• Due vite in una

Dopo il funambolico Allan Simonsen, ecco un altro danese.
Toccherà citarne almeno altri 4/5, nella lista dei miei preferiti.
Paese piccolino ma che dal punto di vista calciofilo ha prodotto diversi prospetti degni di menzione.
Come questo signore qui, la Leggenda delle Danish Dynamite: Morten Olsen.

Due vite in una, calcisticamente parlando.
Una da buon centrocampista e l’altra, quando la carriera del primo pareva avviarsi alla sua naturale conclusione, da ottimo difensore centrale, o per meglio dire “libero”, fino alla soglia dei quarant’anni.

Ma andiamo per ordine.
Morten Per Olsen nasce a Vordingborg, una cittadina dalla storia variegata e legata principalmente all’affascinante periodo medioevale.
Siamo a circa un centinaio di chilometri dalla capitale ed indiscusso centro nevralgico del paese, Copenaghen.
Il classe 1949 cresce vispo e curioso, appassionandosi alla natura ed agli animali, con una dolcissima predilezione per i cani.
Adora lo sport, soprattutto il Calcio.
E lo pratica con discreti risultati.
Il fisico slanciato ed agile contribuisce alla causa ed a soli otto anni si ritrova iscritto nel settore giovanile del Vordingborg IF, dove raggiunge l’adolescenza e pian piano matura nel corpo e nello spirito e diventa a tutti gli effetti un professionista.
Un ragazzo posato, curioso e vivace: ecco come si presenta il buon Morten agli occhi di coloro che ne osservano le gesta sul rettangolo di gioco.
Lui sogna di emulare gli idoli Garrincha e Best: gioca da ala destra, sgusciante e baldanzoso, ma anche pronto a ripiegare in difesa per aiutare il compagno che gli copre le spalle.
I suoi genitori, Alex ed Emmy, possiedono un negozio di vernici in città ed il padre, pur essendo felice di vedere il figlio cavarsela più che dignitosamente nel soccer, ricorda spesso all’erede che, qualora fosse, imparare l’arte e metterla da parte nella vita è sempre un vantaggio e mai uno svantaggio.
Il giovane ha la testa sulle spalle e passa diverse ore nell’attività di famiglia, per non contravvenire alle direttive paterne.
Appena può, però, scatta come un fulmine per recarsi agli allenamenti.

Ala fine del decennio, anni sessanta, Morten è ormai pronto al salto di qualità: sul giocatore si sono posati gli occhi degli osservatori di diversi club danesi di livello.
A spuntarla è il B 1901, compagine che milita nei bassifondi della graduatoria e che, nel contempo, ha mire di immediata scalata ai vertici della piramide calcistica del paese.
Morten deve spostarsi solo di pochi chilometri e lo fa con entusiasmo, smanioso di mettersi alla prova in un ambiente nuovo e di certo più stimolante dal punto di vista professionale rispetto al pur adorato club dove ha svolto l’intera trafila giovanile.

L’impatto iniziale è ottimale e le buone prestazioni offerte gli valgono una inaspettata convocazione in Nazionale A, appena tre mesi dopo aver esordito nella Under 21.
Nessuno può saperlo e pochi possono immaginarlo, ma sarà l’inizio di una storia lunghissima e ragguardevole con la maglia scandinava.

Il B 1901 disputa un paio di tornei discreti, senza infamia e senza lode, migliorando comunque le sue precedenti performance nella contesa in territorio danese.
Olsen è titolare inamovibile e le sue buone prestazioni, unite alla conquista della maglia biancorossa della propria rappresentativa, lo pongono all’attenzione del mercato.
A lui si interessano alcuni club nordeuropei ed un’offerta interessante giunge anche dalla Baviera.
Precisamente dal Monaco 1860, appena retrocesso nei gironi infernali della Regionalliga -l’allora seconda serie tedesca- e voglioso di risalire immediatamente nel massimo livello nazionale.
Sarà il primo di una lunghissima serie di sliding doors che si accavalleranno nell’esistenza di MO, come nella trama di un romanzo quantomai sorprendente ed intrigante.
Morten ci pensa, ma non se la sente di allontanarsi troppo dagli affetti familiari ed opta per un sostanzioso contratto con il Cercle Brugge, da poco tornato nella prima divisione belga e bisognoso di elementi giovani e talentuosi per stabilizzarsi quantomeno nelle posizioni mediane della classifica.
La firma per i belgi lo estromette, per regolamento, dalle convocazioni per le Olimpiadi del 1972, a Monaco.

