• Baffo d’Oro

Adoro i marcantoni, atletismo e possanza a tutto spiano.
Eppure in questo periodo sto rinverdendo un sacco di ricordi inerenti giocatori a dir poco “piccoletti”.
Come nel caso del portoghese Fernando Chalana.

Chi ha amato e seguito il calcio degli 80s ricorda di sicuro questo simpatico centrocampista lusitano col baffo prorompente e dal naso impetuoso, caratteristiche fisiche che ispirarono alcuni degli innumerevoli soprannomi che gli furono affibbiati durante la sua carriera sportiva.

Ma Fernando non passava inosservato solo per le peculiarità estetiche, quanto piuttosto per la bravura in campo, dove era in grado di imporsi nella zona nevralgica del terreno di gioco e tenere testa a medianacci tosti e cattivi, a dispetto delle sue dimensioni “tascabili”.

Chalana inizia prestissimo ad appassionarsi alla pelota: da bambino la sfera è il suo miglior amico.
Ovunque egli si trovi, ha un pallone che lo segue come un’ombra.

Nasce e cresce a Barreiro, sulla costa, a breve distanza da Lisbona.
Qui Vasco de Gama era di casa, mentre i Depeche Mode e gli U2 ci son venuti appositamente per girarci materiale video ed audio, ispirati da un paesaggio decisamente suggestivo.

Il piccolo Fernando ama l’elemento predominante in zona, l’acqua.
Ma non disdegna affatto la terra, in particolar modo se si tratta di quella dei campetti polverosi dove si diverte come un matto a sfidare i compagni.
Il fisico minuto gli permette di evidenziare uno scatto notevolissimo che ruba subito l’occhio ad un insegnante di educazione fisica, il quale non esita a segnalarne le doti ai responsabili provinciali del comitato d’atletica.
Dal provinciale al regionale, quindi addirittura al Nazionale: in pochi mesi Chalana è tra i migliori scattisti del paese, a livello giovanile.
Mentre i tecnici iniziano a sfregarsi le mani, Fernando sente una fortissima nostalgia per il Calcio.
Correre senza il cuoio tra i piedi non gli trasmette alcuna emozione.
Poche settimane e l’atletica esce dai suoi pensieri, si potrebbe dire con la stessa rapidità con cui vi era entrata e che lo stesso ragazzo esprime in pista.
Ha appena 14 anni, Fernando, quando il Futebol Clube Barreirense, poche centinaia di metri da casa sua e vivaio di ottime tradizioni, lo accoglie nelle proprie selezioni giovanili.
Poco prima si era iscritto in un’altra scuola calcio, nel CUF do Barreiro, ma l’allenatore gli è cordialmente antipatico e il feeling tra le parti dura il tempo di uno starnuto.

Evidentemente lo sport professionistico è comunque nel suo destino, se è vero che l’adolescente riesce a mettersi in mostra pure in campo, oltre che in pista, ed attirare le attenzioni di alcuni talent scout del Benfica che lo segnalano allo staff tecnico della prima squadra.
A 15 anni, bruciando ancora una volta le tappe, Chalana è nel settore giovanile della storica compagine portoghese e, soprattutto, in una società che valorizza i suoi prospetti migliori e, non di rado, li avvia a carriere di livello internazionale, a patto che oltre a vantare doti tecniche ed agonistiche importanti, fattore basilare per approvarne l’arruolamento nel club, essi abbiano anche un cervello in grado di funzionare bene se sottoposto a pressioni di un certo tipo, come accade nel Calcio che conta.
E Fernando è intelligente, tanto da placare gli ardori della sua famiglia che avrebbe voluto essere avvisata per tempo del trasferimento e riceverne magari un compenso, datosi che negli ultimi mesi a casa Chalana sono arrivate chiamate dallo Sporting, dal Maritimo, dal Boavista e dal Braga.

L’intelligenza contribuisce a renderlo maturo ed affidabile, nonostante sia ancora minorenne.
A soli 16 anni inizia a prendere parte alle sedute di allenamento della prima squadra, a 17 esordisce in prima serie e poco dopo, non ancora maggiorenne anche in Nazionale A, dopo aver dato spettacolo in quella Under 18 (prima presenza da quindicenne) e Under 21 (debutto a 16 anni).

