• Duro e puro

Nella lista dei migliori difensori di sempre, la mia personale, un posto è d’obbligo per il buon Stielike, antesignano di quel che solitamente è un percorso che vira nella direzione opposta alla sua.
Difatti la Storia del Calcio abbonda di centrocampisti che in età avanzata o dopo svariati anni di carriera, e quasi sempre per ragioni di ordine fisico, arretrando la propria posizione e gestendo le energie con sapienza e sagacia tattica sono riusciti ad allungare la propria carriera di un bel po’ e, spesso, hanno pure imbellito la propria bacheca con trofei e soddisfazioni varie.

Uli, invece, ha iniziato in difesa e poi è passato in diverse occasioni a centrocampo, a seconda delle esigenze di squadra.
Tipo il Desailly di capelliana memoria, oppure il Rijkaard sacchiano.
E qualche altro ancora.

Successivamente è ritornato in difesa agendo da ultimo uomo e, ove necessario, da terzino destro e stopper.

Ripercorrendo il cammino a ritroso, in questo ipotetico saliscendi con una calcistica macchina del tempo, tocca riposizionarsi alle origini allorquando il nostro vide la luce in un paesino situato a poca distanza dalle belle cittadine di Spira ed Heidelberg, nella verdeggiante pianura dell’Alto Reno.
Zona di vini discreti, di livelli di colesterolo abbondantemente superiori ai valori auspicati e di calciatori grintosi ben oltre le soglie abituali.

Lo Spygg 06 di Ketsch, praticamente sotto casa, è il primo club ad accoglierlo con una lunghissima trafila giovanile che inizia ad appena 6 anni e si conclude alle porte della maggiore età.
Un percorso lento e soddisfacente, con una crescita costante dell’uomo e del calciatore, il quale mette in mostra doti importanti dal punto di vista temperamentale e tecnico.

Stielike non brilla in quanto a talento puro, bisogna dirlo.
Però è un mastino feroce, un difensore arcigno e completo, concentratissimo sull’avversario diretto e con attitudini da leader, silenzioso e rispettato, di quelli che piacciono tantissimo agli allenatori e che rubano il cuore ai tifosi vecchio stile.
Entra subito nel giro delle Nazionali giovanili di categoria, nonostante non militi in una compagine in vista.
Ed attira su di sé gli sguardi di società che contano.
Durante le festività natalizie del 1972 è il Borussia Mönchengladbach del santone Weisweiler ad affondare il colpo ed accaparrarsi il cartellino del ragazzo.
Squadra che vive una fase di gloria, fresca trionfatrice in patria e in grado di farsi valere anche sulla scena internazionale, conseguendo buoni piazzamenti nelle coppe europee.

Uli fa in tempo ad esordire in Bundesliga nell’ultima giornata di campionato in una sconfitta indolore contro lo Stoccarda, con entrambe le compagini ormai tagliate fuori dai giochi di vertice.
Una ventina di giorni più tardi alza il suo primo trofeo in carriera, la Coppa di Germania, subentrando a pochi minuti dalla fine del secondo tempo supplementare nella sfida contro il Colonia, vinta dai suoi per due reti ad una.

Sarà l’inizio di una lunga intesa con le vittorie.
Tre tornei tedeschi consecutivi e una Coppa Uefa nel 1975, contro il Twente.
Non mancheranno pure delusioni pesanti, entrambe marchiate Liverpool: la prima nel 1973, quando gli inglesi sconfiggeranno i tedeschi nella doppia finale di Coppa Uefa, con Uli che osserva i compagni dalla tribuna in entrambe le gare.
Si rifarà un paio di anni più tardi, come detto.
Ben più cocente la sconfitta patita nel 1977 in finale di Coppa dei Campioni, un 3-1 che porta i ragazzi di mister Paisley sul tetto d’Europa.

