• Combattente nato

Cordoba, Argentina centrale.
Seconda città più grande del paese, polo industriale di importanza strategica e centro culturale e storico di fondamentale rilevanza.
Due anime -commerciale e storica- in una.
Qui, nel 1961, per la prima volta mette la testolina fuori dal grembo materno un neonato destinato a diventare Campione del Mondo con la Nazionale Argentina nel 1986, entrando nella Storia del suo sport e nella memoria collettiva di tutti, ma proprio tutti, gli abitanti della Paese: José Luis Cuciuffo.

E fu proprio durante la kermesse messicana che ebbi modo di scoprire questo mastino sudamericano, il classico marcatore tutto grinta e maglia sudata dal giorno del ritiro pre-gara fino a quando inizia ad uscire acqua dalla doccia dello spogliatoio, a partita ampiamente conclusa.

La carriera di José inizia però prima, molto prima.
Già da giovanissimo si dedica al Calcio con passione: non ama particolarmente i libri, sebbene qualcuno lo apra per far felici i suoi genitori.
La maggior parte del tempo lo passa a giocare con i compagni sui polverosi campi in terra battuta della zona dove vive.
Talvolta anche in strada, se capita.
L’importante è che vi sia un pallone in giro, inequivocabile segno di gaudio e felicità, per lui ed i suoi amichetti.

Qualche scout lo vede giocare e lo segnala al Club Atlético Huracán di Cordoba, società di quartiere da sempre attenta al vivaio ed alla crescita dei giovani, in campo e fuori, ove possibile nel complesso e spesso difficile contesto argentino.
Il ragazzo inizia a prendere confidenza con quello che è calcio a tutti gli effetti: posizionamento, marcatura, tattica, tecnica.
Agisce nella zona difensiva, i suoi allenatori riconoscono subito l’indole alla lotta e la capacità di fare gruppo.
Doti che, unite ad una estrema umiltà, lo rendono già un prototipo di calciatore in età ancora estremamente verde.
Il tesseramento e l’esordio in squadra sono passi scontati e José resta per circa in triennio col club, desideroso di confrontarsi nelle categorie regionali e speranzoso, magari, di riuscire a salire di livello, prima o poi.
È semplice, rispettoso dei ruoli, tranquillo.
Ma anche ambizioso, a modo suo.

E un piccolo segnale sembra volergli dare manforte: il Chaco For Ever, compagine di Resistencia, nel nord del paese ed al confine col Paraguay, lo richiede in prestito.
Dopo due anni di ottimi risultati nei gironi regionali il CFE vuole scalare qualche categoria e prova a rinforzare la rosa.
Per quanto inizialmente non voglia spostarsi troppo da casa, alla fine Cuciuffo si convince ad accettare la destinazione e percorre gli oltre 800 chilometri necessari a raggiungere la sua nuova destinazione.
Dove resta soltanto sei mesi: difatti alla scadenza del prestito il Chaco vorrebbe tenerlo ancora ma il Talleres, altro club di Cordoba che per la prima volta nella sua storia è approdato in prima divisione, la serie A argentina, contatta l’Huracan.
Serve gente che possa contribuire a mantenere la categoria.
In particolar modo c’è bisogno di difensori, possibilmente combattivi ed a buon mercato, meglio ancora se esperti.
Cuciuffo non ha esperienza, men che meno ad alto livello.
Ma costa poco ed ha voglia di tornare a casa.
Affare fatto tra le due compagini del luogo e Cuciuffo si ritrova catapultato nel calcio professionistico.

Anche al Talleres non si ferma molto: le buone prestazioni con la casacca dei biancoblu, oltre a contribuire all’ottimo piazzamento dei suoi in campionato, hanno portato il giocatore all’attenzione del Velez Sarsfield, una delle più importanti squadre argentine.
In pochi anni José ha scalato posizioni di rilievo nella scala gerarchica del soccer sudamericano.

