• Un Campione riservato

Merce rara.
Oggi rarissima.
Ma anche in passato non è che la Storia del Calcio stia lì a raccontare di parecchi Campioni che siano riusciti ad essere tali anche nella vita di tutti i giorni, al di fuori del terreno di gioco.
Uwe Bein è stato uno di questi, perché pur non essendo un fuoriclasse incredibile è comunque da considerare a tutti gli effetti come un Campione.
Un Campione del Mondo, tra l’altro.

Uwe nasce nella Germania centrale del 1960 ed è lì che inizia a muovere i primi passi da calciatore, nelle giovanili locali del TSV Langers.
Più tardi passa al VfB Heringen, sempre in zona, prima del definitivo ingresso nel Calcio che conta, con la maglia dei Kickers Offenbach dove si mette subito in luce come uno dei prospetti più interessanti del torneo di seconda serie.

Negli ultimi mesi del decennio (70) esordisce, nella stagione successiva già si impone alla grande con ben 25 reti ed il titolo di vice-capocannoniere nel secondo girone del torneo cadetto, trascinando la sua squadra ai play-off per la promozione sfumata per un soffio dopo la doppia sfida contro l’Eintracht Braunschweig.
Identico esito l’anno dopo, con il Bayer Leverkusen che estromette agli spareggi l’Offenbach e Bein che segna la metà dei gol rispetto alla precedente annata ma continua imperterrito a fornire ottime prestazioni.
Ogni tanto c’è due senza tre ed infatti al terzo tentativo i Kickers sbarcano in Bundesliga grazie anche alle venti realizzazioni di Uwe Bein, finito nel mirino delle più importanti società del paese.
Il suo club non è però intenzionato a privarsene ed Uwe ripaga la scelta disputando tutte le gare del torneo e mettendo a segno 14 reti.
Intorno a lui i compagni purtroppo non si dimostrano all’altezza e la retrocessione sancisce l’inevitabile addio del giocatore, ormai destinato a platee più blasonate.

A spuntarla sulla concorrenza è il Colonia, dove Bein disputa tre stagioni altalenanti: un buon terzo posto in campionato nella prima, una ottima Coppa Uefa raggiunta nella seconda e culminata nella sconfitta nella doppia finale contro il Real Madrid e una terza dove in Bundesliga i renani terminano nella zona medio-bassa della graduatoria, come accaduto l’anno prima.
Il rendimento del calciatore non è eccelso, pur cavandosela dignitosamente.
Il Colonia decide di cambiare un po’ di gente in mezzo al campo e Bein fa così le valigie, direzione Amburgo, in una compagine che è arrivata subito alle spalle del Bayern in Bundesliga e che ora vuole tentare la scalata alla prima posizione.
Giocherà nel club anseatico per due annate, un sesto ed un quarto posto, cavandosela dignitosamente nella prima e più che discretamente nella seconda, quando mette a segno una quindicina di reti e trascina i suoi ad una bella rimonta in campionato, centrando la qualificazione europea.
Il feeling con l’allenatore è pessimo e le strade finiscono per separarsi entro poche settimane.
Le sue performances non passano comunque inosservate e l’Eintracht Frankfurt, salvatosi per il rotto della cuffia allo spareggio per non retrocedere in Seconda Liga, gli sottopone una ricca offerta pluriennale per riavvicinarsi a casa.
Uwe Bein gira per i trenta, ormai: è un calciatore fatto e maturo, che cerca il rilancio dopo alcune annate positive ma non eccezionali.
L’Amburgo non oppone resistenza e l’affare va in porto.
Sarà la svolta della sua carriera.

A Francoforte diverrà un idolo, divertendosi con gente che parla il suo stesso linguaggio come Andreas Möller e Anthony Yeboah.
Ad Uwe dedicheranno, anni dopo, una raffigurazione all’interno della Metropolitana cittadina, a sottolinearne l’importanza del personaggio, autentico mito dei tifosi rossoneri.
I quali, ancora oggi, quando un calciatore della propria squadra inventa un assist degno di nota, sono soliti dire “ha fatto un Bein”.
“Tödlicher Pass“, passaggio mortale: è il soprannome che gli viene affibbiato e che non abbisogna di ulteriori spiegazioni.

Bein è un centrocampista moderno, probabilmente uno dei più evoluti della sua epoca.
Gioca maggiormente sul centro-sinistra, è un fantasista che partecipa attivamente alla manovra fungendo talvolta da regista e riuscendo spesso a dettare l’assist per il compagno, che riesce a smarcare sapientemente con una semplicità disarmante.
Ha una tecnica davvero sopraffina, Uwe.
E possiede talento, sia nel dribbling che nell’invettiva.
Calcia non appena vede la porta ed in carriera segna come una punta, più che come un centrocampista.
Ha un sinistro potente e preciso.
Discretamente rapido, è veloce soprattutto di testa.
Non eccelle in elevazione, ma fisicamente è tosto, con quel baffo vintage a dargli un tono di saggezza.
Un limite importante è che non di rado tende ad assentarsi dalla partita, qualche volta anche sul lungo periodo.
Però non è discontinuo, come altri.
Necessita di stimoli, questo si: è pur sempre un estroso, quindi un pizzico di intermittenza fa parte del pacchetto.

