• 1985

Spesso si parla di artisti sottovalutati, non apprezzati tanto quanto avrebbero meritato, poco pubblicizzati, se non proprio ostracizzati da critica e/o pubblico.

In altri casi, più rari, si discute di opere uniche, venute fuori dal nulla, talvolta di gente che dopo aver realizzato cose intriganti è letteralmente scomparsa dal sistema solare.
Si potrebbe usare la classica definizione web, ossia le cosiddette “gemme”, allorquando si citano album/brani appartenenti alle categorie di cui in precedenza.

Bene, questo è giustappunto il caso di “Darkness Shapes Imagination“, l’unico disco dato alle stampe dai canadesi “This Fear“, datato 1985.
Dato alle stampe si fa per dire, in realtà.

Infatti questi cinque ragazzi di Edmonton si son svegliati una mattina, si sono incontrati al bar sotto casa -come facevano in piazza i Greci ai tempi dei filosofi e come non facciamo noi dementi ai tempi dei social- e si sono avviati in direzione di un piccolo studio d’incisione della zona, dove hanno autoprodotto e registrato il suddetto quarantacinque giri.

Nomen omen.
Un disco che, a parere dello scrivente, è un perfetto manifesto della generazione New Wave degli anni 80.
In nemmeno 25 minuti di musica ed in soli cinque pezzi cinque vi è tutta la magia, il talento, la spontaneità e la naturalezza di un movimento che andava/va ben oltre l’abituale interpretazione del punk che incontra l’elettronica e la seduce per attrarre nuovi proseliti.

Jonty Parker-Jervis è la figura cardine del gruppo: suona il violino, sogna di incontrare i Beatles, è stravagante e curioso e possiede una voce cavernosa e melodica che conferisce alle canzoni dei suoi un tocco di indubbio appeal.
A me rammenta in alcuni passaggi quella di Dave Gahan dei Depeche Mode, un pizzico anche quella di Fernando Ribeiro dei Moonspell, con qualche riverbero meno impostato di Till Lindemann dei Rammstein ed un accenno del Nick Cave più pop.
I mie legali si occuperanno di possibili -e doverose- segnalazioni alle autorità competenti, per queste smisurate citazioni.
Personaggio a tutto tondo, Jonty nei ritagli di tempo ascolta parecchia roba che giunge dal vecchio continente e resta affascinato dal sound dei Cure e dall’energia dei Clash.
Termina il Liceo e si iscrive all’Università, dove sfrutta gli spazi a disposizione e le possibilità di incontri interessanti per concentrare gli sforzi e creare la sua prima band: This Fear.

Brian Repka si concentra sul basso, a Fredrick Patterson è affidata la batteria, Mark Wasarab suona la chitarra, Grant Beattie si dedica alle tastiere e Jonty Parker-Jervis, come detto, è il frontman e suona il violino elettrico.

Tranne il vocalist e Brian Repka, gli altri membri della compagnia spariranno dal panorama musicale che conta subito dopo la pubblicazione di Darkness Shapes Imagination.

  • Soldier of This Fashion
  • Lights of Capitals
  • Look Along the Edge
  • Haunting Me
  • Dreaming of a Nation

L’album (EP) è più corto della tracklist, in pratica.

*Soldier of this Fashion è il pezzo più celebre -ehm- dell’EP: suona tonico, inquieto e ritmato come più ottanta non potrebbe essere.
Dentro ci sono i Simple Minds, i Duran Duran, gli INXS, i Tears for Fears, i The Sound ed un altro bel po’ di roba del periodo.
Stupenda.
*Lights of capitals è evocativa, con un testo apparentemente plebeo ma che cela, in profondità, un sottobosco di riferimenti ad un approccio sensibile che oggi, ad oltre trent’anni di distanza, sarebbero di un’urgenza insopprimibile.
*Look Along the Edge ha un intro che slaccia con irrisoria e sensuale facilità qualsiasi laccio emotivo che possa sol pensare di fargli resistenza, stagliandosi successivamente con la voce gotica di Jonty in un suono irresistibile e mnemonico, cadenzato dalla solida batteria e dal dolce violino.
*Haunting Me è l’unica loro canzone alla quale hanno abbinato un video: atmosfere estetiche a metà tra gli A-ha e gli Europe, con l’immancabile Jonty che domina la scena col capello ribelle, la voce baritonale e il violino rubato all’ultimo dei romantici.
*Dreaming of a Nation chiosa il lavoro con quello che sembra il poster ispiratore di un’intera generazione di metallari gotici, dalla fervida scena Scandinava in giù.