A volerla dire tutta a contribuire ai risultati sportivi del ragazzo è stata anche, in maniera decisamente bizzarra, una vicenda che nasce al di fuori del terreno di gioco.
Infatti in quel periodo la rivista Humor, un nome un programma, in una rubrica dedicata al calcio, Pelotas, cita di continuo il suo nome.
Per meglio dire: il suo cognome.
Di origini italiane ed onomatopeicamente alquanto strambo, talvolta scritto Cucciufo.
La stessa rivista, invisa al regime in atto, ne chiede a gran voce la convocazione in Nazionale e la presenza ai Mondiali spagnoli del 1982.
Un gioco, fondamentalmente.
Che però acquista un risalto notevole nel clima particolare di quegli anni complicati e delicati.
Addirittura, ed in più circostanze, al Commissario Tecnico dell’Albiceleste, Menotti, viene chiesto in conferenza stampa se porterà il difensore in Spagna.
Lui sorride, glissa e non ci pensa nemmeno per un secondo: vuole gente esperta e Cuciuffo sarebbe il più giovane della spedizione, più del genio di Maradona.
Non se ne parla proprio, di convocarlo.
In patria se ne parla invece tantissimo, di Cuciuffo,
Che diventa un autentico personaggio.

Il passaggio al Velez certifica la bontà del difensore, a prescindere dall’aspetto mediatico.
A Buenos Aires si gioca sul serio.
Calcio duro e pressione che sale vertiginosamente.
Con i biancoazzurri del barrio Liniers José si fermerà per un quinquennio, compartecipando alla strenua difesa de “El Fortin”, come i tifosi locali amano definire il proprio stadio.
Cuciuffo è un beniamino dei supporters del Velez: si fa benvolere per l’attaccamento che mostra in campo e per l’educazione che palesa all’esterno.
Un uomo del popolo, con dei valori sinceri e profondi.

Il premio per la sua abnegazione giunge, inaspettato, nel 1986.
Cuciuffo ha venticinque anni: è nel pieno della sua maturità calcistica, è titolare in una squadra che non vince trofei ma gioca spesso al vertice della Primera Division Argentina, ha tempra e coraggio e quando si alza la temperatura durante il match è tra i primi a prepararsi alla battaglia.
Bilardo, allenatore della rappresentativa, lo convoca per il Mondiale in Messico.

Una chiamata a sorpresa, per il ragazzo.
Alcune defezioni dell’ultima ora ne hanno favorito l’ingresso nel gruppo che non parte con i favori del pronostico, ma che ha pur sempre tra le proprie fila il numero 1 al Mondo.
Ed su di lui fa perno il tecnico argentino, che ha miracolosamente salvato la panchina in una fase in cui pure il bidello della scuola dove studia la figlia, costretta a fare l’appello rispondendo soltanto col nome per evitare minacce e ritorsioni, avrebbe voluto vederlo ovunque tranne che lì a decidere i destini della nazione.
Siamo pur sempre in Argentina, è bene tenerlo a mente.
Intorno al Pibe de Oro il C.T. ha intenzione di costruire una squadra equilibrata, prudente, accorta.
Bilardo è meticoloso, studia ogni più infimo dettaglio, riflette, pianifica.
Nel calcio come nella vita, però, pure il fato vuole fare la sua parte.
Atterrati in Messico il forte libero titolare Passarella inizia ad accusare fastidi gastrointestinali (la leggendaria Maledizione di Montezuma) e si ritrova fuori dai giochi.
Si vocifera di dissidi con Maradona e di lotte intestine -di ben altra natura, in questo caso- tra clan.
Fatto sta che il progetto tattico di Bilardo vacilla: senza Passarella, calciatore di grande personalità in grado di comandare la difesa e di giostrare da regista arretrato, il tecnico decide di optare per una difesa a 3, peraltro già testata in precedenza e poi abbandonata per il timore che potesse esporre i centrali a frequenti e pericolosi 1vs1con gli avversari.

Dinanzi all’attento portiere Nery Pumpido è Brown ad agire da libero: rispetto a Passarella è più grezzo, più difensivo e più giudizioso.
Ai lati il buon Clausen e l’ottimo Ruggeri, in marcatura sulle punte avversarie.
Davanti alla difesa doppia diga con l’astuto centromediano Batista e l’arguto equilibratore tattico Enrique, che sostituisce il talentuoso ma evanescente Borghi.
Ai lati ci sono Giusti ed Olarticoechea a stantuffare e coprire 24H24.
I veloci Burruchaga e Valdano si occupano di mettere in difficoltà le difese avversarie con il loro moto continuo.
Al resto ci pensa Maradona.
Che è in una forma devastante e decide, grazie al lavoro dei compagni, affiatati come non mai e consci dell’occasione della vita, il Mondiale.
L’ Argentina trionfa ed un intero paese impazzisce di gioia.