Primo allenamento con i nuovi compagni in Belgio e subito una sorpresa: un paio di calciatori hanno lasciato la squadra in extremis e l’allenatore necessita di gente in mezzo al campo.
Non sulla fascia, dove vi sono un paio di elementi disponibili, bensì nella zona nevralgica del campo, ove scarseggiano i candidati.
Morten, che già al B 1901 si era ritrovato a dover cambiare ubicazione tattica per l’acquisto di un suo pari ruolo, arriva a Bruges su consiglio del compagno di Under 21 e poi di Nazionale A, Benny Nielsen, che suggerisce il suo ingaggio all’allenatore belga Braems.
Quest’ultimo propone ad Olsen di spostarsi centralmente ed occuparsi della regia, oltre a proteggere la difesa dalle incursioni nemiche.
Braems lascerà Bruges a fine stagione, mentre Morten si fermerà in zona per altre tre annate nelle quali, incredibilmente, verrà utilizzato dal nuovo tecnico Han Grijzenhout in tutte le posizioni possibili ed immaginabili, tranne che in porta.
Un jolly buono per tutte le stagioni, sostanzialmente.
All’inizio non gradisce granché: poi, ligio al dovere, fa il suo con impegno e dedizione.
Ha discreta tecnica, buon fisico e notevole intelligenza tattica: tutto ciò che serve per arrivare allo scopo.

Il Cercle Brugge si stabilizza a metà classifica, come da progetto.
Al termine della quarta stagione arriva un’offerta rilevante per il calciatore danese: il R.W.D. (Racing White Daring) Molenbeek -da un po’ di tempo ai vertici del calcio belga dopo tutta una serie di accordi e fusioni, come da frequente tradizione a queste latitudini- viene da un campionato vinto ed un successivo terzo posto e sogna il bis dello Scudetto.
Benny Nielsen, ancora lui, preso dal Molenbeek un paio di anni prima, fa il nome di Morten ai suoi dirigenti ed allo staff tecnico.
Polivalente, giovane e comunque abbastanza esperto, forte e tenace: in rosa giocatori così sono sempre utili ed Olsen può cercare casa a Bruxelles.
Si fermerà nel Molenbeek per quattro stagioni, contribuendo a rinsaldare il RWDM nell’ élite del calcio belga e proponendosi sulla scena internazionale come un centrocampista di rara duttilità e pregevole spessore.

A questo punto è necessario fare un passo indietro, un flashback che nella parabola umana e sportiva di Morten Olsen ha una rilevanza fondamentale.
Agli inizi di giugno del 1978 il nostro è nel pieno di una relazione con la sua bella connazionale Marianne Kristine, una venticinquenne di buona famiglia che è profondamente innamorata del Nazionale danese, da cui parrebbe essere affettuosamente ricambiata.
Morten, prima del classico ritiro estivo, vorrebbe organizzare una gita in barca a vela con la sua amata, ma è costretto a rimandare di qualche giorno in quanto la ragazza ha in programma alcuni giri organizzati con amiche e familiari.
Una di queste tappe è prevista nel nord della Germania, dove sbarca il traghetto di linea che dal sud della Danimarca porta gli scandinavi in terra teutonica e viceversa.
Marianne Kristine, ad un certo punto della traversata, sale sul ponte e scompare, letteralmente, senza lasciare traccia e senza che il suo corpo, di sicuro finito in mare, venga mai più ritrovato.
Molte ipotesi -incidente, suicidio, crimine- ma nessuna certezza.
Per Olsen è una notizia devastante ed anni dopo, in una toccante intervista, il danese ammetterà che quel drammatico episodio sarà la molla che da lì in avanti lo spingerà ad essere più deciso e sicuro in ogni momento del suo incedere, quasi come se passato lo shock dell’evento, egli abbia preso coscienza della caducità della vita e di quanto convenga affrontare quest’ultima con personalità e coraggio.

