• Goleador

Si è capito: il Calcio Belga mi piace parecchio e da un bel po’.
Se poi si discorre di gente che ha partecipato a Mondiali ed Europei, in special modo negli anni 80, è la morte sua.

Nico Cleasen mi incuriosiva e Jan Ceulemans mi infiammava.
Ma negli anni 80 il gol in Belgio aveva un solo nome: Erwin Vandenbergh.

Regione delle Fiandre, in provincia di Anversa, negli ultimi giorni di un freddo gennaio del 1959: Erwin nasce qui, a Ramsel, un piccolo villaggio impregnato di tradizioni rurali dove lo sport è una delle tre/quattro azioni che si possono fare in zona unitamente al respirare, al mangiare ed al bere.
Insieme ai genitori Hendrik e Joanna ed alla sorella Carine cresce in un ambiente fondamentalmente sereno e si appassiona al gioco del Calcio.

Vandenbergh è smilzo, torreggiante e rapido: viene da subito impostato come attaccante centrale dai tecnici giovanili del Lierse ed a metà degli anni 70 è pronto ad esordire in Eerste Klasse, la Serie A locale.

In quel periodo il club viaggia nelle posizioni mediane della graduatoria.
Raggiunge la finale di Coppa del Belgio contro l’Anderlecht, perdendola malamente per 4-0.
A fine anno -1976- il bomber olandese Posthumus decide di tornare in patria, accettando la corte del NEC di Nimega.
È una perdita importante, datosi che è il capocannoniere del torneo con 26 reti e che nella stagione precedente ne aveva messe a segno 21.
Le glorie indigene Ceulemans e Janssens sono deputate a sopperire all’assenza e dal mercato arriva l’americano Visnyei a dar manforte alla causa.
Erwin Vandenbergh viene aggregato alla rosa della prima squadra, con l’intenzione di fargli respirare l’aria dello spogliatoio di una compagine che disputa anche le coppe europee, seppur per un lasso di tempo alquanto breve.
Dall’annata successiva diventa a tutti gli effetti un componente del team col quale, nel quinquennio successivo, realizza ben 117 marcature in 178 incontri.
Un bottino da bomber di razza, con tre titoli di capocannoniere in saccoccia: nel 1980 (39), nel 1981 (24) e nel 1982 (25).
Ceulemans nel 1978 passa al Bruges ed Erwin si carica la squadra sulle spalle, conducendola a suon di gol in zone tranquille e, saltuariamente, pure di una discreta nobiltà.
Porta a casa la Scarpa d’Oro nel 1980 come miglior goleador europeo, finendo undicesimo nella graduatoria del Pallone d’Oro.
Nel 1981 vince il titolo di calciatore belga dell’anno, in una fase nel quale la concorrenza è particolarmente nutrita.

Poi è cosa risaputa: a Lier la società lavora bene con i giovani, li valorizza e li cede non appena arriva l’offerta giusta.
E per Erwin ne arrivano diverse, di offerte, poiché il ragazzo nel frattempo ha bruciato le tappe dapprima con l’Under 19, poi con l’Under 21 ed infine con l’esordio anche in Nazionale Maggiore.
E con i Diavoli Rossi ha sfiorato la vittoria all’Europeo in Italia del 1980, dove il Belgio di Guy Thys perde in finale con la Germania Ovest per una rete subita ad oramai pochi istanti dai supplementari.
Lui non gioca l’ultimo atto, ma è in campo nelle altre gare del girone: le prime due da titolare e la terza da subentrante.

Partecipa pure al Mondiale del 1982, in Spagna.
All’esordio nella competizione segna all’Argentina di Maradona, Kempes e Passarella e trascina il suo Belgio alla vittoria contro i campioni in carica ed al primo posto nel girone.
Nel secondo turno i Diavoli Rossi calano decisamente ed abbandonano mestamente il torneo.

