• Il Gobbo

Uno legge “il Gobbo” e si immagina qualcosa di buffo o, nel migliore di casi, spiritoso.
Ancor di più se il tutto fa riferimento al mondo del Calcio, solitamente molto vanesio nei suoi parametri, in particolar modo in quelli estetici.

E invece no.
Decisamente no.
Perché “il Gobbo”, alias Willem van Hanegem, è stato un grandissimo giocatore, tra i più forti di sempre del suo paese e stimato nel novero dei centrocampisti Top della sua generazione, oltre che un personaggio dalle tante sfaccettature, molte delle quali degne di essere raccontate.

Mi verrebbe da definirlo “una imprescindibile eccezione”, poiché nel celeberrimo totaalvoetbal che fece scalpore negli scorsi decenni -e che ancora oggi è vista come una delle migliori interpretazioni calcistiche del secolo passato- lui, brutto e sgraziato, ha incarnato l’indispensabile figura dell’equilibratore, lì in mezzo, a dare ordine e personalità ad una selva di talenti belli e vispi che si muovevano come schegge impazzite.

Breskens, nel sud-ovest dei Pesi Bassi.
Nel 2021 è inglobata in un comprensorio comunale che racchiude pure questa vivace cittadina in grado di offrire al visitatore una lista di cose da fare e vedere che non arriva alle dieci unità, pur volendosi sforzare.
L’atmosfera è però alquanto piacevole, soprattutto per la presenza di uno sfizioso porticciolo.

Nel 1944 di divertente e piacevole, in zona, non vi è nulla.
La guerra impera e proprio qui, in una maledetta giornata di settembre, le Forze Armate Tedesche sono in ritirata e gli Alleati, per sfiancarne ulteriormente la resistenza, decidono di bombardarle proprio nei pressi del porto di Breskens -in una località strategica per la sua collocazione geografica tra Olanda, Belgio e Francia e per la sua vicinanza con porti e città da soggiogare militarmente-, provocando una strage che uccisd circa centoventi persone inermi e ne ferisce molto gravemente un’altra ottantina.

Willem van Hanegem non ha neanche compiuto otto mesi e si ritrova senza il padre e senza un fratello, entrambi spazzati via da una esplosione che distrugge il rifugio ove avevano provato a proteggersi dopo aver cercato di recuperare provviste alimentari e, nel contempo, mettere in sicurezza i depositi di pesca, la principale attività della numerosissima famiglia.
Di lì a breve un altro suo fratello perderà la vita in guerra.
Poi toccherà ad una sorella, infine ad altri parenti ancora.
Un’autentica ecatombe che segnerà per sempre l’esistenza del piccolo Wim, come verrà soprannominato dagli amici.

Sua madre, da qualche anno tornata dagli USA dove con i suoi genitori era emigrata in cerca di un futuro migliore, dopo poco più di un anno decide di trasferirsi con quel che resta della famiglia ad Utrecht, a circa duecento chilometri di distanza, e con l’aiuto di un altro uomo prova a rifarsi una vita.

Nella bella città olandese Wim si appassiona al calcio quando ancora non si regge manco in piedi ed inizia a praticarlo sin da bambino.

Manifesta presto un indole al comando: ha un carattere forte, notevole forza fisica, buon atletismo, discreta tecnica.
Nel suo quartiere, nelle classiche partitelle della strada, domina incontrastato la scena.
Prova a ritagliarsi uno spazio in alcune società giovanili della città, ma ogni provino al quale partecipa si rivela infruttuoso.

Un giorno, ormai adolescente, si reca agli allenamenti del Velox, una società del luogo che proprio in quegli anni inizia ad affacciarsi nel calcio professionistico.
Osserva i suoi coetanei che si allenano, fin quando non gli arriva un pallone tra i piedi.
Wim non resiste alla tentazione di farlo suo e mettersi un po’ a palleggiare, prima di calciarlo nuovamente nella stessa direzione dal quale proveniva.
E così fa per altre 7/8 volte, allorquando la sfera termina dietro il recinto di gioco.
L’allenatore della compagine locale, che si occupa anche del settore giovanile, è colpito da due particolari: il ragazzo calcia quasi sempre d’esterno e sembra che al posto del piede disponga di un goniometro.
Sorpreso ed incuriosito gli si avvicina e lo convoca per un allenamento con la Under 19.
Sei mesi dopo Wim esordisce in prima squadra ed inizia la sua grande avventura nel calcio professionistico.