Due anni più tardi un ulteriore step nella carriera di Morten: a richiedere i suoi servigi è l’Anderlecht, plurititolato club della capitale che viene da una stagione tribolata e vuole ritornare subito a capeggiare la classifica.
Olsen ha ben impressionato i dirigenti locali, che ne hanno parlato con il neo allenatore jugoslavo Ivic, da poco sostituto in panchina del santone Raymond Goethals, trasferitosi al Bordeaux, in Francia.
Ivic è un organizzatore nato e pianifica la sua squadra con ardore e convinzione.
Lascia partire il bomber Van der Elst e la talentuosa ala olandese Rensenbrink, entrambi attratti dai sonanti dollari delle leghe statunitensi, oltre ad altri giocatori ritenuti non idonei alle idee tattiche del croato.
Fa esordire in maglia bianco-malva una selva di acquisti tra i quali vi è il buon Morten, sponsorizzato inoltre dai connazionali Brylle -da un anno in rosa- e, ma c’è bisogno di dirlo?, Benny Nielsen, in forza all’ Anderlecht da un triennio.

La squadra gioca un ottimo calcio, brioso e determinato.
Ivic è un vincente e, come da copione, guida i suoi ad un netto trionfo in campionato.
Per Morten Olsen è il primo trofeo importante da mettere in bacheca.
Ne seguiranno altri: due ulteriori campionati vinti, 85 ed 86, e una importantissima Coppa Uefa nel 1983, battendo in finale i portoghesi del Benfica, guidati dallo svedese Sven-Göran Eriksson.
L’ Anderlecht è invece allenato dalla gloria belga Paul Van Himst, da poco subentrato ad Ivic.
I belgi schierano gente come Munaron in porta, Grun in difesa, Coeck e Vercauteren a centrocampo, Vanderbergh e Czerniatynski davanti, oltre a parecchi altri ottimi comprimari che si fanno valere sfiorando ulteriori vittorie, sia in campionato che in Europa, dove nel 1984 per un soffio non vincono nuovamente la Coppa Uefa, che va ai rigori agli inglesi del Tottenham.
Olsen segna all’andata e sbaglia il suo rigore nella lotteria finale al ritorno.
Sbaglia pure un avversario, ma l’errore decisivo dal dischetto dell’islandese Arnór Guðjohnsen -padre del più celebre Eiður- condanna i suoi alla sconfitta.

Per la rubrica sliding doors, il danese avrebbe potuto giocare questo match dall’altra parte della barricata: nel 1980 i londinesi avevano infatti contattato il Molenbeek e trovato l’accordo per il passaggio del giocatore in Premier Ligue.
Il procuratore trova l’accordo per il suo assistito e si passa alle firme.
Ma ecco che sorge un intoppo: Morten ha un vecchio cane dal quale non si separerebbe nemmeno sotto tortura.
In Inghilterra l’animale dovrebbe andare in quarantena e adempiere ad una complessa trafila sanitaria, altrimenti canile municipale.
“Manco per scherzo”, risponde Olsen.
E l’affare salta.
Così ecco che la proposta dell’ Anderlecht giunge a pennello, nonostante che l’agente dello scandinavo stia ancora bestemmiando l’intero calendario, a distanza di decenni.

Nel frattempo il club ha acquisito altri elementi in grado di fare la differenza, come il forte centrocampista danese Arnesen, l’ottimo regista Vandereycken, la promettente mezzala di chiare origini italiane Scifo.

Morten Olsen è parte di tutto ciò, risultati e vittorie.
Riceve in ben due circostanze il premio come miglior giocatore danese dell’anno, nel 1983 e nel 1986.
E continua, imperterrito, a battagliare in giro per il globo con la sua Nazionale, nella quale ha già raggiunto e superato le cinquanta presenze e della quale, da qualche tempo, è anche il capitano, nonché fiero condottiero.

