• 2002

Patrice Leconte è un regista intermittente.
Talentuoso e discontinuo come un fantasista che pare sempre che stia per esplodere ma che alla fine, pur cavandosela più che discretamente, non riesce mai a spiccare il definitivo salto per conquistare la gloria perpetua.

La sua cinematografia è ricca di pregevoli chicche quali lo sfizioso La ragazza sul ponte del 1999, o il curioso Il marito della parrucchiera, del 1990, quando non l’elegante Ridicule del 1996.
E di roba purtroppo ben meno intrigante, talvolta parecchio meno.

Ad inizio secolo dirige L’uomo del treno, un adorabile opera in piacevole bilico tra dramma e commedia, con un cast scarno ma strepitosamente in forma.

La storia si fonda su un incontro casuale che si trasforma in un mirabile intreccio di passione, sentimento, desiderio.

Al contrario del solito il tutto coinvolge due uomini.
E senza che tra essi intercorra alcuna venatura erotica.
Il sentimento trionfa, ma è un abisso di confidenza a farla da padrone.
Quella confidenza spesso, troppo spesso, sottovalutata anche dal cinema, nella sua eterea bellezza.

Con innata sensibilità artistica, con rara dolcezza virile e con estremo garbo nei modi Leconte introduce lo spettatore in un rapporto quanto mai intimo e profondo, sublimando tutto ciò che nel mio immaginario dovrebbe rappresentare un vero rapporto di amicizia.

Il copione sul quale poggia l’emisfero emozionale è un casuale incontro da due mondi apparentemente opposti: un disincantato rapinatore mezzo circense ed un insospettabilmente ardente professore di letteratura.
Due pianeti esteriormente opposti che si annusano, si intersecano, si studiano e finiscono presto per riscoprirsi tremendamente più vicini di quanto potessero pensare.
E di quanto chi li osserva potrebbe pensare, più che altro.

La trasbordante noia di una vita vissuta in un ambiente conformista e la insopportabile pesantezza di un’esistenza perennemente borderline si attorcigliano in maniera divina e rendono questo film un’autentica gemma, in particolar modo per la vena attoriale dei due protagonisti principali: un irresistibile Johnny Hallyday in stato di grazia ed un sublime Jean Rochefort che non sbaglia un colpo manco bendato.

Entrambi tengono la scena con assoluta grandezza, coadiuvati da un sobrio contorno di altrettanto valenti figure minori e guidati dalla sapiente mano di un Laconte oltremodo ispirato.

Il passaggio tra l’essenza e l’apparenza è qui approfondito senza giudizi di sorta, mediante un tenero viaggio introspettivo tra due menti, due cuori e due coscienze che si sovrappongono con lucida follia e travolgente istinto, confluendo in una seducente spirale di affezione che non può, quantomeno in questa vita, che regalare un epilogo tragico.

Nessuna trama o spoiler che si rispetti potrebbe mai introdurre adeguatamente L’uomo del treno.
I dialoghi tendono man mano a rarefarsi, donando un tono di sottile ampollosità che anziché stancare ha l’effetto opposto di incuriosire ed addirittura avvincere.

Il treno, il mio adorato treno, che è metafora d’eccellenza del luogo di passaggio.
Più della stessa stazione, che è meta e/ origine, il treno è l’ideale trait d’union tra materiale ed astratto.
Unisce, separa, intercorre, viaggia.
Un percorso che dovrebbe essere prestabilito e disciplinato, in teoria.
Eppure foriero di sorprese, in taluni casi.
A patto che vi sia una predisposizione a riguardo.

Ontologia a fiumi, insomma.

Girato con alcune tonalità western e con un retrogusto noir che Annonay, paesino dell’entroterra transalpino che fa da sfondo alle riprese, spiritualizza con i suoi scorci di mansueta provincia ricca di natura e di maliziosa banalità.

Leconte utilizza, soprattutto nel finale, una regia alquanto tecnica, sfruttando un montaggio volutamente centrato sull’azione parallela del duo.

Hallyday è Hallyday.
Rochefort è un gigante.
Moriranno entrambi nel 2017, a brevissima distanza fisica e temporale l’uno dall’altro.

Come detto pure la finzione finisce male, anzi malissimo.
Ma ha vita felice, anzi splendida.

L’ennesimo, straordinario paradosso di un film stupendo.
Essenziale, malinconico, poetico, onirico.

Un ritratto in chiaroscuro che in pochi giorni di narrazione crea un legame fortissimo tra gli interpreti e lascia allo spettatore la libertà di sognare il poi, per me manco necessario.

C’è già tutto quello che serve per emozionarsi, in questa pellicola.
Tutto.

Magia, incanto, poesia.
Tutto.

L’uomo del treno: 8,5

V74

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