• Il terzo

Pupo si avvia al ventennio d’età.
In teoria sarebbe un cane da tartufi, con un notevole pedigree.
In pratica è un attento padrone di casa.

Quando era piccolissimo gli hanno “trattato” male la coda, con l’idea di farne una specie di segugio da caccia, e lo hanno abbandonato, scaricandolo in adozione ad una veterinaria di zona.
Il vecchio guardiano di famiglia era da poco venuto a mancare e così la zia, approfittando della mia assenza (ero in Austria) -ed ignorando bellamente l’idea dello scrivente di prendere finalmente un cane di dimensioni consone alla mia altezzosità dopo gli adorati Mignolino e Totò, entrambi simil volpini-, lo ha portato a casa.
Si è invaghita della sua tenerezza e e della sua impetuosità: idem i miei, che si sono subito affezionati al cucciolo come se fosse un loro erede.
Ed io?

Basti dire che ha dormito nel mio letto per mesi, scatenando le benevole ire di mia nonna-mamma.
Mio nonno-papà lo ha invece viziato come un bambino, letteralmente.

A circa dieci anni quella coda tagliata a cazzo di cane (si) gli ha comportato un tumore, con asportazione della stessa e conseguente sindrome dell’arto mancante, oltre a parecchie altre conseguenze relative alla difficoltà di defecare ed all’abbaio frenetico allorquando si ritrova ad essere emozionato e felice e non sente la sua adorata protuberanza che gli segnala gli accadimenti.

Pupo (il nome, come i suoi predecessori, è opera di mio nonno-papà) è un cane forte.
Devoto, passionale, cazzimmoso, coraggioso.

Col tempo si è molto addolcito, diventando sempre più tranquillo, forse anche perché la casa è meno impregnata di fanghiglia rispetto al certi periodi del passato.

Ogni tanto piscia dove non sarebbe il caso (ma ormai raramente, debbo riconoscerglielo) e sbarella mentre passeggia, ma è qui, accanto a me, ancora cucciolo.
Lo vizio e lo coccolo, come farebbe mio nonno-papà.
E ci combatto, perché sin dalla tenera età gli ho insegnato a giocare al piccolo wrestler.
Quando mi sono sfondato la schiena ha avuto un piccolo occhio di riguardo, per qualche mese.
Sensibile ed indulgente, quasi misericordioso.

Oggi, che per alcune ore della giornata giro ancora col busto, non ammette cavilli e/o pretesti: quando è ora, si combatte.

Gli ho costruito due piste da corsa, in giardino, che spesso consuma forsennatamente, allenandosi a campare almeno altri 40 anni, come da nostri accordi segreti.
Chi lo vede scattare è incredulo all’idea che sia un nonnetto, nonostante sia ben conscio che è qui da secoli.

Un cane intelligente e fedele, la mia ombra e la mia forza.
La sera, se capisce che gli tocca andare a dormire nella sua stanzetta, perché magari lo vedo troppo stanco per stare su e preferisco saperlo a dormire piuttosto che stressarsi a far baldoria con gli altri membri dello zoo, si inventa i mostri, pur di rimandare l’evento.
Un attore, nonché un gran figlio di.

Gli voglio un bene dell’anima.

Il tattoo, sul dorso della mano destra, non è particolarmente immediato, in quanto rispecchia -in scala- la mia mano grande e la sua zampa aguzzata che si intersecano, vicendevolmente.
Rappresenta la profondità del mio amore per lui e per tutti i suoi simili.
Amore infinito.

Perché io so amare di rado ed in maniera imperfetta, quantomeno per i parametri del cazzo che mi circondano, ma so amare soltanto così.
E Pupo lo sa.

V74

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