Una digressione è, a questo punto, indispensabile.
E doverosa.
1982: Morten si infortuna seriamente alla tibia.
Resta fuori per sei mesi ed a 32 anni suonati inizia a pensare a cosa fare da grande.
Al ritorno, prima che termini la convalescenza, Ivic lo prende da parte e gli spiega che ha intenzione di apportare alcune modifiche tattiche al gioco della squadra, rendendolo maggiormente aggressivo, alzando la linea dei centrocampisti e mettendo le punte in condizione di iniziare un feroce pressing sugli avversari già dalla propria trequarti.
Per far ciò ha bisogno di una difesa alta, compatta e, cosa fondamentale, intelligente.
Di conseguenza a comandarla deve essere qualcuno che abbia carisma, esperienza, senso tattico e cervello.
Tanto cervello.
Gli serve un centrocampista che giochi alle spalle di tutti i compagni, protegga loro il deretano e faccia ripartire l’azione dalle retrovie.
Gli serve Morten Olsen.
Il danese tentenna: è perplesso, non si sente ancora fisicamente a posto e non è convinto di poter fare quello che il mister gli chiede.
Riflette, medita, si interroga.
Infine accetta e si mette in gioco, senza poter immaginare che sarà la svolta della sua carriera, che anziché terminare di lì a breve, come egli stesso temeva, finirà per allungarsi a dismisura, oltre ogni previsione temporale.

Infatti giostrando come libero Morten Olsen passa dall’essere un buon giocatore allo status di Top: in Nazionale parla col C.T. Piontek e si sposta in difesa anche lì, sviluppando una perfetta intesa col compagno Søren Busk e ponendo le basi per una rappresentativa in grado di ben figurare agli Europei francesi del 1984 -prima qualificazione ottenuta dagli scandinavi dopo le Olimpiadi del 1972- dove si è arresa soltanto in semifinale alla Spagna, per giunta ai rigori.
Ai Mondiali messicani del 1986 ecco la prima partecipazione alla kermesse iridata, con i danesi che giocano un calcio spettacolare nella fase a gironi sconfiggendo Scozia, Uruguay e Germania Ovest, per poi arrendersi agli ottavi ancora una volta alla Spagna, stavolta con un 5-1 che non ammette repliche.
Agli Europei del 1988, in Germania, gli scandinavi arrivano con una forma scadente e vengono eliminati senza colpo ferire.
Dal 1970 al 1989 Morten Olsen disputa almeno una gara a stagione con la sua Nazionale: ne diventa titolare indiscusso, capitano, leader, mente e cuore, sia in campo che fuori.
Compatta il gruppo, quando necessario.
E si lancia all’arrembaggio, come un vero capitano deve fare.

Il suo stile di gioco è elegante e preciso: chiude tutti i varchi alle spalle dei compagni ed esce dalla sua zona di competenza a testa alta e con la palla incollata al piede, rendendo tipiche le sue cavalcate fino all’area avversaria, scompaginando i piani avversari e creando superiorità numerica.
Dispone di un lancio preciso e dosato.
Dribbla, se è il caso, prendendosi rischi che ad altri sarebbero vietati per principio.
La sua correttezza è proverbiale: pochissimi i provvedimenti disciplinari ricevuti in carriera.
Rigorista solitamente affidabile, mette a frutto il completo background di versatilità e polivalenza che il passato di jolly a tutto campo gli ha regalato.
Mente da metodista, tocco da regista, agilità da ala, movimenti da interno.
Nella classe ricorda il kaiser Franz Beckenbauer, nello stile l’indimenticabile Gaetano Scirea.
Paragoni pesantissimi, che danno l’idea della reale bravura del danese.
Meno forte degli altri due, certo, ma anche militante in contesti decisamente meno vincenti, dove emergere e fare la storia non è impresa da poco.
Tutt’altro.