L’approdo a Francoforte coincide con la sua consacrazione in Nazionale: Beckenbauer, tecnico dei teutonici, vuole dare l’assalto al titolo mondiale con un gruppo forgiato dal talento e dalla forza fisica.
Per la forza non serve un grande sforzo, perdonate il gioco di parole: la natura tifa per loro da sempre.
Il talento tocca cercarlo ed il Kaiser Franz lo individua in un centrocampo denso di classe: Möller, Thon, Matthäus, Littbarski.
In ordine sparso e circondati da altrettanto valenti difensori della patria.
E poi lui, Uwe Bein, il preferito dall’allenatore.
Perché rispetto ai suoi compagni è in grado di illuminarsi d’immenso dal nulla.
Letteralmente dal nulla, con giocate d’effetto ma pure decisive.
Alla kermesse di Italia 90 il giocatore arriva con uno stato di forma fisico e mentale da fare invidia alla maggior parte dei suoi conterranei.
Conscio che si tratta dell’occasione della vita, si dedica anima e corpo alla causa.
L’allenatore apprezza e lo schiera titolare nelle amichevoli che precedono la competizione iridata.
Molti critici sostengono che sia un azzardo, in quanto Bein tende ad inserirsi in attacco con una frequenza eccessiva, finendo con lo sguarnire il settore nevralgico del campo.
Beckenbauer replica che ci sono altri giocatori atti allo scopo e che lui da Bein si aspetta soprattutto qualità oltre che, ove necessario, un pizzico di sostanza.
Il fantasista esegue gli ordini alla lettera e gioca un grande girone di qualificazione nel torneo italiano, condito da una rete contro l’Arabia Saudita nella seconda gara e da due buone prestazioni contro la Jugoslavia all’esordio e contro la Colombia nel terzo match.
Nella partita con i sudamericani deve uscire alla fine del primo tempo, allorché i postumi di un infortunio patito contro gli arabi lo costringono ad alzare bandiera bianca.
Si rimetterà abbastanza rapidamente e se la caverà bene contro la Cecoslovacchia, ai quarti, ma dopo una leggera ricaduta nel finale di gara con estremo senso di responsabilità declinerà la proposta del tecnico di schierarlo contro l’Inghilterra, rendendosi conto di non essere pronto a reggere i ritmi infuocati di una semifinale mondiale.
Negli ottavi, invece, si sentiva meglio e voleva giocare, ma Franz gli spiegò che preferiva puntare su un centrocampo più muscolare per contrapporsi ai veloci e tonici olandesi.
In finale si scalda, nella ripresa, poi lo sviluppo del match fa propendere lo staff tecnico per altre scelte.
Diventa quindi Campione del Mondo e a tutti gli effetti, sebbene non da protagonista principale.
Un trionfo emblematico della parabola del giocatore, sempre tra i migliori ma quasi mai sul podio.

L’avventura con la Nazionale si conclude di lì a breve, perché il nuovo CT Vogts non è un fan dei funamboli alla Bein.

Con la maglia dell’Eintracht si toglie parecchie soddisfazioni ma non riesce a vincere trofei.
Porta la squadra a stabilizzarsi tra le prime di Germania e perde inopinatamente un Meisterschale nel 1992 in zona Cesarini all’ultima giornata con una sconfitta incredibile a Rostock, contro l’Hansa già retrocessa, grazie anche ad un arbitro non propriamente in formissima.