Con la maglia del Velox disputa quattro stagioni in seconda serie, con un bottino finale di una quarantina di reti in oltre cento gare.
Niente male, per un centrocampista centrale.

La squadra bazzica nelle zone alte della graduatoria, avvicinandosi in un paio di circostanze alla vetta.
van Hanegem è il fulcro: si mette in mostra come un elemento brillante e di categoria superiore e, giocoforza, le richieste per lui iniziano a fioccare.

La spunta il Xerxes, ambiziosa compagine di Rotterdam appena promossa in prima serie, che ha potuto quindi osservare da vicino le performances del ragazzo.
Un onorevole decimo posto in classifica sembrerebbe il viatico per ottenere risultati di rilievo, ma sorgono alcune problematiche abbastanza complesse: innanzitutto la società è costretta a cercarsi uno stadio, in quanto il comune di Rotterdam ha deliberato che lì dove gioca il Xerxes dovrà sorgere un ospedale.
Come se non bastasse, lo sponsor principale, deluso da codesta situazione, ha scelto di farsi da parte.
I dirigenti provano a metterci una pezza, organizzando una fusione.
Nulla di nuovo, a queste latitudini.
Il problema è che i tifosi del DHC Delft, l’altra squadra coinvolta nell’affare, non apprezzano l’accoppiamento.
Nemmeno una stagione -peraltro conclusa con un buon settimo posto- con la denominazione di Xerxex/DHC’ 66, e la coppia scoppia miseramente.

Il Xerxex riparte dai dilettanti e Wim van Hanegem, addirittura vice-capocannoniere del torneo con ben 26 realizzazioni- è libero di firmare per il club più importante della città, quel Feyenoord che già da parecchio tempo lo osserva con estrema attenzione.
Un salto di qualità importante, per il mediano.
De club van het volk (il club dl popolo) viene da ben tre secondi posti consecutivi ed ha voglia di tornare a primeggiare.
L’ingaggio di Wim, capace nella precedente stagione di mettere a segno più gol di un certo Johan Cruijff, è il viatico ad una vittoria della Eredivisie che puntualmente giunge al termine di una lotta con l’Ajax.
Cruijff segna 24 reti con i lancieri di Amsterdam, finendo dietro allo svedese Kindvall, dello stesso Feyenoord, che si conferma capocannoniere come nell’annata precedente.
Willem van Hanegem si ferma a 14 esultanze dirette, un prezioso contributo alla causa con un leggero arretramento in campo che lo porta a mansioni più difensive, garantendogli nel contempo la facoltà di imporsi come uno dei più forti giocatori del campionato olandese.

La convocazione in Nazionale, giunta mesi prima, è la naturale conseguenza di un percorso vincente.

Con i biancorossi di Rotterdam Wim gioca otto stagioni, scrivendo letteralmente la storia del club e del calcio olandese e portando a casa tre “scudetti” (1969, 1971, 1974), una storica Coppa dei Campioni (1970, battendo in finale gli scozzesi del Celtic), la prima di sempre per una compagine orange, una Coppa Intercontinentale (contro gli argentini dell’Estudiantes nel 1970), una Coppa Uefa (1974, sconfiggendo nell’ultimo atto gli inglesi del Tottenham) ed anche una Coppa dei Paesi Bassi (1969, tanto per gradire).

Gli olandesi, col santone austriaco Happel in panca, dominano la scena nel vecchio continente e pure altrove.
Nella finale di Coppa dei Campioni, giocata e vinta a Milano contro gli scozzesi del Celtic, Wim van Hanegem detta i ritmi ritmi emotivi e di gioco della sua squadra, rendendola una macchina perfetta.
L’Inter si innamora di lui e prova a portarlo in Lombardia, senza esito.