Come detto, alla stregua della maggior parte dei suoi compagni di Nazionale, pure per Vandenbergh -titolare della selezione fiamminga- non mancano sirene estere.
In patria è l’Anderlecht a farsi sotto.
Lo storico club della capitale vuol tornare in vetta e dopo aver perso di un paio di punti il campionato, è convinto di poter colmare il gap con i campioni dello Standard Liegi sfruttando l’istinto del gol di Erwin.
Quest’ultimo non ha voglia di allontanarsi dal paese natale ed accetta la corte dei bianco-malva, dove arriva insieme alla forte punta Czerniatynski, al promettente fantasista Scifo e ad altri elementi di valore, andando a rafforzare una squadra che può già contare su calciatori di sicuro spessore come il portiere Munaron, il libero Morten Olsen, i centrocampisti Lozano, Frimann, Coeck e Vercauteren e l’ala Brylle.
Il tecnico è lo jugoslavo Ivic, una garanzia.

E lo è pure Erwin Vandenbergh, capocannoniere con 25 segnature: primo calciatore a riuscire per quattro volte di fila ad issarsi sul punto più alto del podio belga.
L’ Anderlecht non vince il torneo, però: dimezza il gap rispetto a dodici mesi prima ed arriva secondo in campionato, ad un punto dal Liegi.
Si consola -e che consolazione!- trionfando in Coppa Uefa, dove supera nella doppia finale il Benfica.
Il suo bomber è vicecapocannoniere della competizione, con 7 reti, e rientra nei primi 20 candidati al Pallone d’Oro.
Ivic invece rompe con la società durante la stagione e contro i portoghesi in panca va il mitico Paul Van Himst.

Passa un anno e il Beveren subentra allo Standard Liegi e vince il campionato.
In finale di Coppa Uefa il Tottenham si impone ai rigori ed impedisce all’ Anderlecht una doppietta europea che avrebbe avuto del clamoroso.

Vandenbergh non si ferma e continua a segnare come un dannato, riuscendo finalmente a vincere il campionato (oltre alla Supercoppa, nel 1985) e bissando il trionfo nella stagione successiva, riconquistando nel contempo il titolo di bomber.

Con la Nazionale gioca un gran girone di qualificazione agli Europei con ancora un primo posto tra i marcatori, ma in Francia il Belgio stecca, nonostante la buona vena del suo bomber, e torna subito a casa.

Partecipa al Mondiale in Messico nel 1986, esordendo con una rete ed infortunandosi poco dopo.
Il Belgio arriva fino alle semifinali, fermato soltanto da un Maradona semplicemente divino.
I giornali fiamminghi scrivono che avrebbe potuto recuperare per le ultime gare, ma che il Monaco, che per due miliardi di lire lo sta per acquistare, avrebbe fatto pressioni sulla Federazione per farlo tornare in patria, come infatti accade, e non metterne a rischio il trasferimento, poiché deve operarsi per una lesione meniscale.
Qualche settimana ed il Monaco ufficializza la punta franco-argentina Omar da Fonseca, oltre ai danesi Lerby e Busk.
Niente Vandenbergh che firma invece per il Lille, richiesto dal tecnico Heylens, suo connazionale.

Società ambiziosa e desiderosa di stabilirsi nei piani alti della classifica francese.
E prima esperienza estera per Erwin che si trasferisce nella città più belga di Francia, a due passi da casa, rimandando al mittente per questo motivo una ottima proposta del Barcellona, in cerca di punteros.
In Spagna vanno Lineker e Mark Hughes.
Erwin intanto chiude la sua esperienza all’Anderlecht con dei numeri da primato e diversi trofei in bacheca.
Heylens ottiene dalla sua società pure un altro Diavolo Rosso reduce dal Mondiale, il centrocampista Desmet, ex Waregem.

A Lille il nostro si ferma per quattro stagioni, senza acuti.
O meglio: lui una cinquantina di reti le mette a segno e pur non toccando le medie del torneo belga, se la cava discretamente.
La squadra non riesce a fare il salto di qualità, però.
Ondeggia a metà classifica e nel 1990 per poco non retrocede.
In Coppa di Francia esce sempre nei primi turni.
Addio sogni di gloria, insomma.
E addio pure al Mondiale del 1990 per il centravanti fiammingo, che decide di tornare in patria.
A 31 anni ha in pratica chiuso con la Nazionale, con una una cinquantina di gare e venti gol a curriculum.
Ora può dedicarsi in toto al suo nuovo team e dalle sue parti ha sempre segnato con una continuità impressionante.
Le richieste non mancano e lui, dopo che alcuni mesi prima era saltato in extremis il passaggio all’Anversa, opta per il trasferimento nella bella città di Gand, al KAA Gent.