E Cuciuffo?
Beh, altra incredibile storia nella storia.
Il succitato Clausen, dopo la prima gara, accusa qualche piccolo problema di natura fisica.
Niente di grave, ma Bilardo non vuole correre rischi.
È un uomo intelligente, colto, che ha studiato medicina, che conta fino a dieci prima di esprimersi su qualsiasi cosa : ma in panchina si trasforma in uno scaramantico pragmatico della più vecchia scuola del calcio.
Vuole che ogni tassello vada a completare il puzzle: chiama in disparte Cuciuffo e gli spiega che ha bisogno di lui.
Lo ha portato in Messico come rincalzo, praticamente da ultima ruota del carro, è vero: ma con rispetto e fiducia, come gli aveva spiegato nel momento in cui aveva ufficializzato la sua convocazione.
Ne apprezza la feroce determinazione e la concentrazione sull’uomo.
Meno versatile di Clausen e meno esperto di Garré, l’altro difensore rimasto in rosa che sia ancora abile ed arruolabile, Cuciuffo è rispetto a quest’ultimo più adatto a giocare in una difesa a tre.

Il team è un’orchestra che segue a menadito il suo direttore e che esegue lo spartito nel miglior modo possibile, mettendosi al servizio del più raffinato artista del pianeta.

José colpisce tifosi ed addetti ai lavori per abnegazione, tigna, applicazione, slancio: annulla pericolosi attaccanti, ferma le incursioni nemiche, si erge a paladino della difesa e con Ruggeri e Brown forma un trittico di mastini dai piedi ruvidi ma dal cuore d’oro.
Ed i tifosi argentini lo apprezzano tantissimo.

Al ritorno a casa è ormai un idolo e dopo qualche mese il Velez accetta un’offerta del Boca Juniors e lo cede ai rivali.
Dovrebbe essere un ulteriore salto di qualità per Cuciuffo, ma nel triennio successivo il Boca incappa in una fase non sfavillante della propria storia ed il calciatore porta a casa “solamente” una Supercoppa ed una Recopa  Sudamericana.
Con la Nazionale arriva ad una ventina di gettoni e disputa per due volte la Coppa America , nel 1987 e nel 1989, concluse rispettivamente al quarto e terzo posto.
Sempre con quel bislacco numero 9 sulle spalle, figlio dell’ordine alfabetico (eccezion fatta per il 10, ad esclusivo appannaggio del Re).
Agli albori del nuovo decennio ha contrasti con la dirigenza e riflette sulla possibilità di trasferirsi in Europa, per vivere una nuova esperienza e per monetizzare al massimo prima di avviarsi al termine della propria carriera.

Qualche timida offerta non manca, ma a mettere sul piatto la proposta migliore è il Nimes, Francia, che però milita in seconda serie.
La società occitana dispone di un ottimo budget per la categoria e di un nuovo sponsor voglioso di riportarla in Division 1 dopo vari anni di purgatorio.
La città merita, la zona è tra le più soleggiate del paese, i dintorni sono meravigliosi, la tradizione enogastronomica è al top ed il Mediterraneo si trova ad un tiro di schioppo.
Tenendo conto che pure la paga ha il suo perché, è evidente che si tratta di un’opportunità da cogliere al volo.
José mette nero su bianco e si trasferisce in Europa.
Il suo omonimo e connazionale José Daniel Ponce, anch’egli ex Nazionale, compie il percorso inverso tornandosene in sudamerica, ma lascia preziose informazioni sul club, la città e tutto quel che può essere utile all’ambientamento del collega ed amico col quale ha condiviso un breve periodo al Boca.

Ambientamento che va a gonfie vele: Cuciuffo è un ragazzo serio e professionale.
Gioca da titolare, bene, e conduce la squadra in prima serie, dopo sette anni di assenza.
La società aumenta gli investimenti ed ingaggia Cantona, Vercruysse, Ayache ed altri ancora.
Un chiaro segnale di ambizione e solidità.
Le cose non girano per il verso giusto ed il Nimes si salva a stento dalla retrocessione.
Josè fa il suo, segna ben cinque reti, un bottino niente male per un difensore, ma dietro si balla parecchio.
Il club allora corre ai ripari per rinforzare gli argini della retroguardia e mette sotto contratto Blanc, forte libero in uscita dal Napoli, che va a comporre con Cuciuffo una coppia centrale di lusso tenendo conto che l’argentino è in quel momento l’unico calciatore nella storia del Nimes -come al Velez, d’altronde- ad aver vinto un Mondiale e che proprio il francese lo imiterà più tardi, nel 1998.