Uli ci rimane male ma è sicuro di potersi rifare, prima o poi.
Nel frattempo su di lui si accendono riflettori importanti: in primis quelli del Real Madrid, storico club pluridecorato e ricchissimo, pronto ad investire moneta sonante per dimenticare una stagione deprimente, culminata con un nono posto in campionato e con una rapida eliminazione nelle coppe europee per mano del Club Brugge, per non parlare dell’uscita in Coppa di Spagna con il modesto Hercules.
Gli spagnoli hanno già prelevato dal Mönchengladbach la seconda punta danese Jensen, qualche mese prima.
L’asse di mercato è solida e i madrileni, decisi a liberarsi del forte ma ingombrante centrocampista tedesco Breitner, che la moglie vuole riportare nella terra natia, si convincono ad affondare il colpo per l’altrettanto valido Wimmer, perno del Borussia e della Mannschaft, un elemento di grande temperamento e fiato, in grado di proteggere la difesa e nel contempo di distribuire la sfera con sapienza ed ordine tattico.
Il mitico Santiago Bernabeu, presidente dei Blancos, si reca personalmente ad osservare il giocatore in una gara di Coppa dei Campioni, prologo alla conclusione di una trattativa data ormai per blindata dagli addetti ai lavori.
Se non fosse che il buon Santiago non è convintissimo di ingaggiare un calciatore che, per quanto indubbiamente forte, ha quasi 33 anni.
Inoltre, dopo pochi minuti di gara, ha una illuminazione: Uli, che tra l’altro era mezzo infortunato, azzanna tutti i polpacci avversari come se fossero carne per denti disperatamente alla ricerca di cibo.
Bernabeu decide che uno così è da Real Madrid, senza se e senza ma.
Stilike sbarca nella capitale spagnola e continua, senza sosta, a collezionare titoli, in particolar modo nazionali.
Ci si potrebbe mettere la sveglia.
Per tre volte consecutive vince la Liga, giocando da protagonista assoluto.
Viene descritto come un carro armato, soprannominato in tutti i modi inneggianti alla potenza fisica ed alla grinta, eppure vi è anche altro, tipo le tante reti che mette a segno inserendosi dalle retrovie e sviluppando un insospettabile tempismo realizzativo.
Nel 1981 trascina il Real in finale di Coppa dei Campioni.
Di fonte, superfluo dirlo, vi è il Liverpool.
Gara nervosa, intensa, dura.
La rivincita non va a buone fine, per Uli.
Ancora una volta sono gli inglesi a vincere, una maledizione.
Il destino, a volte, sa essere davvero beffardo.

Stielike continua la sua avventura con le merengues fino al 1985, salutando degnamente con una vittoria in Coppa Uefa ai danni degli ungheresi del Videoton.
Nel mezzo una finale di Coppa delle Coppe persa ai supplementari con l’Aberdeen di Alex Ferguson, un paio di Coppe del Re ed una Coppa di Lega spagnola.
In campionato, per qualche anno, le cose non vanno benissimo, con una serie di tornei persi in maniera rocambolesca.
Nel 1985, poi, oltre alla succitata Coppa Uefa arrivano diverse delusioni, con una Liga che vede il Real giungere a distanza siderale dal Barca campione di Spagna.
La società decide di ringiovanire la rosa, ma Uli Stielike fa parte del progetto: è un elemento cardine della squadra, i media lo inseriscono puntualmente tra i Top della competizione iberica, i tifosi lo vorrebbero sempre in campo.
Di contro un rapporto conflittuale con Juanito, idolo locale che finirà quasi per essere oscurato dalla tigna di Uli, col quale negli anni ed in altri ambiti finirà dapprima a calci e sputi e poi, sebbene con qualche remora, in una specie di amicizia non propriamente ferrea, ecco.

Niente di clamoroso, se non fosse che i dirigenti madrileni propongono al tedesco un rinnovo di contratto annuale, con la motivazione che ai giocatori che superano i trenta anni di età non verranno offerti accordi pluriennali.
In teoria, quantomeno.
In pratica non è così e Uli, orgoglioso e consapevole dell’impegno e della professionalità che mette in ogni occasione in cui indossa la maglia del Real, sfancula tutti e decide di lasciare una squadra che ama ed una città che adora.
Così inizia a guardarsi intorno.
Un paio di anni prima il Milan si era fatto sotto e lui, pur non avendo affatto intenzione di traslocare dalla capitale iberica, ne era stato alquanto lusingato.
Il calcio italiano lo intriga, sebbene dopo la rottura col Real nessuno si sia fatto vivo dalla penisola.
Il problema è che il buon Uli inizia ad avere una certa, come si suol dire, ed il suo ingaggio “robusto” spaventa la maggior parte dei possibili acquirenti.

