riparla di Tita in Nazionale per i Mondiali Messicani del 1986, allorquando una serie di infortuni priva i sudamericani di alcuni elementi.
Telé Santana ci pensa per qualche giorno: poi, ferreo nelle sue idee, chiama il quasi esordiente Edivaldo ed il giovane Muller, per affiancare Careca e Casagrande e chiudere le liste del reparto offensivo.


Tita resta a casa.
Nel frattempo si è trasferito all’Internacional di Porto Alegre, che lo ha soffiato ad una agguerrita concorrenza, in cui spicca quel Palmeiras che già anni prima avrebbe fatti ponti d’oro al fantasista, qualora il Flamengo avesse accettato di privarsene.
Pure il Corinthians lo corteggia a lungo, senza esito.
Il ritorno di Zico muta la situazione e Tita per un po’ si esibisce lontano da casa, giocando un gran calcio e segnando parecchi gol, pur non vincendo alcun trofeo di squadra.

Nel 1987 il nostro torna a Rio per giocare con gli arcirivali del Flamengo, ovvero nel Vasco da Gama.
Come se non bastasse, tra accuse di tradimenti ed un odio sportivo esasperato, Tita realizza la rete decisiva che consegna ai suoi il titolo statale, nella finale giocata proprio contro il Flamengo.

Carlos Alberto Silva, nuovo C.T. del Brasile, lo richiama in Nazionale, a furor di popolo.
E nello steso periodo al funambolo di Rio de Janeiro arrivano diverse proposte di ingaggio dal vecchio continente.

Alla soglia dei trent’anni Tita è pronto a cimentarsi in un calcio diverso, molto competitivo e tatticamente complesso.


Calciatore di grandi doti tecniche, con un destro fatato e capace di esibirsi con identico rendimento in qualsiasi ruolo dalla trequarti in su.
Estroso, combattivo, vincente.
Con un carattere particolare, va detto.
Serissimo al di fuori dal terreno di gioco, con uno stile di vita che talvolta gli costa parecchie canzonature dei compagni, essendo un fervente religioso, lontano da tutti quei cliché che solitamente caratterizzano la maggior parte dei calciatori.
Sul manto verde invece si trasforma in un toro che affronta l’avversario senza remore e senza paure, a viso aperto e a cuore impavido.
Bravo anche nel colpo di testa e nei calci piazzati, oltre che sui rigori, Tita è un fantasista in grado di giocare come ala destra, ala sinistra a piede invertito, trequartista, prima e seconda punta in vari moduli ed in diversi contesti tattici.
Un jolly offensivo versatile, dal dribbling ubriacante, che manda in tilt le difese avversarie con i suoi movimenti rapidi e sguscianti.
Da giovane l’ambizione lo frega in un paio di circostanze, soprattutto in Nazionale.
Crescendo diventa più riflessivo, ma talvolta anche più irascibile.
Una volta maturato mette da parte le escandescenze del passato, per quanto finisca per essere oltremodo lunatico e, non di rado, evanescente.
D’altro canto nessuno è perfetto, no?


Alla fine della fiera Tita viene acquistato dal Bayer Leverkusen, in Germania.

Bayer Leverkusen

Siamo sul fiume Reno, in una zona industriale.
Il colosso farmaceutico Bayer la fa da padrone anche nello sport e da qui il soprannome del team, Aspirine, in omaggio al prodotto più noto nella produzione in oggetto..
Conosco bene la zona, per averla visitata in diverse occasioni.
Leverkusen non è una città che conquista il cuore, diciamocelo con franchezza.
Colonia e Dusseldorf, a breve distanza, hanno ben altro da offrire al visitatore.

Lo stadio cittadino, che da fine anni novanta è denominato BayArena, è il fulcro della movida locale.
Ho detto tutto, per rifarci al buon Peppino De Filippo.

Il meteo, in autunno ed inverno, è inclemente.
Tita viene pagato profumatamente per giocare anche sotto la neve e, da professionista impeccabile, non fa una piega.
Niente saudade, per lui.