Niente da fare: ben 66 le reti subite dalla compagine del Gard, che retrocede mestamente in Division 2.
Molti dissidi interni, ambiente caldo, difensori che in campo barcollano come se fossero alticci.
Evidentemente la teoria è una cosa, la pratica un’altra.
Nel Calcio come nella vita.

Il Nimes non può onorare i contratti più pesanti e Cuciuffo, come altri suoi compagni, deve salutare la compagnia.
Alcuni giornali sportivi scrivono che andrà allo Stade Reims, che è sprofondato nelle serie minori a causa di gravi problemi di bilancio.
Una bugia ripetuta diventa verità (cit.) e pure anni dopo di José si parlerà come ex calciatore del Reims, seppur non sia passato in zona nemmeno per turismo.

Torna invece in Argentina, al Belgrano, la sua squadra del cuore da poco tornata in Prima Divisione, dove chiude la carriera poco prima di compiere trentatré anni.

Quel Mondiale lo rende immortale e rende pure giustizia ad un giocatore che ha fatto dell’impegno e della tenacia le sue doti migliori.
Nel tempo è migliorato anche dal punto di vista tecnico dando prova di essere un elemento eclettico, capace di occupare indifferentemente la posizione di terzino e quella di centrale, all’occorrenza pure quella di mediano davanti alla difesa, proponendosi sulla fascia fino alla trequarti ed andando a colpire di testa in area avversaria sui calci da fermo.
Marcatore arcigno e spietato, mai cattivo, risoluto nell’anticipo e pulito nel tackle, corretto e leale.
Imbattibile nell’arte dell’uno contro uno, appresa da ragazzino sui farinosi ed irregolari campi di provincia.

Ma, soprattutto, uomo vero.
Non vi è compagno o tifoso che non lo adori, ieri come oggi.
Fuori dal terreno di gioco è descritto come un tipo tranquillo, dedito ai piaceri della tavola ma con moderazione, quantomeno durante l’attività sportiva.
Dopo aver appeso le scarpette al chiodo si è dedicato alla famiglia: sua moglie ed i suoi due eredi ,un maschietto ed una femminuccia.
Ha gestito un bar a Cordoba, dove si è occupato del locale sindacato degli allenatori, dopo aver studiato per diventare tecnico egli stesso.
Ed ha continuato a seguire il suo amato sport, giocandolo ogni sabato nei tornei amatoriali vicino casa.
In ogni intervista concessa ha ricordato con commozione e felicità la vittoria in Messico ed ha reso omaggio a tutti i compagni, in primis al sublime Maradona, poi a Bilardo, che gli ha cambiato la vita, ed a Ricardo Echevarría, suo mentore e preparatore atletico della Nazionale, che gli ha trasmesso forza a convinzione.
Nel tempo libero ha inoltre dato libero sfogo alle sue altre due passioni: la pesca e la caccia.

Quest’ultima, purtroppo, gli è stata fatale.
Durante una battuta con un amico, prima del Natale 2004, il suo furgoncino per evitare alcune buche nella regione di Bahia San Blas, fuori Buenos Aires, ha violentemente sobbalzato in un piccolo dirupo (una tana, pare) ed il fucile che José teneva tra le gambe ha esploso un colpo che ha centrato l’ex calciatore allo stomaco.
Soccorso e trasportato immediatamente in ospedale l’uomo non è riuscito a superare la gravità delle ferite ed è deceduto a soli 43 anni, facendo precipitare nel più profondo dolore tutti coloro che gli volevano/vogliono bene.
Ed erano/sono tantissimi.

Una storia bella ed affascinante, conclusasi purtroppo in tragedia.
Josè Cuciuffo è presente nei ricordi di molte persone e nel cuore di tutti gli argentini.
La sua città natale gli ha dedicato una piazza, un torneo giovanile ed uno spazio ricreativo pubblico con un piccolo ma significativo busto.
Nella scuola calcio dove è cresciuto, e dove ha allenato e dispensato consigli ai più giovani per spronarli ed aiutarli nel percorso sportivo-esistenziale, campeggia un bellissimo murales dedicato alla sua memoria.

Nessuno lo ha mai davvero dimenticato.
Nessuno.

Campione del Mondo, Campione nella Vita.
Adiós, Josè!

V74

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