Un predestinato, è evidente.
Fernando è un centrocampista tendente a sviluppare la sua azione in fase offensiva.
Viene di norma schierato a sinistra, da laterale in un centrocampo a quattro, con ampia libertà di attaccare sia in fascia che al centro, andando a giostrare alle spalle delle punte e, in alcuni momenti, accanto ad esse.
In svariati periodi della sua carriera agisce da ala pura e non di rado sulla fascia opposta, rispetto a quella abituale.
Segna con buona continuità, disegnando traiettorie insospettabili.
Ambidestro, calcia i rigori col destro e fa quasi tutto il resto col sinistro.
Inventa verticalità e spazio, con le sue giocate improvvise.
Polivalente ed estroso, nonostante il carattere eccentrico sa essere anche disciplinato ed altruista, finendo per essere acclamato come un ottimo uomo assist ed un elemento apprezzato e stimato da compagni ed allenatori.
Il suo marchio di fabbrica è la finta di corpo: sinuosa ed imprevedibile, agitando i fianchi come una esperta dama di compagnia che conosce l’arte dell’inganno e che, ciondolando ciondolando, attira a sé lo sguardo della vittima e poi la trafigge inesorabilmente con un serpentino cambio di direzione.

Un limite, considerevole, è quello di ordine fisico.
Non tanto per l’altezza, che in realtà -come detto- talvolta lo aiuta a fare la differenza, quanto per la fragilità muscolare e la tendenza a subire infortuni pesanti, soprattutto nella fase centrale ed in quella terminale del suo percorso da atleta.

A Lisbona, col Benfica, vince ben cinque campionati in otto stagioni (il primo in contemporanea col titolo juniores), mettendo in bacheca pure tre Coppe del Portogallo ed una Supercoppa lusitana.
Sfiora altri trionfi, nella perenne lotta del Benfica col Porto, rivale storico, e con i cugini dello Sporting Lisbona.

Nel 1978 si infortuna seriamente: rottura dei legamenti della gamba destra, quella che utilizza come perno per i suoi repentini dribbling a superare il diretto avversario.
Perde l’intera stagione, poi si riprende alla grande ed è titolare della sua squadra fino al 1984, quando partecipa agli Europei in Francia e si impone come uno dei migliori giocatori della kermesse, venendo inserito dal comitato organizzatore nel migliore undici del torneo e trascinando la sua Nazionale fino alle semifinali, dove soltanto un Platini in stato di grazie riesce a battere gli iberici a pochi secondi dal termine del secondo tempo supplementare.
Fernando Chalana regala spettacolo e giocate di alta classe, con due assist al bacio per la doppietta del bomber Rui Jordão e lottando alla pari contro uno dei centrocampi più forti e ben assortiti della Storia del Calcio (Giresse, Platini, Tigana, Fernández).
Al termine del match, sebbene deluso e stanchissimo, chiede a Platini di scambiare le maglie: un gesto signorile, da valoroso uomo di Sport.
Le Roi è un Campione indiscutibile dal punto di vista tecnico, ma se umanamente non è stimato manco dalla sua stessa famiglia, un motivo dovrà pur esserci.
Fernando lo scopre in quella calda serata marsigliese di giugno del 1984.
Poco male: per la seconda volta in carriera, dopo la prima del 1976, Chalana riceve il riconoscimento di miglior giocatore portoghese in stagione.

Le ottime prestazioni in maglia rossoverde, unite a quelle con gli “Encarnados” del Benfica, lo hanno posto all’attenzione del calcio europeo.
La società portoghese non vorrebbe lasciarlo partire, ma sta completando la costruzione del nuovo anello dello Stadio da Luz ed una sostanziosa offerta per il giocatore sarebbe alquanto produttiva per la causa.
Lui, Fernando, non sarebbe indifferente dinanzi ad una chiamata che lo soddisfacesse dal punto di vista economico e, perché no, pure sotto l’aspetto motivazionale, dell’ambizione.
Ama il Benfica, però a venticinque anni compiuti si sente nel pieno della maturità e voglioso di competere per trofei continentali, dopo aver dettato legge in patria.