Al primo anno segna 23 gol, rivince per la sesta volta il titolo di capocannoniere e trascina i suoi compagni al terzo posto e alla qualificazione in Coppa Uefa, dove arriveranno fino ai quarti, venendo eliminati dall’Ajax.
Nelle stagioni successive Vandenbergh abbassa le sue medie realizzative e il KAA annaspa a metà classifica, rischiando finanche le zone pericolose nel 1994, allorquando il suo centravanti viene ceduto.
Percorso sportivo identico a quello vissuto al Lille, per l’attaccante di Ramsel con il Gent.

Il Racing White Daring (R.W.D.) Molenbeek, club della capitale, gli sottopone un buon contratto annuale.
A 35 anni Erwin Vandenbergh disputa un torneo mediocre e capisce di essere oramai giunto al fatidico canto del cigno.
Dichiara chiusa la sua carriera da calciatore ed inizia subito quella da allenatore, accettando la panchina del Westerlo dove però dura da Natale a Capodanno, rendendosi conto in pochi mesi di non essere molto portato per la cosa, quantomeno a livelli senior.
Dirotta le proprie mire sul ruolo di direttore tecnico nei settori giovanili e si salva da una frotta di pronosticabili esoneri.

Ma che tipo di giocatore è stato Vandenbergh?
Un bel centravanti classico, senza dubbio.
Fisicamente asciutto e slanciato.
Agile, scaltro, tecnico e con un innato senso del gol.
Freddo e lucido in area di rigore.
Destro naturale in possesso di un tiro preciso e, ove necessario, anche potente.
Sinistro più blando.
Di testa abbastanza efficace.
In campo riusciva ad unire l’intelligenza tattica nell’anticipare l’azione di quel tanto che basta a fregare il diretto marcatore alla capacità di giocare d’istinto e, non di rado, sorprendere i portieri avversari con soluzioni inaspettate.
Probabilmente il migliore tra gli attaccanti belgi “puri” del periodo.
Che detto tra noi non erano affatto male, tutt’altro.

Erwin Vandenbergh, con i suoi discreti risultati con la maglia della Nazionale e le due finali di Coppa Uefa disputate con l’Anderlecht -una vinta- vanta una discreta dimensione internazionale, che sarebbe potuta essere ancora maggiore qualora avesse vinto l’Europeo del 1980 e non si fosse infortunato ai Mondiali del 1986, dove col suo contributo chissà che i Diavoli Rossi non avrebbero potuto sognare ulteriormente.
Nella sua unica esperienza estera, sebbene “di confine”, non ha particolarmente brillato, quantunque con diverse attenuanti.
Forse avrebbe meritato una chance in un team più rodato ed avvezzo a lottare per imporsi su scala internazionale, per quanto l’Anderlecht del tempo se la giocasse quasi con tutti, nel vecchio continente.
Il Barcellona, giusto per non fare nomi, avrebbe rappresentato un salto di qualità, in tal senso.
In Catalogna non ci è voluto andare lui, comunque, pentendosene anni più tardi.

Suo figlio Kevin ne ricalca in parte le orme, facendosi assistere come manager dal padre.
Fin quando quest’ultimo divorzia dalla madre Christiane e scoppia una guerra in famiglia.
Kevin va a vivere con la madre, a pochi metri di distanza da Erwin che si ritrova al centro di una virulenta battaglia legale.

Negli ultimi anni acque meno agitate ed occhi puntati sulla Nazionale Belga, che per l’ex Diavolo Rosso è sempre una passione inarrestabile.

Erwin Vandenbergh: unico belga a vincere la Scarpa d’Oro Europea.
Con il Lierse, beninteso.
Goleador.

V74

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