• Il Maradona greco

Greco, poi, si fa per dire.
Perché qualcuno ancora lo chiama col suo appellativo sovietico, alias Vasilis Chadzipanagis, oltre che nelle varie scritture russe, cirilliche, greche e via dicendo che manco un glottologo esperto in materia riuscirebbe a capirci qualcosa.

Un calciofilo se ne frega di tutto ciò e si concentra sul soprannome più celebre, quantomai impegnativo: “Il Maradona greco”.
Investitura oltremodo pesante, senza dubbio.
Di Maradona sul pianeta Terra ne è sbarcato soltanto uno, per fortuna o purtroppo che sia.
Però il paragone non è del tutto campato in aria, dal punto di vista della classe calcistica.
Ed è tutto dire.

Vasilis Hatzipanagis nasce nell’ottobre del 1954 a Tashkent, oggi popolosa capitale dell’Uzbekistan ed in quella precisa fase storica città appartenente all’URSS.
I genitori, entrambi greci, si sono rifugiati lì per sfuggire alla Guerra Civile Greca che per oltre un triennio, dalla metà degli anni 40 in avanti, aveva reso irrespirabile l’aria del paese ellenico e mietuto moltissime vittime.
La famiglia si ambienta discretamente nel nuovo “habitat” e il piccolo Vasilis si appassiona al gioco del Calcio, praticato nelle gelide lande dell’est.
Sorprende la capacità di controllo della sfera ed il tocco felpato e preciso, tenendo conto che il ragazzino non ha mai frequentato scuole calcio e/o ha svolto allenamenti di settore.
Talento naturale, quindi: puro e crudo.

Su di lui mette gli occhi la Dinamo Mosca, alla quale vengono segnalate le qualità del ragazzo.
Siamo agli inizi degli anni sessanta: le risorse finanziarie son quelle che sono e gli spostamenti sono ancora parecchio limitati.
Inoltre la Dinamo è ritenuta società molto vicina agli ambienti di polizia militare e i circa 40mila greci presenti in zona, inclusi i protagonisti di questa storia, avevano tutt’altre simpatie.
Così ad accaparrarsi i servigi del futuro campione è il Pakhtakor di Tashkent.
Campo di allenamento praticamente sotto casa e posto a breve distanza dalle scuole frequentate da Vasilis.
Quest’ultimo dimostra subito le sue doti, impressionando i tecnici locali e quelli federali, che giungono in città su suggerimento di una vecchia gloria del luogo che ha visto all’opera l’astro nascente.
E man mano che cresce il fisico il suo talento sembra aumentare di pari passo, unitamente all’agilità che permette a quel folletto di incantare chiunque lo osservi.

Durante l’adolescenza accade però un evento che cambierà per sempre la storia di Hatzipanagis e, di conseguenza, del Calcio Greco.
Un dirigente della Federazione Sovietica si reca infatti a casa del giovane per parlare con la sua famiglia, alla quale spiega che per esordire nel torneo nazionale -e poi ambire alla convocazione nelle rappresentative di categoria- è necessaria la cittadinanza.
Vasilis deve prendere il passaporto sovietico, oltre a quello greco che già possiede.
Ne ha facoltà, le carte sono tutte a posto.
Manca soltanto la richiesta ufficiale da presentare alle autorità, poi la pratica sarà seguita con attenzione e, tramite gli agganci già predisposti, alquanto velocizzata.
Le prospettive paiono interessanti e i genitori acconsentono, pensando che in fondo un documento in più, peraltro un passaporto di quelli importanti, non potrà che essere d’aiuto, in caso di necessità.

Il ragionamento non fa una piega, in effetti.
Non immaginano neppure che in quel preciso istante stanno involontariamente condannando il proprio figliolo ad un’esistenza calcistica nettamente inferiore alle prospettive e alle sue capacità.

Vassilis acquisisce così il passaporto sovietico ed esordisce con la maglia del Pakhtakor, in seconda serie, dopo aver fatto faville in diversi tornei giovanili della regione.
A soli 17 trascina i suoi compagni alla promozione in prima serie e poco dopo riceve la chiamata dall’Under 19 (propedeutica alla sicura convocazione in Nazionale A) con la quale disputa alcune gare di qualificazione alle ormai prossime Olimpiadi.
Segna una rete, regala spettacolo, impressiona gli addetti ai lavori che lo osservano in azione.