Il Commissario tecnico Campione del Mondo in carica, il nostro Enzo Bearzot, lo indica come il giocatore ideale per agire da fantasista alle spalle di una sola punta in un modulo che preveda una squadra coperta e, nel contempo, capace di rendersi produttiva in fase offensiva.
Un’investitura importante, che certifica la bravura di Chalana e lo pone ulteriormente al centro dell’attenzione di molti operatori di mercato.
Sven-Göran Eriksson, che lo allena al Benfica, non ha alcun dubbio nel reputarlo il miglior talento allenato fino a quel momento.
Il tecnico della Nazionale Spagnola, Miguel Muñoz, dopo averlo affrontato agli Europei lo definisce ” semplicemente immarcabile”.

A pensarci bene lui, baffuto e col capello lungo a sfidare le leggi estetiche del tempo -che vorrebbero la criniera adatta ai fusti-, sarebbe la preda ideale per uno dei presidenti più assurdi che il mondo del Calcio abbia mai prodotto: quel Claude Bez del quale si è già parlato in queste pagine, raccontando di Alain Giresse.
L’idea di Bez è quella di affiancare Chalana proprio a Giresse, un binomio di piccoli funamboli che potrebbero scompigliare i piani di qualsiasi difesa nemica.
Tigana e Tusseau si occuperebbero di proteggere loro le spalle, mentre al buon Lacombe sarebbe affidato il compito di mettere a segno le invenzioni di cui sopra.

Un progetto intrigante che Bez porta a termine dopo aver incontrato il portoghese ed aver scoperto che pur di non rinunciare alla presenza della sua adorata moglie Anabel, il nostro aveva costretto i suoi dirigenti a farla imbarcare con la squadra come giornalista al seguito, infrangendo il protocollo iniziale che prevedeva l’assenza di mogli e compagne dei convocati agli Europei, onde evitare “pericolose distrazioni”.
Questo aspetto genialoide e romantico, unito al caratteristico baffone del lusitano che lo stesso Bez porta ormai da secoli, fa scoppiare la passione tra i due.
Il Bordeaux supera la folta concorrenza di compagini tedesche e francesi e si assicura l’asso lusitano, che poche settimane or sono ha illuminato la scena proprio in territorio transalpino.

Un autentico colpaccio da novanta.
I Girondini puntano al bersaglio grosso: e rischiano di centrarlo subito, allorché nella prima stagione di Chalana in riva alla Garonna la squadra giunge sino alle semifinali di Coppa dei Campioni, dove viene estromessa dalla competizione dalla Juve di Platini, ancora lui, a seguito di una eclatante sconfitta a Torino per 3-0 ed una rimonta miracolosa che per poco non si concretizza al ritorno, con un 2-0 che dimostra tutta la forza dei francesi ma consente agli italiani -ed al numero 10 d’oltralpe- di raggiungere la stramaledettissima finale dell’ Heysel.

Il Bordeaux trionfa in Ligue 1, con buon margine sul Nantes secondo e sul Monaco terzo.
Chalana gioca bene, anche in Coppa dei Campioni, ma gioca poco.
Molto poco.
Appena dieci gare in campionato.

Nella stagione successiva arriva la vittoria della Coppa di Francia, bissata l’anno dopo.
Nel palmares entra anche la Supercoppa di Francia, vinta nel 1986, col trionfo sul PSG nella gara giocata in Guadalupa dopo che dodici mesi prima, nella stessa competizione, era maturata una sfortunata sconfitta ai rigori contro il Monaco, in una partita disputatasi proprio a Bordeaux.
Per chiudere in bellezza Chalana si regala un ulteriore trionfo, nel torneo nazionale 1986/87, questa volta davanti all’ Olympique di Marsiglia.