Il vantaggio è che si parla di un elemento di sicuro rendimento e dedito unicamente alle sorti del suo (futuro) club.
Perché nel frattempo si è conclusa anche la parentesi Nazionale, del tedesco.
Un decennio di passione e alternanza, una quarantina di presenze col trionfo agli Europei italiani del 1980 e la finale persa ai Mondiali di Spagna del 1982 come vette assolute.
Poi parecchi momenti di tensione dove lo spigoloso ed intransigente carattere del giocatore hanno spesso determinato situazioni ai limiti dell’imbarazzo seppur, data la natura dei personaggi coinvolti, con una notevole dose di stile nordipocritesco ad ammantare il tutto di normale -o quasi- amministrazione.
L’arrivo del Kaiser Franz Beckenbauer sulla panchina teutonica coincide praticamente con la conclusione dell’avventura di Uli con i bianchi di Germania.
E pensare che lo stesso Stielike, per grinta e personalità, era stato più volte accostato al suo illustre predecessore.
Il feeling non scatta forse proprio a causa di caratteri forti, indomiti, arroganti.

Nella finale del mondiale spagnolo si ebbe una chiara evidenza di che giocatore fosse Uli Stielike: una Germania ormai fisicamente arrivata, un gruppo poco coeso e sfaldatosi sotto un coacervo di piccoli dittatori, ognuno dei quali disposto a remare unicamente nella direzione più consona ai propri interessi, una corte di mielosi leccaculo al soldo del feudatario di turno, un ammasso di dirigenti disposti a vendersi l’anima per pochi marchi.
Poi lui, Uli: la Maglia e la Bandiera, nient’altro.
Corsa, sacrificio, tigna: calci a chiunque capitasse dalle sue parti, denti digrignati dianzi a tutti coloro che attentassero al fortino tedesco, urla disperate agli arbitri, ai guardalinee, al pubblico, ai raccattapalle..
Purtroppo per lui e per nostra fortuna non ce n’è per nessuno.
L’Italia trionfa e lui, avvelenato come non mai, fa quello che di solito è d’uso fare quando termina la gara, sia che egli risulti vincitore, sia -come in questo caso- quando gli va male: attraversa il terreno di gioco, va incontro agli avversari, stringe loro la mano, si complimenta per la vittoria e gli da appuntamento alla prossima sfida.
Senza sorrisi ipocriti e senza alcuna concessione alla scenografia: Stielike non è un gentiluomo, ma uno sportivo di razza che prova in tutti i modi leciti -e talvolta anche meno- a vincere e poi, dinanzi alla sconfitta, lascia il proscenio con dignità e voglia di rivalsa.
E così fa anche dopo una finale mondiale.

Tornando alla sua storia di club, Uli firma per il Neuchâtel Xamax, compagine svizzera che è allenata dal santone francese Grass e che da qualche mese ha ricevuto ingenti capitali in ingresso da alcuni soci dal capiente portafoglio: in un ambiente agreste e rurale, quasi bucolico, Stielike ritrova la dimensione umana del quotidiano.
Inizialmente gli manca Madrid, il suo clima caliente in campo e fuori, l’atmosfera da corrida, il blasone e la celebrità di una società unica al mondo.
Le torride torcide madrilene sono ora un lontano ricordo e a Neuchâtel ci si conosce tutti per nome, si va allo Stadio a piedi e nel caso di mal di testa o stomaco pesante, si rinuncia senza problemi alla gara della domenica.
Roba per gente normale, insomma.

Il vantaggio, pero’, è che la qualità della vita è notevole.
E Uli ne ha bisogno perché il suo primogenito Micheal, soli tre anni, ha problemi di salute serissimi.
L’ospedale di Berna ha un reparto appositamente dedicato alle patologie infantili ed è dotato di strutture all’avanguardia.
Uli nello stesso periodo soffre di una fastidiosissima artrosi al ginocchio: prova a tamponare con degli antidolorifici, ma il risultato è alquanto modesto.
Decide di operarsi e altrettanto fa Micheal, inconsapevole leoncino che lotta contro le avversità.
Per fortuna le cose si mettono bene per entrambi: Micheal reagisce bene alle cure ed inizia a stare meglio, mentre Uli conferma la sua fama di vincente e contribuisce a portare in bacheca i primi due scudetti dello Xamax, ancora ad oggi gli unici vinti dalla compagine elvetica.
Porta a casa pure una Supercoppa Svizzera e si spende in tutti i ruoli della difesa e del centrocampo, un jolly sempre pronto a dare il proprio contributo alla causa.
Salta diverse gare per gli ormai cronici problemi fisici, ma quando è in campo la sua esperienza e la sua tenacia fanno la differenza.
La sua presenza, inoltre, a livello di immagine risulta fondamentale sul piano internazionale per la crescita e la visibilità del torneo svizzero.