Poi, a sorpresa, decide di tornare in Grecia.
Si sente greco ed ha voglia di misurarsi nel torneo di casa.
Il tecnico sovietico Beskov, un vero e proprio santone della panchina, oltre che un uomo estremamente pragmatico, lo invita a riflettere sui piani.
“Dopo Blockin, il nostro miglior giocatore, ad oggi ci sei tu. Qui puoi ancora crescere ed importi a livello europeo, mentre in Grecia saresti forse il migliore già adesso, ma senza poterti mai veramente evolvere in futuro”, queste le parole, dettate da ragioni di opportunismo, si, ma pure schiette e, sfortunatamente per il giocatore, anche profetiche.

Niente da fare.
Vasilis Hatzipanagis ha deciso.
Con la mente e col cuore.

Saluta la sua oramai ex squadra dopo quasi cento presenze ed un buon bottino di gol e torna in patria, quella che tale lui considera, unendosi all’Iraklis di Salonicco, la più antica come fondazione ma pure quella che è considerata la terza squadra della città dopo Il Paok e l’Aris.
La sua famiglia proviene da lì e lui, come esule di ritorno, può più facilmente riprendere la residenza rispetto ad Atene o altri posti, a patto che abbia un reddito tale da mantenere l’intera famiglia.
Firma quindi un buon contratto con auto e casa incluse e strapieno di clausole, alcune capestro, che la società inserisce nell’eventualità che il calciatore possa decidere presto di cambiare aria o che non riesca a dimostrarsi all’altezza.
In questo modo il club si para il deretano in tutti i casi, insomma, sia che vada bene e sia che vada male, e detiene il totale possesso dei diritti delle sue prestazioni sportive.
Vasilis è convinto di riuscire ad imporsi, conscio delle proprie qualità, e non si preoccupa più di tanto degli aspetti burocratici.
Rinuncia addirittura al passaporto sovietico, che pochi mesi prima -a causa dei regolamenti in vigore e della questione logistica succitata- non gli aveva consentito di liberarsi e accettare le proposte dell’Olympiakos.
“Se giocherò alla grande arriveranno offerte irrinunciabili e saranno costretti a lasciarmi andare”, pensa.
Non andrà affatto così.

All’Iraklis vince subito un trofeo, la Coppa di Grecia 1975/76, sconfiggendo la corazzata Olympiakos -si, proprio il club che lo aveva cercato poco prima- ai rigori.
2-2 al termine dei tempi regolamentari, 4-4 alla fine dei supplementari.
Hatzipanagis segna due reti, poi sbaglia il suo penalty durante la lotteria dei rigori, stranamente.
Gli avversari fanno peggio e l’Iraklis mette in bacheca il primo trofeo della propria lunghissima storia.
Ad oggi ancora l’unico, di un certo livello.

Sembra l’inizio di una novella a lieto fine ma in questa storia, si è capito, le premesse non coincidono mai con le conclusioni.
Negli anni a venire difatti l’Iraklis riempie il proprio stadio fino all’orlo, ma di vittorie neanche l’ombra.
Piazzamenti a metà classifica, dignitosi ma non esaltanti.
Il ritorno alla normalità, se non fosse per quel fuoriclasse che continua, imperterrito, a dare spettacolo.
A fine anni settanta prova a liberarsi del contratto con la propria società d’appartenenza ed un tribunale gli riconosce lo svincolo temporaneo.
L’Iraklis fa ricorso e vince, ribaltando la sentenza.
La Federazione Greca interviene sulla questione e sancisce le ragioni del giocatore, stabilendo nuovi regolamenti.
Nulla muta per Hatzipanagis, che dovrà comunque attenersi a quelli precedenti, per contratto in quel momento in essere.