A voler essere precisi, il rapporto con il Bordeaux non si chiude propriamente in modo amichevole, tutt’altro.
Fernando indirizza una lettera pubblica ai dirigenti francesi, dove toni e contenuti sono particolarmente duri:
“Mi avete ingannato – e non parlo dei soldi che mi spettano, se ne occuperà un avvocato -, mi avete umiliato e rinnegato. Potrei descrivervi uno per uno come volgari, megalomani, invidiosi o disonesti. Ma ho un consiglio da darvi: un club in cui un giocatore non è considerato un uomo e non ha il diritto di esprimere il suo parere, non può durare al vertice. E ricordate che il denaro e il cieco autoritarismo nel calcio non bastano a risolvere tutto”.
Parole pesanti, figlie di una rottura insanabile.
La società di Bez è molto delusa dal portoghese, che negli ultimi due anni di contratto non ha di fatto mai giocato e che sui giornali ha parlato in vari momenti di una insopportabile nostalgia per il suo paese natio.
Tenendo conto che già nel primo le assenze avevano superato di parecchio le presenze, ecco che il quadro è abbastanza completo.

Uno stile di vita non gradito dal club, un’alimentazione tendente sovente agli eccessi, una moglie invadente ed una incredibile propensione agli infortuni, talvolta curati con parecchia nonchalance.
Il Bordeaux si lamenta della professionalità del calciatore, pagato un botto di cartellino e con un ingaggio ingente, pur ammettendo che si tratta di un ragazzo educato e ben voluto dai compagni.
Più degli stessi infortuni è l’influenza negativa della consorte, a parere di molti, a rappresentare la componente decisiva sul pessimo rendimento di Chalana nel triennio di militanza in Aquitania.
Anabel lo asseconda in alcune abitudini non salutari, lo convince ad interrompere la fisioterapia in più occasioni, gli sconsiglia di sottoporsi alle sedute di agopuntura e non vede di buon occhio i tentativi col laser che lo staff medico francese vorrebbe tentare per ridurre i dolori del marito.
D’altro canto lei è l’agente del calciatore, oltre che la moglie.
Prima di definire il trasferimento del marito al Bordeaux la stessa Anabel aveva firmato per il suo assistito-coniuge un pre-contratto col Boavista, generando polemiche e casini.
Poi, da femminista conclamata, aveva dichiarato di essere padrona del suo destino e di sentirsi libera di firmare ed annullare i contratti, se necessario.
Amava il lusso e, pare, a Bordeaux si era inimicata pure i monaci buddisti del luogo.
Si sentiva in tutto e per tutto una wag, con una trentina d’anni in anticipo rispetto alle odierne consuetudini.
E lo era, visto che si parlava più di lei che del marito.

Gli avvocati si occupano della pratica, in quel periodo.
Nel frattempo Fernando torna al Benfica.
Il suo club, dove ha ricevuto notorietà ed è diventato uomo e calciatore.
D’altronde non ha alternative: nessuna compagine è disposta a puntare su un calciatore che è fermo, in pratica, da oltre due anni.
Mette in bacheca un altro campionato (1988/89) ed una Supercoppa Nazionale (1989).
Gioca bene, quando chiamato in causa.
Ma gioca poco.
Molto poco.
Il Benfica giunge anche in finale di Coppa dei Campioni nel 1990, perdendo contro il Milan, ma lui non c’è: Sven-Göran Eriksson, tornato a Lisbona, non esita a metterlo fuori squadra, facendolo allenare da solo.
Alle lamentele del centrocampista il Mister svedese replica invitandolo a cambiare moglie e tornare a pensare da calciatore, anziché da bancomat per Signora e da procacciatore di materiale per riviste di gossip.

Fondamentalmente trattasi di un Bordeaux 2, un déjà vu: Fernando Chalana è un giocatore finito, quantomeno ad alti livelli.
Con la Nazionale ha chiuso già da un po’, dopo nemmeno una trentina di gettoni.
L’Europeo del 1984 è stato il suo picco massimo e, contemporaneamente, l’inizio del declino.

Il Belenenses gli offre l’opportunità di continuare ad illudersi nei pressi di casa: contratto annuale, squadra che viene da una stagione sorprendente che l’ha vista sfiorare la qualificazione in Coppa Uefa e che punta ad una tranquilla salvezza, in quella in oggetto.
Fernando accetta di rimettersi in gioco, firma e disputa una quindicina di gare, senza infamia e senza lode.
Il Belenenses retrocede e non riconferma il centrocampista, che medita il ritiro e poi si accorda con l’Estrela Amadora, appena retrocessa anch’essa in seconda serie.
Nemmeno una decina di gare e cala il sipario, mestamente, sulla carriera del “Piccolo Genio”, “Asterix & Chalanix”, “Cyrano”, “Charlot” e tutti gli altri soprannomi ricevuti in gioventù, quando sembrava che il buon Chalana potesse diventare un vero e proprio “crack” sulla scena internazionale.