Nel 1989, a 34 anni, si convince che è il momento di fermarsi.
Il fisico è ormai logoro, la mente è divisa a metà tra le problematiche del figlio e il desiderio di cimentarsi nel ruolo di allenatore.
Nel frattempo è arrivata anche una figlia, Daniela, a donare speranza e fiducia nel futuro ad Uli ed alla sua signora Doris, che oltre a Micheal hanno pure un altro figlio, Christian.

Uli opta quindi per la carriera di Mister e complice una serie di fortunate coincidenze, alcuni mesi dopo aver chiuso l’esperienza da calciatore si ritrova seduto sulla panchina della Nazionale Svizzera.
Per un trentennio sarà allenatore di varie compagini, soprattutto nazionali, con una decina d’anni spesi nel coordinare le giovanili tedesche, poi la prima squadra della Costa d’Avorio e, più recentemente, quella della Corea del Sud.
Neuchâtel Xamax e Sion in Svizzera, , Waldhof Mannheim in Germania, Al-Arabi e Al-Sailiya in Qatar, Tianjin Teda in Cina: queste invece le esperienze nelle squadre di club.
Un giramondo che da tecnico risulta essere meno decisivo e vincente rispetto al giocatore che è stato: Uli ottiene alcuni buoni risultati, si, ma l’impressione -strettamente personale, s’intende- è che ben che vada faccia il suo, ecco, senza mai riuscire ad andare oltre il reale valore della squadra che allena.
Non far danni per molti allenatori è già una chimera, eh.
Però da uno come lui ci si sarebbe aspettato qualcosa in più, detto senza alcuna ipocrisia o glorificazione calcistica.
A breve chiuderà la carriera di allenatore e si dedicherà al meritato riposo, insieme ai suoi cari.
Michael non ci sarà, purtroppo.
Nel 2008, a soli 23 anni, si spegne dopo una lunga serie di tristi vicissitudini legate alle sue patologie pregresse.
Per Uli è una mazzata enorme.
Si rialza, come sempre, ma per sua stessa ammissione cambia totalmente la visione delle cose, il senso del quotidiano, la priorità dei pensieri.
Meno filosofia, più sostanza.
Un ritorno alle origini, verrebbe da dire.
O forse la ruota della vita che gira.

Di Stilieke ho apprezzato la schiettezza, nel tempo: non è il classico calciatore/allenatore che sul terreno di gioco e nelle interviste fa 0-0.
Tutt’altro: è molto diretto, sincero, non di rado al limite della sfrontatezza.
Si può eccepire sul contenuto, dubitare sul sistema, non concordare sul metodo.
Però sai chi hai davanti.
Bene o male che sia.
Lo sai bene.

Il calciatore è stato veramente notevole: polivalente, carismatico, risoluto.
Un combattente, potente e feroce, rude e ruvido.
Centrocampista totale, poliedrico, instancabile.
Difensore arcigno, concentrato, intelligente.
Capace di uccidere nei 90 e passa minuti di gara, silenzioso eppur lucido dopo il triplice fischio finale.
Uno che viveva di e per il Calcio.
Non ha incarnato i principi olimpici più nobili, nemmeno per scherzo, ma agonisticamente è stato un numero 1.
Molti lo descrivono come un killer mentre in realtà è stato semplicemente un duro che dava tutto, ma proprio tutto, per la sua maglia di appartenenza.
Fino all’ultima goccia di sudore ed oltre.
Con una tendenza ad entrare in tackle con estrema precisione e spettacolarità, rischiando la figuraccia e, più spesso, riscuotendo il plauso della propria tifoseria.
Un gladiatore, autentico.
Idolo dei suoi, poco simpatico per gli avversari.
E con quel baffone anni 70 che per quelli come me, malati, fa la differenza.

Senza il Liverpool di mezzo avrebbe una bacheca -comunque eccellente- di quelle clamorose.

Ai giocatori odierni rinfaccia la mancanza di attributi, l’incapacità di entrare nel vivo della gara, la tendenza a non esprimere troppe emozioni.
“Lo scarso temperamento”, per dirla con parole sue.

Ci vuole il sangue: meglio se bollente, come quello che scorreva nelle vene di Uli Stielike quando scendeva in campo.
A frotte.
Il Calcio vissuto come una corrida.
Perché si: in fondo è una battaglia, mica soltanto una partita.
No.
È una battaglia.

V74

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