Nel 1994 l’Eintracht vorrebbe allungargli il contratto di una stagione.
Bein ha 34 primavere, però è fisicamente a posto.
Nell’anno del Mondiale italiano era stato vicinissimo al trasferimento all’estero.
Pochi lo ricordano, ma in quel periodo la Fiorentina si è decisa a cedere il brasiliano Dunga, perno del centrocampo gigliato.
Il forte mediano ha già un accordo con la Juventus, che a sua volta cerca di tirare sul prezzo del cartellino con Cecchi Gori, patron viola.
La proposta prevede un conguaglio in denaro ed il passaggio di Daniele Fortunato in riva all’Arno.
Caliendo, il fumantino procuratore del sudamericano, spinge per ripetere l’operazione Baggio, da poco passato alla Juve con un codazzo di polemiche e casini da fare invidia ad una guerra tra parenti.
Cose di calciomercato, nulla di strano.
Se non fosse che, a sorpresa o forse no, Dunga inizia ad alzare vorticosamente le proprie pretese nei confronti della dirigenza bianconera, finendo per infastidire la banda Agnelli e per convincere i dirigenti della Fiorentina a ritoccargli il contratto e confermarlo in squadra.
La Juve cambia obiettivo e chiude per il tedesco Hässler, prelevato dal Colonia.
 Tutti felici e contenti incluso Uwe Bein, che era il giocatore designato a sostituire Dunga alla Fiorentina, col Francoforte disposto a cederlo in cambio di un esborso monetario adeguato al valore del talento tedesco.
Caratteristiche diverse rispetto al brasiliano, naturalmente.
In realtà sarebbe andato a prendere il posto del succitato Roberto Baggio, in Toscana.
Salta tutto e lui, serafico e conciliante come al solito, non fa una piega e continua la sua avventura in Germania, ammettendo di amare l’Italia e di apprezzare il torneo tricolore, il migliore al mondo del periodo, ma confessando che l’idea di dover lasciare Francoforte non lo rendeva affatto felice.
Fino al 94, per l’appunto, quando rifiuta il rinnovo con i suoi e firma per i giapponesi Urawa Red Diamonds, sponsorizzati dalla ricca Mitsubishi. 
Scelta dettata da motivazioni economiche, Uwe è fin troppo onesto e sincero per non confessarlo prima di subito.
Con lui ci sono diversi connazionali: il fratello d’arte Michael Rummenigge, l’ex nazionale Uwe Rahn ed un altro Campione del Mondo, Guido Buchwald.
Bein finirà per trascorrere tre stagioni nel paese del Sol Levante, innamorandosene a tal punto da ritornarci quasi tutti gli anni, dopo aver concluso la sua carriera agonistica.
Il suo club, nonostante gli stranieri di ottimo livello, non riesce a fare il salto di qualità, ondeggiando nelle posizioni mediane della graduatoria.

Concluso il triennale con gli asiatici, Uwe decide di puntare la prua verso la patria natia.
Sua moglie Ivonne ha da poco partorito la primogenita Sarah ed è ora di tornare stabilmente a casa.
Le offerte non mancano, nonostante i trentasette anni suonati.
In fondo 300 partite in Bundesliga ed un centinaio di gol non sono robetta.

Opta per un annuale con il VfB di Giessen, dalle sue parti.
Società ambiziosa, vogliosa di scalare posizioni e categorie.
Un anno e mezzo di transizione, risultati modesti.
Una stretta di mano ed arrivederci.
Uwe torna dopo qualche anno a calcare i campi di gioco, più per passione che altro, ritirandosi definitivamente alla soglia dei quarantasei anni, nel 2006, e dopo aver contribuito per un quadriennio alla crescita dei giovani del club SVA Bad Hersfeld, a dieci metri dieci dalla sua residenza odierna.

Continua a seguire il Calcio: insieme ad altri famosi ex colleghi entra a far parte di parecchi progetti a larga scala per l’allenamento di giovani calciatori.
Essendo un uomo intelligente sa bene che il suo carattere, forte ma schivo e riservato, mal si confà al mestiere di allenatore, quantomeno a livelli professionistici.
Diventa ambasciatore dell’Eintracht, guarda parecchie partite, viaggia spesso, si diverte a giocare a beach soccer, si diletta a fingere di praticare il golf, si tiene in contatto con parecchi compagni con i quali ha vinto il Mondiale del 90, incontrandoli ogni cinque anni, a scadenza fissa.
Una bella tradizione che solamente il Covid-19 ha stoppato, rimandando i festeggiamenti per i trent’anni trascorsi dal trionfo di Roma.
Sua figlia Sarah lavora per lo stesso Eintracht, nell’ufficio stampa, e a breve sposerà il difensore rossonero Denny da Costa: tradizioni di famiglia rispettate, insomma.

Uwe Bein, tocca ripeterlo, è stato uno dei migliori interpreti della sua generazione, nel ruolo di centrocampista-trequartista.
Ha subito pochi infortuni, riuscendo ad esprimere una più che apprezzabile continuità di rendimento.
Il mix tra fisico tosto e talento cristallino nel calcio odierno richiederebbe un adattamento tattico non semplice.
Ma i buoni giocatori servono sempre, come direbbe il saggio Boskov.
Velocità di testa, di corpo e di piede: una rarità.
Se fosse stato un pizzico più sfrontato, forse, chissà dove sarebbe potuto arrivare.
Oppure no, questo era e questo è: prendere o lasciare.

Mediaticamente scarsino, calcisticamente un Top: Uwe Bein.
Pur sempre un Campione del Mondo, eh.

V74

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