• 1988

Degli anni 80, musicalmente parlando, non si butta via nulla.
O quasi.
Il sinuoso altalenarsi tra creatività d’immagine e qualità del prodotto ha generato cose strepitose, dando il via a parecchie carriere memorabili ed a tante altre che invece son durate il tempo di una sigaretta.
A fare la differenza, come sempre, non è stata unicamente la bravura degli interpreti.
In queste situazioni le variabili in gioco sono molte, forse troppe.
E la fortuna, non di rado, si muove come in Match Point, di Woody Allen.
Cioè a cazzo, senza un senso logico e né, tanto meno, un’etica.

A metà tra l’epopea e la sveltina si schierano i Love and Money, una band scozzese che avrebbe meritato ben altra sorte.
Costola degli anteriori Friends Again, i L&M basano la propria musica su un pop melodico, raffinato, sofisticato.
Con slanci rock ben dosati ed evidenti richiami jazzosi.
La voce del leader -James Grant- è molto calda, suadente, profonda.
Lui è un tipo stravagante: ama il calcio, vive a Glasgow ed è appassionatissimo tifoso dei Celtic.
Utilizza i social per interagire con i fans.
Risulta essere disponibile e simpatico, pure perché non ha un seguito enorme e questo facilità il contatto tra le parti.
Estremamente volubile e contorto, James è perennemente in bilico tra estremi fondamentalmente inconciliabili.
Adora l’aspetto mistico della religione, che lo ispira nella scrittura dei testi delle sue canzoni, ma ne disprezza il perenne senso di colpa, l’ipocrita condanna del peccato, la scelleratezza della presunta punizione.
Ama l’espressione musicale in ogni sua forma, ma è alquanto critico sulla definizione del concetto stesso di musica e sulla sua conseguente attuazione.
Legge come un dannato ed ascolta di tutto, salvo poi interrogarsi sui percorsi che portano alla genesi di codeste attività e finendo di sovente per essere dubbioso sia sulla sincerità dei primi che sulla validità delle seconde.
E così via, per qualsiasi cosa.
Up Escalator, citando un pezzo del disco in questione.
Mezzi di interazione inclusi, che di tanto in tanto abbandona per mesi prima di ritornare a dialogare con i suoi accaniti fans come se nulla fosse.
Eppure questo suo essere indefinitamente indefinibile ed al centro di anime contrapposte lo porta a scrivere ed inventare poesia in maniera misurata, deliziosa, posata, gentile.

Strange Kind of Love esce nel 1988.
Alle spalle ha un progetto serissimo, con la PolyGram che intuisce il talento della band e mette loro a disposizione uno staff di supporto di assoluto livello.
Il produttore è Gary Katz: un nome, una garanzia.
Gente come Jeff Porcaro e Rick Derringer partecipa al lavoro, il secondo del gruppo, definendone il suono e contribuendo ad un risultato veramente notevole.

La scrittura è pari alla qualità del sound: eccelsa.
Amori, disillusioni, emozioni, piogge, errori, sogni, sorrisi, illusioni, lacrime, abbracci, sorprese, drink, sigarette.
Tutto è intensissimo.
Gli arrangiamenti sono fenomenali, ogni dettaglio è curato in maniera maniacale.
D’altronde il manico Steely Dan in produzione è garanzia di classe e bel gioco.
Katz, metodico e preparato, convinse tutto il gruppo a trasferirsi per un periodo negli USA, al fine di definire maggiormente lo stile di tutto il disco e conferirgli, ove possibile, un retrogusto americano, oltre che britannico.
Una sorta di internazionalizzazione, insomma.

Halleluiah Man 4:35
Shape Of Things To Come 5:12
Strange Kind Of Love 5:16
Axis Of Love 5:06
Jocelyn Square 3:59
Walk The Last Mile 5:05
Razorsedge 4:20
Inflammable 4:20
Up Escalator 4:11
Avalanche 5:05

Nell’edizione su sopporto CD è stata aggiunta un’altra traccia, “Scapegoat”.
Successivamente vari remix sono stati inseriti nelle classiche ristampe di sorta.
Non vi è una canzone che sia inferiore all’altra, per il sottoscritto.
Tutto scorre placidamente.
Un pathos che esalta una caratteristica a mio parere rara: l’abilità di far sposare idillicamente melodia e poesia senza che, nemmeno dinanzi alla solitamente perfida prova del tempo, subentrino avvocati divorzisti.
E senza la benché minima concessione alla noia, il che -per la tipologia stilistica in questione- non è affatto scontato.

Whoever steps in your way, they must be crushed

You’ve got everything worked out, but it can’t be rushed

Shame, shame, your conscience kicks you again

Still there’s plenty of things to help you numb the pain

“Up escalator”

Come in altre occasioni, penso che non sia necessario soffermarsi singolarmente sulle canzoni: questo album è concepito, scritto, suonato e prodotto in modo magistrale e, come tale, è da godersi in toto.
I L&M hanno pubblicato nella loro carriera soltanto quattro LP, più una raccolta ed altri lavori però da associare maggiormente alla singola figura di Grant, supportato da qualche vecchio amico e da nuovi collaboratori.
Cose comunque interessanti, sia le antecedenti che le più recenti.
Lo stesso James si concede spesso qualche tour britannico, serate che riscuotono un discreto successo di pubblico ed un’ottima impressione nella critica.

Strange Kind of Love resta il lavoro più rappresentativo della band scozzese.
All’interno di esso vi si possono trovare spunti validi ed un suono variegato, con riverberi di Steely Dan (e non potrebbe essere altrimenti), Prefab Sprout, The Blue Nile, Deacon Blue, ABC e tanti altri ancora.
Ma più di qualsiasi altra cosa Strange Kind of Love è il manifesto della vita di un gruppo ricchissimo di talento che ha firmato un contratto con una major in età adolescenziale, ha suonato con Tina Turner, BB King, Simply Red, U2 e altri e poi è scomparso dalla scena principale.

Il pianeta musicale abbonda di abitanti ricchissimi di doti di rilievo che però, per qualche ragione mutevole, non sono riusciti ad imporsi come ci si sarebbe potuto aspettare.
Succitata fortuna/sfortuna a parte, credo che sulla mancata esplosione planetaria dei L&M abbia pesato parecchio il loro carattere introverso, poco incline ai compromessi, lunatico, sincero.
Il che, in questo ambito e non solo, non è una virtù.

James Grant non è Bono Vox, per sua fortuna.
Mi fa pensare ad un Jimm Kerr più meditabondo e diafano.
Rispetto al collega e concittadino il nostro è meno simpatico, meno trascinante e meno trascinatore, ma esprime più classe e maggior talento individuale.

SKoL è un disco da avere, da ascoltare, da compenetrare.
“Halleluiah Man”, singolo di maggior fama dell’opera e del gruppo e primo dei quattro EP dell’album, è stato un successo considerevole.
Orecchiabile, ritmato, energico.
Introduce ed incuriosisce, ma il meglio è altrove.
Perché SKoL è un gran bel disco per la sua intera durata.
Hai detto poco…

Nel 2011 ne è uscita una affascinante versione Live, in occasione di una reunion del gruppo per un breve tour.
A fine novembre, casini del periodo permettendo, James si esibirà a Londra ed Edimburgo: chi può, ci vada.
Merita.

Love and Money – Strange Kind of Love: 8

V74

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