• 1957

I cinema sono chiusi.
Purtroppo.

L’occasione è propizia per ritirare fuori dalla memoria alcune “chicche”.
E rivederle, nel caso.

Richard Matheson è un romanziere statunitense.
A metà anni cinquanta ha un impiego in fabbrica e scrive di notte, quando torna a casa dopo la giornata lavorativa e dopo aver trascorso la serata in famiglia, con moglie e figli.
Sogna di potersi dedicare anima e corpo alla scrittura e nel 1956 centra un bel colpaccio: dà infatti alle stampe “The shrinking man”, tradotto da noi in “Tre millimetri al giorno”.
Un successo notevole, che scatena un’asta tra le più importanti case cinematografiche per acquisirne i diritti.
La storia è infatti alquanto intrigante e sembra assolutamente perfetta per poterne trarre un film.
Anzi: non sembra.
Lo è.

Nella bagarre la spunta la Universal, che in men che non si dica affida il copione al regista Jack Arnold, fuoriclasse della fantascienza e dell’horror, che si mette subito in azione e richiede la consulenza dello stesso Matheson alla sceneggiatura.
I dirigenti della Universal chiedono addirittura allo scrittore di iniziare a lavorare su un sequel, con una protagonista al femminile.
Il progetto partirà, ma non giungerà mai a conclusione.

“The incredible shrinking man” invece si.
Ed è un’autentica gemma, anche con l’aggettivo -incredible- a qualificarne le avventure.
Non voglio usare il termine capolavoro, però è uno dei film che a livello emozionale mi ha maggiormente colpito, tra quelli che ho visto negli ultimi anni.

Poesia pura.
Con effetti speciali abbastanza artigianali, ma con una visione pregna di riferimenti che portano lo spettatore ad immedesimarsi nella trama, a ragionare sulla questione, ad appassionarsi all’epopea del protagonista, a viverne il dramma e, contemporaneamente, ad apprezzarne la reazione, ammirarne la tenacia, tifarne la rinascita.

Perché l’opera di Arnold è un vero e proprio manifesto dell’attaccamento alla vita.
La speranza come filo conduttore dell’esistenza.
Una speranza apparentemente caduca, transitoria, labile.
In realtà invece stabile, ostinata, indomabile.
Una ribellione all’infausto destino, nel tentativo -mai pietoso- di cambiarlo e/o, quantomeno, fare il possibile per non esserne travolto.

Pare che i produttori abbiano “spinto” affinché il regista aggiungesse, nel finale, un chiaro riferimento alle divinità, forse pure per distogliere il mirino da una plausibile contrapposizione tra la condizione umana e quella politica del tempo.

Impressione, suggestione, apprensione, trepidazione, commozione.
Poi un forte turbamento.
Il finale è liberale.
Laico, per certi versi.

Dio c’è ma non si mostra, non si impone, non determina.
Un’idea, piuttosto che una forza sovrannaturale.
Un’idea viva e vivida.
Umana, verrebbe da pensare.
Si, umana.
Un’idea umanamente stupenda: senza filtri, senza geremiadi, senza schermature.

“Più piccolo del più piccolo avevo un significato anch’io. Giunti a Dio non vi è il nulla: io esisto ancora”.

Scott Carey

Il potere della libertà.
Angosciante, nella sua illuminante visione onirica.

Fonte di ispirazione per parecchi seguaci, “The incredible shrinking man” riesce nella rara impresa di trattare una tematica filosofica, ambientale, antropologica e metafisica di siffatta complessità salvaguardando nel contempo la salute psicofisica dello spettatore.

Il bianco e nero è vintage quanto elegante.
Il protagonista si restringe nelle dimensioni, il film si dilata nel ritmo.
E raggiunge vette notevoli.

Tra le tante perle degne di nota, davvero tante, mi ha colpito la palese esortazione a riflettere su quanto le menomazioni fisiche vadano a minare la dignità umana e la percezione che gli altri hanno di ciò che inizia a corrodersi nel corpo, finendo per devastare la mente e l’anima pur non essendo -queste ultime- affette direttamente da patologie specifiche.
Intrigante il gioco delle coppie col protagonista che si ritrova, in versione mignon, ad essere abbandonato dalla moglie, pur in un contesto incolpevole per entrambi, e diventare oggetto delle mire di una nana, a voler sottintendere che vi è sempre una nuova occasione, per chi ha spirito e desiderio di trovarne ancora.
Il carinissimo gatto che cerca di ingurgitare il principale interprete è il mitico Orangey, uno che ad Hollywood può vantare una bacheca da Oscar.
Un film che dovrebbe trattare di fantascienza, in teoria.
Ma è molto altro.
Molto, molto altro.
Un autentico gioiello.
Da guardare.
E da amare.
Magari col titolo originale, per decoro.

The incredible shrinking man: 9

V74

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