Quando mi fermai a Leverkusen, ai tempi, rimasi molto colpito da quanto la città fosse calciocentrica.
Del Bayer Leverkusen annata 1987-88 invece resta scolpita nella memoria collettiva l’enorme compattezza di una compagine pragmatica quanto camaleontica.
Difatti l’allenatore Ribbeck, un marpione che sa il fatto suo, allestisce un team che gioca con tre difensori puri ed una selva di centrocampisti in grado di proteggere il fortino ed attaccare gli spazi, quando possibile.
Davanti due punte o, se necessario, pure tre o quattro.
L’affidabile portiere Vollborn, l’estroso trequartista Falko Götz, il bomber sudcoreano Cha Bum-kun, il grintosissimo jolly Rolff, il prezioso centrocampista Buncol, la prolifica mezzala Schreirer, i tenaci difensori K. Reinhardt, Horster e A. Reinhardt, l’imponente punta Tauber, l’instancabile mediano Falkenmayer, l’astuto attaccante Waas: rosa coesa e completa, con una batteria di calciatori capaci di offrire parecchie variabili tattiche al proprio allenatore.
Che difatti cambia spesso in corsa, sfruttando questa caratteristica soprattutto in Coppa UEFA, ove i tedeschi si liberano facilmente dell’Austria Vienna, al primo turno.
Nel secondo i francesi del Tolosa li mettono maggiormente in difficoltà, ma nel doppio confronto anche loro debbono soccombere alla solidità dei teutonici.
Agli ottavi di finale un altro scontro duro, passato anch’esso, con gli olandesi del Feyenoord.
Nei quarti gli uomini di Ribbeck estromettono dalla kermesse nientepopodimeno che il Barcellona.
In semifinale il derby col Werder Brema è tosto, ma ancora una volta il Leverkusen passa il turno, raggiungendo la finale.

Di fronte vi è l’Espanyol, altro club di Barcellona.
L’andata in terra iberica arride agli spagnoli che vincono per 3-0, ipotecando il trofeo.
Al ritorno Ribbeck mischia le carte, ma al termine del primo tempo il risultato è fermo sullo 0-0..
Destino scritto, parrebbe.
E invece no.
Tita, già decisivo in diverse occasioni nel cammino sino alla finale, trova la rete del vantaggio dei suoi, ad inizio ripresa.
Pochi minuti più tardi il suo mister lo tira fuori dal campo, inserendo Tauber.
Il brasiliano è comprensibilmente infuriato, ma il neo entrato propizia il raddoppio di Gotz ed insieme a Waas, anch’egli entrato nel secondo tempo, sconquassa la difesa spagnola, che subisce la terza rete ad opera di Cha Bum-Kun.
Una rimonta epica ed inaspettata, che porta le due squadre dapprima ai tempi supplementari e poi ai calci di rigore, per decidere chi debba alzare il trofeo.

Il Bayer Leverkusen sbaglia il suo primo tiro dal dischetto, poi mette a segno i successivi tre.
L’Espanyol segna invece i suoi primi due, poi toppa i rimanenti.
L’ennesima rimonta subita dagli iberici regala ai tedeschi il loro primo trofeo internazionale, al termine di un doppio confronto pregno di emozioni e colpi di scena.

Tita, primo brasiliano nella storia del Bayer, vince subito una coppa importantissima, nella sua avventura europea.
Il Leverkusen non brilla in campionato, avendo destinato le proprie energie alla coppa, una volta intuito che l’annata continentale poteva rivelarsi vincente.