Il flop di Bordeaux ed i suoi cronici problemi fisici -derivanti in parte dai postumi del grave infortunio del 1978 ed in parte da una fibra muscolare fin troppo ballerina- hanno finito per minarne le certezze e la serenità.
Lui, a dire di tanti, non ha fatto molto per reagire alla sfortuna, finendo per agevolarne l’azione malefica.

Un peccato.
Non si può dire che sia stato tradito dal carattere, gioviale e genuino, ma di certo le aspettative erano ben diverse.

Dopo il ritiro Fernando allena per diversi anni nelle giovanili del Benfica, poi guida il Paco de Ferreira e l’Oriental di Lisbona prima di ritrovarsi sulla panchina dell’amato Benfica -quella della prima squadra- per un breve periodo.
Da uomo arguto capisce che è più bravo con i giovani e così torna ad allenare la Juniores e ad occuparsi del settore giovanile delle “Aquile”.

Un gruppo musicale portoghese gli dedica una canzone, mentre un giornalista lo aiuta a scrivere la sua biografia, dove racconta aneddoti, emozioni e ricordi della sua vita.
Chissà se farà riferimento ad eventuali rimpianti…
Immagino non siano pochi.
Di sicuro uno sarebbe d’uopo in merito alla sua estrema fragilità muscolare.
Un altro potrebbe essere quel Real Madrid che provò in un paio di circostanze ad acquisirne i servigi, agli inizi degli anni 80.
Un altro ancora, beh, non è difficile da presupporre.

Anabel lo ha lasciato nel 1993, accusandolo di violenze domestiche.
Vistosa, ingombrante, decisa: l’energica signora ha finito per essere preponderante, nella vita del riccioluto marito.
Da ragazzina era stata cacciata dal collegio delle suore, dove studiava, perché considerata troppo ribelle ed indisciplinata.
Dopo il divorzio lavora alla produzione di programmi televisivi.
Per anni guerreggia pubblicamente con l’ex marito descritto come vizioso, nevrotico ed aggressivo.
Fernando replica che la sua ex moglie viveva unicamente per il denaro, che in Francia lo costringeva ad evitare dottori e specialisti e lo spingeva a contattare maghi e fattucchiere per riprendersi dagli infortuni e che, a causa delle scelte folli della consorte, ora lui si ritrova quasi sul lastrico.
Di recente Anabel si ammala di cancro e muore, ponendo involontariamente fine alla querelle.

Fernando oggi ha una nuova compagna, Cristina.
Ha due figli -Mariana e João Nuno- ed è a loro, insieme a Cristina, che dedica la maggior parte del suo tempo.

Futre viene spesso considerato il suo erede.
Paulo è stato un altro talento immenso, in possesso di un bagaglio tecnico spaventoso, infortunato cronico ed incostante.
Non mancherebbero le similitudini con Chalana, ma per il sottoscritto aveva caratteristiche differenti, per non parlare della decina di centimetri di altezza in più del suo predecessore che, volente o nolente, lo rendevano diverso proprio a livello di movimenti ed approccio al gioco.

Quando viveva a Bordeaux, in piena crisi esistenziale, Fernando passava ore ed ore a chiacchierare con i piccioni, sulle rive della Garonna.
Non sapeva spiegare il perché, ma sentiva che gli animali non lo avrebbero mai potuto tradire, a differenza di molti umani.
Chi lo osservava da lontano si poneva seri dubbi sulla sua sanità mentale.
Qualcun altro, al contrario, sospettava che volesse star solo, senza fastidiose compartecipazioni: cercava la pace, dopo essersi ritrovato al centro di una guerra.

D’altronde non è mai stato uno normale.
Fernando Chalana: il piccolo genio.

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