Chiusa l’esperienza nell’ Anderlecht, per Morten Olsen si aprono le porte della Bundesliga.
Questa volta non serve la raccomandazione dell’amico Benny Nielsen, ormai ritiratosi dall’attività.
Il Colonia, al termine dei mondiali messicani, gli propone un contratto.
I belgi, in segno di riconoscenza, gli rilasciano la lista gratuita, nonostante qualche giornale scriva di circa seicento milioni versati dai tedeschi nelle casse fiamminghe.
Morten Olsen va per i trentasette, eppure in Renania puntano sul suo carisma e sulle sue capacità tecniche per ripartire dopo una stagione poco brillante in campionato ed una finale di Coppa Uefa persa nella doppia sfida contro il Real Madrid.

Il nuovo allenatore, Daum, riporta Olsen a centrocampo, schierandolo da frangiflutti dinanzi alla difesa ed equilibrando così l’intera squadra.
Il Colonia si riassesta e nei tre tornei successivi arriva decimo, terzo e secondo.

Niente ciliegina sulla torta, però.
Perché alla soglia delle quaranta primavere Morten appende le fatidiche scarpe al chiodo.
A nulla valgono alcune sirene provenienti dalla patria natia, che lo vorrebbero sul terreno di gioco per un’altra stagione.
In Nazionale -dove ha continuato a giocare da libero fino alla fine- avrebbe voluto chiudere prima, ma in un paio di occasioni viene richiamato a furor di popolo e finisce per superare le cento presenze in biancorosso.

Dopo oltre un ventennio si chiude una parentesi fondamentale del calcio danese.
Inserito nella Hall of Fame del suo paese, naturalmente, Morten Olsen ne è stato ambasciatore degno e valoroso.
La sua versatilità riporta alla mente le gesta di Helge Bronée, genialoide connazionale che negli anni 50 fece furore nella nostra penisola.
Morten, a differenza dell’altro, è stato però sempre un tipo estremamente disciplinato.

Tanto disciplinato da lasciar subito presagire la sua nuova occupazione: allenatore.
Brøndby, Colonia, Ajax.
Risultati altalenanti: qualche trofeo, diverse delusioni.
Poi la ovvia chiamata della sua Nazionale, che guida per oltre quindici anni con fortune ballerine.

Metodico e vecchia scuola, quando è al Colonia si accorge che i suoi ragazzi si allenano senza mordente e così li porta in visita ad alcune fabbriche del luogo, invitandoli a rendersi conto della loro condizione di privilegiati.
Da tecnico della Nazionale ogni dicembre invia gli auguri di Natale ai suoi giocatori per lettera e durante i ritiri vieta loro l’uso dei social.
Guarda e pensa Calcio 24H24.
Prende appunti su appunti, chilometri di appunti.

Rifiuta vari approcci con squadre di club e alla fine dell’avventura con la Nazionale si ritira definitivamente dal mondo del Calcio, in quanto si rende conto di avere ormai una certa, con le immancabili conseguenze del caso: piccoli problemi d’udito, ossa scricchiolanti, acciacchi dell’età, voglia di relax e tranquillità.
Oggi vive in Belgio con la donna della sua vita, la signora Mireille, incontrata quando militava nel paese delle moulesfrites .
Ha una piccola fattoria, con tanti animali ed un sacco di cose da fare.
Con qualche amico si diverte spesso a giocare a golf.
Guarda calcio, sebbene non come prima.
Possiede pure una moto, con la quale si diverte a girare per le campagne.
Ogni tanto prende la moglie e se ne va a Vordingborg, nella casa di famiglia, a pochi metri dal molo.
Ama il mare, ma preferisce osservarne la beltà, piuttosto che navigarlo.
E non serve Freud per intuirne le probabili motivazioni.

Un uomo semplice e sereno che si gode la meritata pensione e che qualche tempo fa rifiutò la proposta di allenare in Australia in quanto desideroso di viversi la sua adorata compagna, i suoi libri preferiti, i suoi affettuosi animali, la sua amata musica, i suoi indimenticabili ricordi.
Tanti, tanti, tanti ricordi.

Perché Morten Olsen è una Leggenda del Calcio danese ed è colui che ha vissuto due vite: nella seconda, quando sembrava quasi pronto per salutare la compagnia, è diventato uno dei più forti liberi del pianeta.

Non è mai finita, se uno ci crede davvero.
Mai.

V74

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