In estate si ritorna a parlare di convocazione nella Nazionale Brasiliana, per il talento sudamericano.
Poi, a sorpresa, per Tita arriva la proposta del Pescara di Galeone, reduce dalla salvezza in serie A ed alla ricerca del sostituto del genialoide bosniaco Sliskovic, ceduto ai francesi del Lens.
Gli abruzzesi del presidente Scibilia trattano diversi calciatori, invero.
Alcuni nomi che girano sono altisonanti, tipo Romario.
Poi tirano troppo la cinghia e si ritrovano a dover ingaggiare un paio di elementi offensivi, prima che si chiudano i termini per concludere le trattative.
Alla fine della fiera comprano Tita per poco meno di un miliardo di lire e gli affiancano il connazionale Edmar, centravanti proveniente dal Corinthians, che lo stesso Tita ha già avuto come compagno al Flamengo, così come per Junior, il terzo straniero dei pescaresi.
Il roster dei biancazzurri non è malaccio: oltre agli stranieri, ci sono Pagano, Berlinghieri, Bergodi, Gasperini, Caffarelli, Miano, Zinetti, Gatta e diversi altri comprimari.

Tita - Pescara

Junior è un fuoriclasse.
Edmar non è all’altezza della A del periodo.
Invece Tita lo sarebbe, eccome.
Se non fosse per un paio di infortuni che ne rallentano l’ascesa proprio nei momenti chiave del torneo, privando il Pescara della sua migliore fonte di talento offensivo.

E dire che l’inizio della sua avventura nella penisola era stato a dir poco travolgente, con due triplette, un gol ed un assist nelle gare giocate in Coppa Italia.
In campionato le cose vanno meno bene, però, con Tita che per una decina di partite resta a secco.
Poi entra dalla panchina nel match che vede il Pescara opposto alla Lazio, in quel di Roma, e segna una doppietta, rimettendo gli abruzzesi -sotto di due reti, all’intervallo- in carreggiata.
Tita segna pure al Bologna, in casa, e stavolta i pescaresi la vincono.
Un altra rete del brasiliano, messa a segno fuori casa contro la Juventus, consente agli uomini di Galeone di ottenere un prestigioso pareggio nel Regno degli Agnelli.
Tita non si ferma più e l’aria dell’Olimpico di Roma si conferma alquanto salubre, per lui.
Dopo la doppietta alla Lazio, ecco la tripletta alla Roma.

Siamo agli inizi del girone di ritorno e tutto sembrerebbe far presagire una tranquilla salvezza per i delfini adriatici.
Invece qualcosa si ingolfa nel motore abruzzese e la squadra perde aderenza con le sue concorrenti, entrando in un circolo vizioso fatto di sconfitte roboanti e prestazioni incerte.

Il Pescara non vince più e Tita, che manifesta diversi problemi di ordine fisico, non riesce ad incidere.
Senza la sua luce, la squadra finisce mestamente in B.
Un epilogo triste, con Junior che in estate saluta la compagnia e torna in Brasile.

Edmar e Tita vengono invece confermati, col nuovo allenatore Castagner che punta sulla loro voglia di riscatto per riconquistare la massima serie.
In realtà il secondo ha ricevuto diverse offerte per trasferirsi altrove, sia dall’Italia che dall’estero.
Da poco ha vinto la Coppa America, col Brasile.

Il Pescara, forte del biennale firmato dall’ex Leverkusen, ha deciso di trattenerlo.
Quantomeno sino alla quarta giornata di campionato, allorquando Tita, al termine della gara persa per 7-0 col Torino, si è praticamente auto-licenziato, spiegando di voler giocare il Mondiale del 1990, che si svolgerà proprio in Italia.
E che, per farlo, ha bisogno di tornare in patria.


Sarà un puro caso, ma il Vasco da Gama ha già pronto un contratto per lui.
E Lazaroni, allenatore del Brasile, lo chiama per congratularsi della scelta.

Al Vasco il buon Tita vive una stagione non eccelsa: ma Lazaroni mantiene la parola data e lo convoca per il Campionato del Mondo di Italia 90, col Brasile che esce agli ottavi di finale, eliminato dall’Argentina di Maradona.
Il Titano” guarda i suoi compagni dalla tribuna, comunque.
Neanche una convocazione in panchina, per dire.
I bei tempi sono oramai andati e dopo una decina di anni ed oltre trenta gettoni di presenza si chiude il rapporto tra Tita e la sua Nazionale.
Un rapporto sin troppo intermittente e complicato e che sarebbe potuto essere di ben altra caratura, se il giocatore avesse contato sino a dieci prima di sclerare, da giovane.