Mancino puro e raffinato, con quel suo incedere lento ed apparentemente compassato Wim è il cuore ed il cervello del centrocampo del Feyenoord e della sua Nazionale.
Si posiziona dinanzi alla difesa, che protegge con feroce possanza e con indiscutibile autorità.
Ha un senso tattico infinito e con quelle gambe arcuate “de Kromme” (il curvo, il gobbo) riesce a disegnare traiettorie insospettabili, geometricamente perfette, oltre ad essere tremendamente efficace negli inserimenti offensivi, con un numero di gol messi a segno che ne certificano l’elevato spessore tecnico, e negli assist, che fornisce ai compagni con ragguardevole costanza.
Bravissimo anche sui calci da fermo che tira quasi senza rincorsa, mettendo così in difficoltà i portieri avversari che non hanno il tempo di studiarne la parabola, imprimendo inoltre alla sfera una sorprendente potenza ed una apprezzabile precisione.
Di testa è una sentenza, con tempismo e senso della rete.
Leader naturale, non molla di un centimetro e se durante la gara la pressione aumenta lui è lì, pronto a ribattere colpo su colpo a qualsivoglia azione nemica.
In tackle non sbaglia un intervento che sia uno e quando apre le valvole e lancia d’esterno, beh, è una gioia per gli occhi osservare il cuoio che viaggia come una lama, tagliente e preciso.
Volendogli trovare qualche limite è poco rapido nei movimenti e non eccelso nel dribbling, pur cavandosela alla fine in entrambe le cose con le sue altre -innumerevoli- doti.

Con la Nazionale gioca un epico Mondiale nel 1974, arrivando a sfiorare il trionfo negatogli da una solidissima Germania Ovest solo all’ultimo atto.
Maier in porta, il Kaiser Beckenbauer in difesa, Overath in mezzo e Gerd Müller davanti: l’allenatore Helmut Schön gioca in casa e schiera una compagine dalla colonna vertebrale fortissima, contorniata di ulteriori altri campioni.
I Paesi Bassi di mister Rinus Michels non sono certo da meno, con un Cruijff ispirato ed un collettivo di grande qualità e furore agonistico che si muove come un meccanismo ad orologeria alle spalle del succitato fuoriclasse olandese.
I due blocchi contrapposti dell’elegante Ajax e del concreto Feyenoord esplicano alle perfezione quella che non è soltanto una rivalità calcistica, quanto piuttosto un paradigma sociale.
Tutto ciò, teoricamente slegato da vincoli di connessione, riesce a fondersi, congiungersi ed amalgamarsi creando una luccicante bellezza sportiva.
van Hanegem, con intelligenza e dedizione alla causa, si sacrifica tatticamente per coprire le spalle al più giovane Neeskens, straordinario centrocampista che abbina anch’egli tecnica e grinta e che durante lo svolgimento del torneo è in forma straordinaria.
Ne viene fuori una partita memorabile, inizialmente dominata dagli olandesi e successivamente finita pian piano in mano ai tedeschi, che portano a casa il trofeo intercontinentale.
L’onore delle armi non basta al buon Wim per placarne la rabbia: abbandona il manto erboso con gli occhi lucidi, non si presenta al banchetto organizzato dalla FIFA per il dopo gara, confessa di non amare nulla che sia tedesco, per ovvie ragioni, e di non riuscire ad accettare serenamente il verdetto del campo, oltre che qualsiasi sconfitta con un contendente che abbia origini teutoniche.

Sincero sino al midollo.

Talvolta troppo, forse.

Basti pensare al trattamento riservato nei mesi che avevano preceduto il Mondiale al povero Willi Lippens, padre tedesco e madre olandese, vivacissima seconda punta dall’aspetto strambo (veniva soprannominato il papero, per le sue movenze particolari) ma con un notevole senso della rete, che viene cercato da entrambe le Nazionali alle quali, per ragioni di famiglia, potrebbe appartenere.
Il padre, vessato in passato dai nazisti, odia i tedeschi.
Willi si sente olandese, ringrazia il C.T. germanico Helmut Schön che lo chiama una decina di volte per cercare di convincerlo, e sceglie la maglia arancione.
Accetta anche la spietata corte dell’Ajax, ma in questo caso il no giunge dalla sua società d’appartenenza, il Rot-Weiss Essen, che non vuole privarsene.
A forza di gol in Bundesliga riesce comunque ad essere chiamato nella Nazionale orange, dove però sbatte contro un muro di odio e razzismo: lo isolano e lui, che parla meglio il tedesco dell’olandese, si ritrova tutti contro, in campo e pure fuori.
Surreale.
Sarebbe stato il perfetto complemento dell’attacco arancione, ai Mondiali tedeschi del 74.
Non avremo mai la controprova ed i se e i ma non fanno la storia.
Lippens, per la delusione e la rabbia, finirà per tifare a favore dei tedeschi, evitando accuratamente di confessarlo al padre.
Molti anni dopo, a chi gli chiese lumi sui rapporti con i compagni di Nazionale, rispose: “Quasi tutti non mi volevano lì, perché per loro ero un tedesco. Alcuni furono alquanto ostili, un paio andarono decisamente oltre. Il peggiore? van Hanegem, senza alcun dubbio”.

van Hanegem, si, proprio lui.
Rigido ed urtante, in tempi in cui il politicamente corretto/scorretto era un qualcosa di ancor più pericoloso rispetto ad oggi, per assurdo che possa sembrare.

Dopo aver ottenuto il miglior risultato della propria storia calcistica i Paesi Bassi si qualificano per la prima volta alle fasi finali dei Campionati Europei, che in codesta occasione (1976) si tengono in Jugoslavia.
Non portano a casa una medaglia d’argento, come in Germania, ma bensì di bronzo, conseguita battendo i padroni di casa nella finale di consolazione, al termine dei tempi supplementari
A vincere è la Cecoslovacchia, che aveva superato gli olandesi in semifinale, anche qui dopo i supplementari nei quali a van Hanegem -tra i più esperti del gruppo- saltano i nervi dopo la rete del 2-1 dei cechi, di lì a poco seguita dal 3-1 che sancisce l’eliminazione dei suoi.
Quando Wim capisce che non potrà incontrare la Germania in finale, beh, impazzisce letteralmente e per farlo uscire dal campo l’arbitro è costretto ad avviarsi verso gli spogliatoi, minacciando di considerare chiusa la gara in anticipo, con tutte le conseguenze -gravissime- del caso.
Volente o nolente, i tedeschi finiscono per costargli ancora una volta caro.
Un destino crudele.

Alla spedizione per i mondiali argentini del 1978 il nostro non partecipa, quantunque sulla panchina degli orange sieda proprio il suo mentore Happel.
Quest’ultimo, in un colloquio chiarificatore col giocatore, gli spiega che in Argentina non potrà garantirgli una maglia da titolare, al contrario di quanto avvenuto abitualmente in passato.
Wim ci resta male e decide, ad un paio di settimane dalle convocazioni, di alzare bandiera bianca.

L’Olanda, priva anche del mito Johan Cruijff che per ragioni personali ha preferito rifiutare anch’egli la chiamata, chiude al secondo posto, sconfitta dai padroni di casa in una finale dai toni accesi e drammatici.

van Hanegem raccoglierà ancora qualche gettone di presenza con la sua Nazionale, chiudendo l’avventura poco più tardi con una cinquantina di presenze e sei reti in un decennio di fondamentale importanza per il calcio olandese.

Il rapporto col Feyenoord si era invece concluso già da qualche stagione.
Al termine degli Europei del 1976 il centrocampista viene messo sul mercato.
I tifosi che assiepano de Kuip (la vasca), lo stadio di Rotterdam, insorgono furiosamente.
Il rendimento di Wim, negli ultimi tempi, è decisamente calato.
A 32 anni non si parla di un giocatore finito, chiaro, ma leggermente usurato si.
Le tante battaglie sui campi di tutto il mondo hanno lasciato il segno, è evidente.

D’altronde non è la prima volta che si ritrova al centro di voci di mercato.
Oltre alla sopracitata offerta dell’Inter pochi anni prima, giusto per la celebre “anticchia”, il gobbo non aveva firmato per il Marsiglia.
Offerta monstre, tra ingaggio e cartellino, calcolando che siamo nei primi anni settanta.
Lui ne parla in famiglia, poi mette ai voti la scelta: 2-2, con moglie e figli.
Guarda il suo bel cagnolone e chiede a lui di accollarsi la scelta: la fedele bestiola non ha voglia di conoscere la bella Provenza, abbaia in segno di solenne rifiuto all’idea di spostarsi e, come da accordi interni, l’affare salta.

Nell’estate del 1976 passa invece all’AZ ’67 di Alkmaar, che guida ad un ottimo terzo posto in Eredivisie, precedendo il suo (ex) Feyenoord.
L’AZ chiude sull’ultimo gradino del podio anche la stagione seguente, vincendo la Coppa d’Olanda in casa dell’Ajax di Tomislav Ivić, mentre a metà di quella successiva Wim lascia l’amata nazione d’origine e si trasferisce negli USA firmando per i Chicago Sting, prestigiosa franchigia della North American Soccer League, nella quale disputa una sola annata calcistica, datosi che nel mercato settembrino del 1979 fa ritorno al paese natio, accordandosi con l’Utrecht e trascinando la squadra nelle zone che contano.

Al termine di un discreto biennio di crescita del team van Hanegem opta per un romantico ritorno a casa, al Feyenoord.
I bei tempi sono lontani, sebbene dopo una stagione interlocutoria i biancorossi sfiorino la vittoria in campionato, finendo alle spalle dell’Ajax campione.

Wim riceve una proposta di rinnovo annuale ma, pur essendo ancora integro fisicamente, preferisce fermarsi, alla soglia dei quarant’anni.
Un peccato: avrebbe potuto chiudere in gloria, datosi che i suoi compagni riusciranno a riportare lo scudetto a Rotterdam in men che non si dica.

Il nostro invece appende le scarpe al chiodo ed inizia ad allenare, collaborando con lo staff della società madre.
Qualche anno più tardi è vice all’Utrecht, poi finalmente guida il suo Feyenoord per un triennio vincendo il campionato nel 1993 e due Coppe d’Olanda, nel 1994 e nel 1995.
Per un po’ allena in Arabia Saudita, salvo poi decidere che le avventure esotiche non fanno per lui.
Così eccolo sedersi sulla panca dell’Alkmaar, dello Sparta Rotterdam e della Nazionale, come assistente.
Chiude all’Utrecht, nel 2008.

Si appassiona al golf, che pratica con gusto e passione, e lavora come commentatore calcistico per diverse testate e media olandesi.
Lingua taglientissima, la stessa che in carriera gli ha procurato diversi dissapori con allenatori, compagni, avversari e tifosi e la stessa, però, che gli ha consentito di essere apprezzato da tantissimi allenatori, compagni, avversari e tifosi.

Vive con la sua Marianna, sposata dopo un rumoroso divorzio dalla prima moglie Truust, ed i due figli della coppia, uno dei quali un noto produttore musicale, in un piccolo villaggio nel nord dei Paesi Bassi.

Willem van Hanegem è uno di quei calciatori che avrei adorato veder giocare dal vivo.
Guardandolo in video già si percepisce la sua spiccata personalità e l’acume tattico che ne modella la tipologia di centrocampista completo.
Ma dallo Stadio, osservandone tutti i movimenti, deve essere stato uno spettacolo nello spettacolo.
Un lucidissimo mastino che nel Calcio di oggi farebbe la fortuna di qualsiasi squadra esattamente come la fece per l’Arancia Meccanica, la Nazionale Olandese, e per ogni compagine nella quale abbia militato.
La sua capacità di far rendere al meglio ogni singolo compagno, come attestano gli straordinari trionfi con il Feyenoord ma anche tutte le sue altre esperienze calcistiche, è la dimostrazione di quanto Wim fosse forte.
La sua storia umana, complessa e bizantina, sembrerebbe quasi voler cozzare con il suo calcio rigoroso e sicuro, salvo poi interagire alla perfezione con tutto il resto.

In età avanzata, ma neanche troppo, si ritrova a dover affrontare anche un’altra battaglia.
Di quelle maledette, per giunta: un cancro alla prostata, per fortuna preso in tempo, che ha sconfitto con la solita, feroce determinazione.

Oltre ai lavori di cui sopra ha collaborato in varie occasioni con l’amato Feyenoord in veste di dirigente, sebbene la sua ingombrante presenza abbia finito per creargli più rogne che apprezzamenti.

Non ha alcuna intenzione di tornare ad allenare, sia per l’età che, soprattutto, per un Calcio che continua ad amare dal profondo ma nel quale non si riconosce più di tanto.
Ed infatti lo commenta con estrema franchezza ed oltraggioso sarcasmo, non di rado suscitando reazioni polemiche ed infastidite.

Protagonista nel DNA, insomma.
In campo e fuori.
Ieri, oggi, domani.

Willem van Hanegem: il Gobbo.

V74

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