Lights Of Capitals 

…Searching
in the shadows,
shadows of strength,
nothing is seen
by the naked eye…

24 minuti e qualcosa.
Tipo i 21 grammi dell’anima.
Manco mezzora di escursione nel bel mezzo dei meravigliosi 80s, un viaggio imperdibile ed entusiasmante, breve ed intensissimo.
A partire dalla copertina, che ospita un dipinto del valente connazionale Norman Yates.
I The Fear sono riusciti in un’impresa ardua, nel mondo della Musica: non hanno sprecato un acino di talento, nella composizione della propria opera.
Tutto è filato liscio e godibile come da copione, sia nella ottima produzione -sorprendente per l’età dei giovani canadesi e per la poca esperienza del gruppo di lavoro in questione- e sia nel più che apprezzabile esito finale.
Certo, se avessero pubblicato 20 lavori con la medesima virulenza artistica e qualità sarebbero stati i Pink Floyd.
Anni luce distanti da questi ultimi, non giochiamo, i cinque sbarazzini nordamericani hanno però mostrato coraggio e stoffa, cimentandosi in un disco che rappresenta un ottimo esempio di New Wave, di Synth-pop, di Rock Gotico, di Dream Pop.

I sintetizzatori non sono mai invadenti, la batteria è tosta eppure discreta, tutto -in primis la voce di Jonty- è finalizzato al risultato d’insieme.
Viste le premesse, non è affatto poco.
Eh no.

Dal vivo ognuno fa la propria parte, nelle rare occasioni in cui si esibiscono con il loro -purtroppo scarno- repertorio.

A distanza di pochi mesi da DSI i Depeche Mode pubblicheranno uno dei loro capisaldi storici, quel capolavoro assoluto chiamato Black Celebration che andrà ad accorpare tutto un movimento complessissimo di suoni e pensieri e lo racconterà con le stimmate dei fuoriclasse.

Mi piace pensare a Darkness Shapes Imagination come ad un antipasto del cenone di Capodanno, senza eccessive pretese, senza vanità fuori luogo e senza paragoni ingombranti che già troppa grazia è stata citata, in questa piccola recensione, ed aggiungere pure un tocco di New Order che io avverto durante l’ascolto sarebbe effettivamente troppo, meglio fingere di evitare.

Mentre in Europa si combattevano battaglie di livello epico tra gruppi altisonanti e colossi discografici, mi diverte immaginare questi cinque adolescenti che oltreoceano mettono in secondo piano lo Space Rock dominante nel circondario e sfornano un disco niente, ma proprio niente male.

Jonty Parker-Jervis lascia Edmonton dopo qualche anno, trasferendosi sulla costa, a Victoria, dove si diletta a suonare e cantare miscelando vari generi, alcuni decisamente arditi ed originali come il folk, il country, la musica celtica, i suoni balcanici.
Brian Repka partecipa ad alcuni progetti e non abbandona la passione per lo strumento, per quanto senza picchi degni di nota.
Gli altri membri della band optano per la famiglia, il giardinaggio, il golf, la pesca.

I This Fear nascono e muoiono in un battito di ciglia.
Darkness Shapes Imagination supera invece alla grandissima la prova del tempo e proietta i suoi autori nel nuovo millennio, come se nulla fosse.
O come se tutto sia.
Ieri, oggi, domani.
Pura ed irripetibile magia ottanta, senza dubbio.

Oscuro, intenso, irruente.

This Fear- Darkness Shapes Imagination: 7,5

V74

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