Perde pure la possibilità di essere convocato con la Nazionale Ellenica, datosi che quella Sovietica fa ricorso dopo la prima gara giocata con i greci sostenendo che il giocatore avesse già accumulato presenze con le loro rappresentative, seppur solo a livello giovanile, ed ottiene il riconoscimento delle proprie ragioni.
Vasilis si ritrova senza la possibilità di giocare con la Grecia ed in una club che non possiede alcuna ambizione in campo nazionale e, ancor meno, sul palcoscenico internazionale.
Come se non bastasse l’Iraklis viene pure retrocessa d’ufficio, per uno scandalo dai contorni non particolarmente chiari: accade tutto in una semifinale di Coppa di Grecia (1979/80), dove ad affrontarsi sono due compagini di Salonicco, Paok ed appunto Iraklis.
Quest’ultima ha la meglio nel doppio confronto, poi crolla in finale (2-5) contro il Kastoria.
Prima dell’atto decisivo Pellios, difensore del Paok, denuncia un tentativo di corruzione messo in atto dal Presidente avversario Pertsinidis, che gli avrebbe proposto del denaro per “ammorbidirne” la resistenza agli attacchi della propria squadra.
I ricorsi ed i controricorsi si annulleranno vicendevolmente, con nessuna conseguenza penale.
Dal punto di vista sportivo viene invece confermata la retrocessione dell’Iraklis.
Sarà la prima di un tris di cadute a tavolino, che porteranno più avanti la società greca a mettere sulla propria maglia tre grandi stelle -che di solito sono usate per mostrare i trofei e le vittorie- a voler ricordare le presunte ingiustizie patite.

Hatzipanagis è imbufalito e si rifiuta di scendere in Beta Ethniki (l’allora seconda serie) e giocare su campi di patate che a stento ricevono l’agibilità.
Prende un aereo e va ad allenarsi in Germania, con lo Stoccarda, che prova subito ad ingaggiarlo.
Il rifiuto netto della sua squadra, che comunque risorge e vince il campionato cadetto tornando prontamente in prima serie, stoppa la possibile cessione.
Lui ritorna in Grecia e riprende esattamente da dove aveva lasciato, con prestazioni al Top che fanno da traino alla rinascita dell’Iraklis, che si assesta nelle zone alte della classifica.

Continua a sognare l’estero, però.
E sfiora l’addio in diversi momenti, oltre al succitato periodo tedesco.
Il primo con l’Arsenal, fine anni 70, che tramite un mediatore contatta Vasilis mentre si trova a Londra per curare un infortunio.
Il padre di Vasia, come gli amici chiamano il calciatore, aveva pensato di trasferirsi in UK, in passato.
La moglie lo aveva dissuaso, ma in città vive un loro parente che ha contatti con la società inglese e li usa per convincere il funambolo a trasferirsi oltremanica.
Lui si allena pure per un periodo con i britannici, poi torna in Grecia e non se ne fa nulla.
Agli inizi degli anni 80 ci prova la Lazio, senza esito.
I colori della Grecia e dell’Iraklis: sarebbe stata una suggestione sublime.
Poi, nel tempo, si propongono i lusitani del Porto, gli americani del Cosmos, i belgi dello Standard Liegi e, in patria, le tre società più blasonate della capitale, vale a dire Panathinaikos (che propone una montagna di quattrini), Olympiacos (una pletora di giocatori e ricco conguaglio) ed AEK.

Il Mago, altro soprannome, non si muove.
In una sola annata segna sette -dicasi 7- reti direttamente su calcio d’angolo ed entra nel Mito.

Rapido di gambe e di testa, dotato di una tecnica sovrannaturale.
Scherza con gli avversari, elude le marcature come fosse un fantasma, dribbla tutti e poi torna indietro e riparte.
Più di ogni altra cosa, inventa assist e calcio.
Re degli assist, scova angoli sconosciuti alla logica ed alla geometria per servire i compagni e lanciarli verso la gloria.
Da fermo è una sentenza, parabole arcuate e traiettorie disegnate dalle divinità.
Il sinistro secco e nel contempo carico d’effetto: un mix letale, per i portieri avversari.
Più di loro soffrono soltanto i difensori, che ballano la rumba nel tentativo -vano- di stopparne gli istinti circensi.
Si, perché Vasilis Hatzipanagis, il “Nureyev del Calcio”, ha una visione di gioco che assomiglia più ad uno show, che ad un match.
Spettacolo puro, con qualche piccolo limite, se vogliamo così definirlo: non è velocissimo, ecco.
Pur calciando rigori e punizioni, non segna moltissimo: arriva a superare la decina solo in un paio di occasioni, in carriera.
Ad un fantasista/trequartista che non di rado si trasforma in regista e detta le regole del gioco, beh, si può perdonare questo ed altro.

Nel frattempo vince una Coppa dei Balcani (1985), una competizione che per circa un trentennio (60-90) ha contrapposto le migliori squadre dell’area geografica in questione.
Perde invece in finale un’altra Coppa di Grecia, ai rigori contro l’OFI Creta nel 1987.