Tita - Leon

Nel 1990, trentaduenne, il fantasista si accorda col Leon, in Messico, dove vince un campionato.
Nel 1994 firma per il Puebla per una stagione, prima di tornare nuovamente al Leon ed infine chiudere la carriera in Guatemala, con la casacca del Comunicaciones, dove mette in bacheca un altro titolo vincendo il torneo locale.


Quarantenne, annuncia il ritiro dal calcio giocato ed inizia ad allenare, guidando per una quindicina di anni compagini brasiliane, statunitensi, messicane e giapponesi.

Poi si reinventa commentatore televisivo, competente ed ironico.
Lui e la sua numerosa famiglia (moglie, cinque figli e tanti nipoti) girano spesso il Brasile facendo da testimonial per l’evangelizzazione dei popoli e la condivisione di una profonda fede religiosa che l’ex giocatore, come detto, ha sempre messo in cima alle proprie priorità, pure durante la sua attività sportiva.

Calciatore estroso ed imprevedibile, Tita ha sicuramente pagato l’ingombrante presenza di Zico, ad inizio carriera.
Una situazione che ha emotivamente gestito male, almeno da un certo punto in poi.

Eppure ha vinto molto, mettendo in campo una mentalità da leader, pur non essendo un fuoriclasse come il succitato compagno.
Trascinatore, con qualche rimpianto per una Nazionale dove avrebbe potuto scrivere davvero pagine di gloria.

Tra l’altro, utilizzando la nostra amatissima macchina del tempo, se torniamo agli inizi degli anni ottanta vi è un intreccio di calciomercato che merita di essere raccontato: Tita, che sta facendo le fiamme col Flamengo, riceve una proposta dall’Udinese.
Il calcio italiano ha da poco riaperto le frontiere per gli stranieri e i friulani, che hanno appena ceduto il tedesco Neumann a Bologna in cambio del brasiliano Eneas, sono decisi a rispedire quest’ultimo in patria, sostituendolo proprio con Tita.
L’affare, complesso, non va in porto.
Ad Udine fanno spesa comunque in Brasile: prendono il difensore Orlando e, poco dopo, annunciano in pompa magna Zico.
Guarda un po’, che casualità.
Ancora lui: Zico.
Incredibile.
E anche se in pochissimi lo ricorderanno, il nome di Tita viene accostato pure alla Pistoiese, che nel 1980, un anno prima del tentativo dell’Udinese, prova ad ingaggiare il fantasista sudamericano, dovendo poi rinunciare per mancanza di fondi e ripiegare sul mitico Luis Silvio.

L’Italia era nel suo destino, insomma.


Ricordi di gioventù: il suddetto mi rovinò un Natale adolescenziale, nella sua stagione pescarese, quando entrò dalla panca e tagliò a fette la difesa della mia Lazio, peraltro non propriamente da fortino.
Icardi non lo teneva manco per sbaglio e Gregucci e Marino idem come sopra.
Ci fece ammattire e per fortuna che si divorò un paio di occasioni nel finale, altrimenti avrebbe fatto tripletta come, settimane dopo, accadde al cospetto della Roma.

Una furia, che quando è in giornata diventa immarcabile.
Con la luna storta, invece, è come non averlo in campo.

Quel Pescara con Junior in regia e Tita davanti era un buon team.
Peccato che la difesa ballasse parecchio la samba, per restare in tema, e che Edmar non fosse quel bomber che egli stesso raccontava Urbi ed Orbi di essere, nelle interviste.

Che poi Tita, all’Olimpico, non toppava mai.
Ci avrebbero dovuto pensare Lazio e Roma, alla fine.

E qualche anno prima, forse.
Chissà come sarebbe andata.

Tita: il Titano.

V74

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *