• Imperatore d’Oceania

Una leggenda.
Eletto miglior calciatore del secolo scorso, in Oceania.

Siamo intorno alla fine del 1989 quando con la casacca del Werder Brema lui ed il bomber tedesco Kalle Riedle, agli ottavi di Coppa Uefa, mettono letteralmente a ferro e fuoco il Napoli di Bigon e Maradona (ripeto: Maradona), che a fine anno diventerà Campione d’Italia precedendo il Milan olandese di Sacchi.
Rimasi estasiato dinanzi ad una coppia di attaccanti veramente ben assortita.
Riedle pochi mesi più tardi firmò per la Lazio, con mio sommo gaudio.
Invece Rufer resta a Brema per un quinquennio, diventando un simbolo del Werder ed entrando a pieno titolo nel novero dei migliori giocatori della Bundesliga degli anni novanta.


Ma tutto ha inizio molto prima, precisamente a metà degli anni cinquanta.
Arthur Rufer, carpentiere di mestiere e calciatore per hobby, si imbatte per caso in un’offerta di lavoro.
Destinazione decisamente esotica: la Nuova Zelanda.
Da quelle parti hanno bisogno di manodopera specializzata ed in cambio offrono vitto, alloggio, buone paghe e finanche il viaggio in nave.
La distanza da casa è parecchia ed il richiamo della famiglia potrebbe essere ragguardevole.
Le incognite sono tante, senza dubbio, però in fondo Arthur non ha relazioni sentimentali stabili, ha una notevole indole avventuriera e pensa che se proprio dovesse andare male, beh, se ne ritornerà nella sua amata Svizzera.

Giunto a Wellington incontra lo sguardo di Anne, una dolcissima fanciulla maori, e se ne innamora perdutamente.
Il matrimonio ed i tre figli certificano l’amore e la nuova vita della famiglia Rufer, mentre lo spazioso giardino di casa diventa un campo sportivo dove padre e figliolanza si divertono a giocare, nel tempo libero.
Donna, la femminuccia, è un’ottima giocatrice di squash.
Shane e Wynton, i maschietti, hanno DNA calcistico: e si vede.
A scuola li tentano col rugby, lo sport nazionale neozelandese.
Niente da fare.
Calcio 24H24.

A soli dieci anni Wynton è già capace di palleggiare per ore, portandosi il pallone pure a letto.
Shane, di un anno e mezzo più grande, sembra meno tecnico ma anche lui mostra una interessante inclinazione alla pelota.

Il padre milita nello Swiss Club, compagine che raccoglie i tanti espatriati provenienti dal paese elvetico.
I figli, dopo un po’, seguono le sue orme ed entrano anch’essi a far parte dello stesso SC.
Shane agisce da centrocampista.
Wynton inizialmente gioca in porta, poi si invaghisce di Pelé e si sposta in attacco.

Dopo aver fatto parte del Rongotai College, la squadra della scuola, il duo viene notato dai dirigenti dello Stop Out, un’associazione sportiva della zona, dove avviene il vero e proprio esordio della coppia in un torneo “professionistico”.
Wynton passa poi al Wellington Diamond United, che partecipa alla Lega Nazionale: qui si mette subito in mostra realizzando diverse reti di ottima fattura, contribuendo alla conquista del campionato locale e meritandosi il premio di miglior giovane della contesa, che bisserà di lì a breve.

La convocazione in Nazionale è il giusto riconoscimento al suo impegno e lui risponde con grandi prestazioni che trascinano il team ai Mondiali del 1982, prima partecipazione assoluta dei Kiwi alla kermesse intercontinentale.

In Spagna Rufer è titolare e se la cava bene, per quanto il girone con Brasile, Unione Sovietica e Scozia sia troppo proibitivo per gli inesperti elementi neozelandesi.

Pochi mesi prima del torneo Wynton ed il fratello, che ancora milita nello Stop Out, vengono invitati per un provino al Norwich City, in Inghilterra.
Al primo viene offerto un contratto, ma subentrano diversi problemi di ordine burocratico nell’ottenimento del permesso di soggiorno e l’affare non si concretizza.
Wynton passa quindi al Miramar Rangers di Wellington, per un semestre.

Al termine del Mondiale si fanno avanti diversi club europei, per la coppia.
Tutto inutile, in quanto prima della partenza per la penisola iberica lo Zurigo ha già definito la trattativa.
Shane si fermerà In Svizzera per un po’, prima di tornare in patria a chiudere la sua onesta carriera, un decennio più tardi.
Il fratello giocherà a Zurigo per quattro stagioni, invece.
Agli inizi affronterà la nuova esperienza con troppa smania, attuando alcuni comportamenti discutibili dal punto di vista professionale.
Giovane, non abituato ai ritmi di città, pervaso dal desiderio di scoprire ogni cosa: una condizione comprensibile, che però mette a rischio il suo rendimento sul terreno di gioco.

Lo Zurigo è una buona squadra, che lotta per il vertice e si qualifica spesso per le coppe europee.
Rufer gioca accanto allo jugoslavo Jurica Jerković, fantasista di talento, dal quale apprende diversi rudimenti del mestiere.
In quattro stagioni in riva al lago mette a segno una quarantina di realizzazioni, disputando un centinaio di gare.
Non vince nulla, ma inizia a carburare.


Su di lui posa gli occhi un certo Ottmar Hitzfeld, colui che diventerà il più vincente allenatore tedesco di sempre.
Agli inizi di carriera allena l’Aarau, nel nord della Svizzera: nota il neozelandese e convince la sua società ad acquistarne i servigi.
Il futuro santone si rivelerà fondamentale nella crescita di Rufer, al quale non esita a dare consigli per diventare un calciatore maturo e decisivo.
Wynton gioca nel Canton Argovia per due stagioni, con buon rendimento, quindi segue il suo allenatore al Grasshopper di Zurigo, ambizioso club che compete per la vittoria in campionato.
Rufer diventa capocannoniere e trascina i suoi alla vittoria della Coppa di Svizzera proprio contro la sua ex squadra, l’Aarau.

Nel frangente incontra quella che diventerà poi sua moglie, Lisa, una bella australiana in vacanza ad Auckland -dove l’attaccante è in ritiro con la sua Nazionale- che gli darà due figli, oltre a trasmettergli una tranquillità emotiva fino ad allora sconosciuta che aiuterà il giocatore a stabilizzarsi e schivare alcuni pericolosi eccessi del passato.
Un percorso interiore agevolato da una profonda fede religiosa che il giocatore scopre con l’aiuto di un gruppo di preghiera e che approfondisce con il sostegno della stessa Lisa, cristiana praticante.

Il neozelandese è ormai uno dei migliori prospetti del torneo svizzero e per lui arriva una richiesta importante dalla vicina Germania: il Werder Brema, società di ottima tradizione, vorrebbe il calciatore in prestito, per testarne l’adattabilità in una competizione ben più tosta rispetto a quella elvetica.
A fine anno, eventualmente, si discuterà sull’acquisto a titolo definitivo.

Il Grasshopper non è convintissimo, ma accetta la formula nella speranza che la punta riesca a cavarsela bene e possa quindi, dopo dodici mesi, portare denaro fresco nelle casse svizzere.
D’altronde parliamo di banchieri per eccellenza.

Prima di definire il trasferimento, Rufer riceve altre proposte: la prima è del Borussia Mönchengladbach, che lui gradisce ma che la società elvetica rimanda al mittente reputandola insufficiente.
Poi arrivano un paio di richieste dalla Francia, della quale il campionato svizzero è storicamente serbatoio di talenti.
Infine è la Lazio a farsi avanti: l’offerta è la migliore di tutte ed il Grasshopper accetta subito, ma in questo caso è il giocatore a fare un passo indietro.
A Roma guadagnerebbe molto più che altrove, però non se la sente di confrontarsi in un torneo che in quel momento è il più competitivo d’Europa.
Il prossimo step ideale è per lui la Bundesliga, sia per la lingua che già conosce e sia per la tipologia di calcio, che reputa adatta alle proprie caratteristiche.

Piccola parentesi: a fine carriera, confesserà di essersi pentito della scelta.
Ogniqualvolta è entrato in uno stadio italiano è rimasto incantato dall’atmosfera che si respirava e si è reso conto di aver perso un’occasione unica per confrontarsi con i numeri uno del periodo, in campo e fuori.
Ammetterà che la presenza di Rehhagel è stata assolutamente fondamentale per mettere in risalto le sue attitudini di gioco, però quell’offerta della Lazio, se potesse tornare indietro, l’accetterebbe al volo.
E dillo a me, amico mio.
Riedle-Rufer a Roma, oltre che Brema.
Sarebbe stato un bel vedere.
Chiusa parentesi.

Wynter a Brema non solo si ambienterà alla perfezione, ma finirà per diventare uno degli uomini chiave per i successi del club anseatico.
Con l’arrivo sulla panchina del Werder di un altro allenatore straordinario, il succitato Otto Rehhagel, Wynton Rufer completerà alla perfezione il suo percorso di crescita.

Classica seconda punta possente e veloce, dotata di un ottimo fiuto della rete.
Supporta benissimo una boa centrale, svariando dietro di essa e sull’intero versante offensivo.
Spesso agisce da centravanti puro, cavandosela benissimo con lo scatto bruciante e la tecnica da mezzala che gli consente di calciare sia di destro che di sinistro con naturalezza, potenza e precisione.
Generoso ed altruista, nel tempo è diventato un vero e proprio uomo squadra, un leader che sa quando è il momento di caricarsi il gruppo sulle spalle ed affondare il colpo nella retroguardia avversaria.
Tra i migliori rigoristi della sua epoca, con la caratteristica attesa del movimento del portiere fino all’ultimo secondo, per poi bucarlo con glaciale puntualità al lato opposto rispetto all’iniziale tentativo di parata.
Quando è il caso ripiega a dare una mano fino a centrocampo, da dove riparte come una freccia alla ricerca di spazi per inserirsi e risultare letale.

Vince una Bundesliga (1993), due Coppe di Germania (1991, 1994) e, soprattutto, una Coppa delle Coppe (1992) nella quale chiude la contesa in finale, contro il Monaco di Wenger, con un gol che esprime emblematicamente tutto il repertorio della casa: velocità, classe, freddezza.

Nel quinquennio in riva alla Weser occupa praticamente tutte le posizioni d’attacco ed entra a pieno titolo nella storia del Werder, amato dai tifosi e stimato dagli addetti ai lavori.

Partecipa alla Coppa dei Campioni e diventa capocannoniere nell’edizione 1993/94.

A 33 anni riceve una munifica proposta dai giapponesi del JEF United, che ondeggiano intorno alla metà della graduatoria della J.League.
Ci pensa qualche giorno ed infine firma un ricco biennale.
Segna oltre venti gol e fa la sua figura.
Si trova bene, in Giappone.
Quantomeno fin quando una mattina non gli squilla il telefono: all’altro capo del ricevitore vi è il suo amico, Otto.
Si, lui: Rehhagel, che sta cercando di riportare in prima serie il Kaiserslautern e che durante la pausa invernale cerca rinforzi di esperienza in vista della seconda parte di stagione.
Wynton accetta e con 4 gol in una quindicina di presenze contribuisce alla vittoria del campionato.
Il Kaiserslautern, incredibilmente, vincerà pure la Bundesliga successiva da neopromossa, prima volta nella storia.
Rehhagel è il condottiero di codesta impresa, mentre Rufer non ne fa parte in quanto è deciso a tornare in patria e si accorda con il Central United di Auckland, dove prende residenza e si stabilisce definitivamente con la famiglia.
Pochi mesi più tardi firmerà per il North Shore United, per chiudere successivamente la propria carriera a quarant’anni suonati nel Knights Football Club.

Con la Nazionale si ferma a 12 reti in 23 partite, una media di tutto rispetto.

Dopo di che tanto scouting, lavoro con i giovani, passione.
Guida un paio di club locali e la rappresentativa della Papua Nuova Guinea.
Fa da ambasciatore per la FIFA, girando il Mondo e partecipando a tanti eventi in rappresentanza del suo amato continente, l’Oceania.
Una volta l’anno è d’obbligo la visita in Svizzera ai parenti e, fin quando era in vita, il saluto all’iconico Heini Oechslin, ex allenatore con un negozio di articoli sportivi al centro di Zurigo che per decenni è stato il ritrovo del gotha del calcio svizzero e di tutti gli appassionati del gioco più bello del mondo.
E come non inserire nel tour qualche giorno a Brema a rivedere i tantissimi amici, a riabbracciare i fan e salutare l’immancabile Otto Rehhagel?
Salute permettendo, non manca un passaggio al Torneo sulla Neve nella cittadina di Arosa, non troppo distante dal confine austriaco.

Nei restanti periodi dell’anno vive ad Auckland, ove gestisce la sua scuola calcio.
I figli -Caleb e Joshua- hanno completato gli studi ed hanno provato a seguire le orme paterne, con alterne fortune.
Leggermente meglio è andata al nipote Alex Arthur, il figlio di Shane, che ha accumulato diverse presenze in Nazionale.

Nel tempo libero Wynton si diverte ad andare a pesca col fratello, mangia quintali di Fish and Chips e di gelato e va spesso a trovare la famiglia, a Wellington.
Conserva diversi cimeli del suo passato, in primis la maglia di Maradona, che scambiò con fuoriclasse argentino dopo la gara di andata in Coppa Uefa, contro i partenopei.
E ripensa spesso a quell’offerta della Lazio.
Come detto, confessa di rimpiangere quella scelta.

Un paio di anni or sono, all’uscita da un palazzetto dello sport vicino casa dove si era recato ad assistere ad un match di basket, ha patito un attacco di cuore: un giovane passante, prontamente intervenuto, gli ha salvato la vita mettendo in atto le adeguate manovre di primo soccorso.
Ci è voluta una bella convalescenza per rimettersi in forma, ma per fortuna ora è di nuovo tutto ok.

D’altronde è uno tosto, lui.
Wynton Rufer: l’Imperatore d’Oceania.
Una leggenda.

V74

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.