A qualche anno prima risale una sua memorabile partecipazione ad un evento internazionale, con i Cosmos di New York che sfidarono una rappresentativa del Resto del Mondo: Hatzipanagis entra nella ripresa e ruba la scena in diversi momenti, nonostante in campo vi sia gente come Beckenbauer, Hugo Sanchez, Keegan, Kempes, Krol, Magath, Futre e così via.

Negli ultimi anni di carriera gioca poco: spesso infortunato, a volte stanco e, forse, non di rado sfiduciato.

Nel 1990 si ritira.
Ha 36 anni.
Ritorna dopo alcuni mesi per dare una mano ai suoi compagni, che tra infortuni ed epidemie influenzali, fanno fatica ad arrivare ad undici elementi da mandare in campo contro il Valencia, in Coppa Uefa.
Porta a termine la missione, poi lascia cadere definitivamente il sipario.
O quasi, perché nel 1999 la Federazione Greca chiede il permesso (accordato)alla FIFA di potergli tributare un meritato omaggio, invero una sorta di riconoscimento per tutto quello che è stato ma, soprattutto, per quello che sarebbe dovuto essere.
A 45 anni suonati gioca uno spezzone di match amichevole contro il Ghana e poi saluta un intero popolo, che lo acclama come un vincente.

La bacheca direbbe altro, ma il calcio non è soltanto numeri e raziocinio.
Perché si, Vasilis Hatzipanagis è stato di gran lunga il più forte calciatore ellenico della storia.
Lo ha stabilito la stessa Federazione del suo paese, tra l’altro, senza discussioni a riguardo, premiandolo con una emozionante cerimonia.
Avrebbe meritato una chance nel Calcio che conta. altroché.
Per lui e per noi, che amiamo questo fantastico sport.

«Mi dispiace di non aver potuto indossare la maglia nazionale greca più di una volta. E mi dispiace di non aver avuto una carriera all’estero. Mi sarebbe piaciuto giocare in un campionato migliore, godermi il calcio anche a quel livello. Se potessi riportare indietro l’orologio, farei le cose in modo diverso».

L’Iraklis, ad un certo punto ed al netto delle allucinanti clausole contrattuali che prevedevano il rinnovo annuale per almeno un decennio, avrebbe lasciato partire il suo Dio, leader e capitano: per riconoscenza, per affetto, per recuperare moneta sonante (in primis) e per non tarpargli le ali, come giusto che fosse.

I tifosi, e i greci sanno essere parecchio calienti, avrebbero energicamente protestato e le conseguenze sarebbero state drammatiche, per i dirigenti tessalonicesi.
Minacce in tal senso e preoccupanti avvisaglie non erano affatto mancate, negli anni.
Tutt’altro.
E con lui in campo gli incassi diventavano ogni qual volta più succulenti, con nutrita presenza di tifosi avversari, pronti a godersi l’esibizione.

Una mistura assurda di politica, burocrazia, timore, incertezza, amore -smisurato, questo si- ha finito purtroppo per rallentare un’ascesa che avrebbe potuto essere clamorosa.
Vasia si è poi affezionato in modo viscerale alla causa e, nel tempo, forse pure un pizzico seduto sugli allori.

Aristotele, miliardesimo nickname affibbiato al buon Vasilis Hatzipanagis, resta comunque un idolo incontrastato delle folle.
Quelle greche, certo, ma non solo.

Immaginarlo con la Maglia della Lazio, a dar spettacolo nel nostro torneo, fa il suo effetto ancora oggi.

A fine carriera si dedica a lavorare con i giovani creando un’Accademia, collabora con la Federazione Greca per monitorare i talenti nella zona settentrionale del paese, completa gli studi iniziati agli arbori della carriera e progetta di tornare in Russia, a visitare i luoghi a lui cari e che qualche rimpianto, volente o nolente, lo generano.
Non si è sposato ed ha continuato a sostenere, con autoironia e col sorriso sulle labbra, di essere uno spirito troppo libero per poter essere ingabbiato.

Infine una sliding door che non ha avuto risvolti negativi, per Vasia.
Forse l’unica, delle tante, ma determinante: nel 1979 l’aereo che trasporta gran parte della squadra del Pakhtakor, dove giocava in precedenza, ebbe una tragica collisione in volo con un altro velivolo e precipitò, condannando a morte 17 elementi della squadra e altre 161 persone.
Una storia bruttissima.
In questo caso di certo è andata bene al protagonista della nostra storia.

Cioè lui.
Vasilis Hatzipanagis: il Maradona greco.

V74


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