• 1985

Il gruppo più sottovalutato nella storia della Musica.
Quante volte capita di leggere/sentire questa frase in giro, sul web, nelle discussioni tra amici, parenti, coppie, nemici, cornuti.

Spesso è una esagerazione, talvolta l’affermazione non corrisponde manco ad una mezza verità, in taluni altri casi è completamente l’opposto dell’assunto in oggetto.

Nel caso dei The Sound la verità, come non di rado accade, sta esattamente nel mezzo, secondo me.
I londinesi hanno ancora oggi un nutrito seguito di appassionati veri.
Non sono pochi, sono quasi sempre competenti, manifestano un affetto smisurato per il gruppo e per l’uomo che, volente o nolente, ne ha rappresentato l’epopea musicale ed esistenziale: Adrian Borland.

Non si può negare, però, che una band di siffatto talento avrebbe meritato ben altra sorte dal Fato e, soprattutto, ben altra considerazione dalla critica.
Che lì ha in più occasioni esaltati, si, ma li ha pure dimenticati quando ci si è resi conto che per essere al Top ai The Sound mancava una componente fondamentale, in quegli anni stupendi ma anche estremamente troieggianti: l’immagine.

Borland era infatti un personaggio assurdamente ordinario, ai limiti -ed oltre- del fastidio fisico, se si pensa che dava la voce ad un gruppo mica di piazza.
Non ammiccava, non sculettava, non leccava deretani, non fingeva.
Imbarazzante nella sua semplicità che nascondeva una fragilità complessa e delicata, mai ipocritamente mascherata quanto, piuttosto, involontariamente celata sotto una coltre di energia purissima.

Meno di un decennio di attività, sei album in studio, qualche EP ed un paio di live ufficiali: una parabola breve ed intesa, intensissima.
Quattro membri, un solo cambiamento iniziale nella line-up.
Borland è l’anima, ma gli altri non sono da meno.
In vari momenti le case discografiche tentano di indirizzarli verso le masse, provando ad avviarne l’ascesa per il successo commerciale.
Loro, coerenti e tenaci, replicano con lavori ancor più profondi, oscuri, tortuosi.
Hanno le palle di acciaio sebbene, a vederli, pochi darebbero loro credito.
L’immagine, no?
Coerenti ed onesti, non scendono mai a compromessi, prima con loro stessi, poi con il loro pubblico.

“In the Hothouse” viene registrato durante un concerto al Marquee Club di Londra, tra il 27 ed il 28 di agosto del 1985.
Disquisire su quale sia il loro disco migliore è esercizio facile e complicato, al tempo stesso.
La scelta, in teoria, è abbastanza scontata.
Uno -non questo- è leggermente sopra gli altri, che seguono comunque a brevissima distanza.
Ognuno di essi merita il possesso, l’ascolto, la cura, l’amore.
Il mercato abbonda di sentenze, recensioni ed opinioni, di certo ben più qualificate di quelle del sottoscritto.
Il quale se ne fotte e resta dell’idea che i The Sound vadano ascoltati album per album, senza filtri, come se si stesse studiando ed apprendendo una nuova lingua.
Vanno vissuti, a fondo.
Visceralmente.
Dal vivo trasmettono forza, passione, carica.
Qui il suono è grezzo, acustico, possente ma non invasivo.
La contrapposizione tra la malinconia poetica di alcuni testi e la progressione emotiva di Borland che grida nel microfono come un disperato all’ultimo pezzo della sua dannata esistenza sono la migliore rappresentazione di cosa siano stati -e di cosa siano- i quattro inglesi.

1Winning3:53
2Under You5:01
3Total Recall4:51
4Skeletons4:03
5Prove Me Wrong2:36
6Wildest Dreams6:29
7Burning Part Of Me3:43
8Heartland4:07
9Hothouse4:52
10Judgement3:59
11Counting The Days3:55
12Red Paint3:27
13Silent Air6:29
14Sense Of Purpose5:18
15Missiles7:05

Nelle successive versioni in CD sono state aggiunte altre cose.
Si potrebbero fare tanti paragoni, alcuni effettivamente appropriati, con una logica sensata ed un accostamento musicale indiscutibile.
Non mi va, sinceramente.

Preferisco metter su l’album ed immergermi in esso.
Il poker iniziale è da brividi, coinvolgente eppur garbato.
Poi ondeggia, sospeso tra intimità e veemenza.
E non ha chiusura, neanche quando si accende la luce rossa.

ITH è un lavoro che dovrebbe essere di ripartenza e che finisce invece per dare inizio al declino.
Lo dice la storia, invero, ma non l’ascolto.
Sensorialmente è un disco di straordinaria bellezza, pregno di elettricità ed estro, pullulante di quella inquietudine bella, misteriosa, affascinante, sognante.
Quella che vagheggia, delira, graffia.
Non vi è noia, nell’alternanza dei sentimenti.
Registrato in un ambiente claustrofobico, restituisce un’atmosfera di insana tensione ed urgenza affettiva, con una inusuale pulizia del suono ed una strepitosa capacità della band di muoversi tra versatilità e tecnica.
La calda e sincera voce di Borland trascina l’ascoltatore sull’altalena della vita e trasmette una implacabile ed irresistibile aspirazione di speranza.
In cosa, mah, alla fine nemmeno importa.
La speranza, più che il sogno, regala il coraggio per andare avanti.
Adrian visse di speranza e morì disperato.
Ma visse.
Lui si, visse.

Il post-punk mi piace, parecchio.
Ma difficilmente lo reggo per settimane.
Vado a folate, insomma.
I The Sound potrei ascoltarli per ore, al contrario.
Miscelano e scompigliano ogni presunta convinzione.
Se per lunghi periodi mi astengo è per salvaguardia personale, debolezza umana e codardia intrinseca.
Perché Borland e soci posseggono la rara abilità di catapultarmi letteralmente in un mondo parallelo ove non è prevista l’uscita da casa per ragioni di lavoro, amicizia, sport o altro, ma soltanto la completa, devota, totale compenetrazione nei testi e nella musica di questi matti furiosi.
Per giorni e giorni, paranoicamente, finendo per domandarsi se davvero valga la pena passare la vita a specchiarsi in una immagine che, nella maggior parte dei casi, è distante anni luce da quella nostra reale.

L’immagine, no?

Loro se ne sono fottuti.
E, per me, hanno vinto.

What holds your hope together

Make sure it’s strong enough

When you reach the end of your tether

It’s because it wasn’t strong enough

I was going to drown

Then I started swimming

I was going down

Then I started winning

Winning, winning, winning

When you’re on the bottom

Crawl back to the top

Something pulls you up

And a voice says you can’t stop

I was going to drown

Then I started swimming

I was going down

But now I started winning

Winning, winning

Winning, I’m winning

Winning, I’m winning

Winning

Spettacolo…
E l’immagine?
No, l’immagine no.
In certi casi non conta affatto.

The Sound – In The Hothouse: 8

V74

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