• Il quarto

Prima o poi dedicherò a tutti i miei animali uno spazio, soprattutto fotografico.
Lo meritano loro.
E lo merito io, che quando sono in giro me li guardo in webcam e pure in foto, datosi che alla fine è come se stessi a casa.

Anche perché se domani dovessi andarmene dall’inesistente creatore, mi piacerebbe sapere che qualcuno potrebbe ricavare qualche informazione utile da codeste pagine per occuparsene.

In realtà so bene che sarebbero cavoli amari, per loro.
Ci siamo abituati troppo a stare insieme, tutti, e dividerci equivarrebbe a porre fine alla festa.
Sembra melodrammatico, eppure è così.

Ad un certo punto mi sono ritrovato a vivere una condizione complicatissima, l’ennesima di un percorso che in una maledetta notte di tanti anni fa ha ucciso una parte consistente di me ed ha reso fragilissimo tutto il resto, costringendomi a combattere una infinita battaglia che a chi mi circonda, a seconda dei casi e della convenienza, piace trattare in tutt’altra maniera, complicando ulteriormente, qualora ve ne fosse pure bisogno, l’opera perenne di autoassestamento ed autorafforzamento di fondamenta palesemente già deflagrate in partenza.

D’altronde chi tu avresti protetto col tuo corpo da una pallottola è quasi sempre colui/colei che poi non esita a conficcartela nel cuore, quando se la ritrova nella canna del revolver.

Abbandonare chi non aveva colpa per alcuni merdosi accadimenti sarebbe però stato da infami, da vigliacchi.
Io non lo sono.
Con tanto coraggio -lo dico con estrema fierezza- e con un pizzico di sana follia ho provato a gestire una situazione che mi avrebbe potuto disintegrare e che, per certi versi, contribuirà comunque a quello che sarà il crollo finale.
E mica si può vincere sempre, eh.

Tornando in tema.
Una casa che cadeva a pezzi, una lista di medicine che manco un ospedale di Milano, una condizione psicofisica assurda in mezzo a fantasmi del peggior tipo.
Poi loro: un cane e, ai tempi, 8 gatti, più un altro ospite semipermanente in zona.
La salvezza.

Come detto, ne racconterò -al Fato piacendo- con maggiore dovizia di particolari in altre occasioni.
Che poi basterebbe far parlare certe immagini, quantomeno per chi è in grado di coglierne le sfumature e d il senso.

Il quarto tattoo, eseguito insieme a quello per Pupo, il mio cane, ha la stessa valenza descritta per il precedente.
Amore, per quella che si è dimostrata a tutti gli effetti una famiglia.
Quella originaria è stata bella ma alquanto ballerina, con una insopportabile tragedia alle spalle che ne ha minato certezze, rapporti, affidabilità, trasparenza, perspicacia, coscienza.
La reazione avrebbe dovuto essere di unione, piuttosto che di guerra.
Però parliamo di menti non solidissime, di spiriti incerti, di caratteri zotici.
Attenuanti a profusione, certo.
Forse troppe.
Vabbè.
Quella successiva era un fake conclamato, un bluff che nemmeno al Bar dello Sport di Lino Banfi.
C’è due senza tre, ogni tanto, e loro, in una maniera talmente meravigliosa ed irreale che ad onor del vero se spiegata troppo nei dettagli -OK, non ci provo manco più a dirlo, figuriamoci a farlo- perderebbe gran parte della sua magia e rischierebbe di apparire come un esercizio di mitomania e pazzia, sono stati e sono ancora adesso il faro che illumina l’oscurità, quando arriva.
Ed arriva, hai voglia se arriva.

Stress, tanto.
Pensieri, a iosa.
Preoccupazioni, non ne parliamo.
Quando stanno male, è la fine.
Quando stanno bene, la gioia.
Quando dormiamo tutti insieme, come accaduto per anni in momenti davvero tosti (per tutti) e come accade spesso anche adesso, schiena permettendo, è il paradiso.

Mi regalano cento volte quel poco che provo a dar loro, ma mi hanno fatto quasi venire il timore di ritrovarmi da un momento all’altro a dover chiudere bottega.
Una sensazione che odio.
Non che sia un temerario, tutt’altro.
Ma non ci pensavo più di tanto, ecco.
Onestamente ho più patologie che anni e se avessi chiuso gli occhi in passato le mie ex avrebbero trovato una alternativa migliore dopo dieci minuti di orologio.
La maggior parte degli amici, con tutto l’affetto del mondo, dopo venti minuti di lutto sarebbe andata al cesso a leggere le notizie dello sport.
La famiglia avrebbe preso informazioni sul notaio e sull’avvocato al massimo entro una trentina di minuti dal fatto, pur soffrendo il dovuto.
Arrivederci e grazie, insomma.
La vita va così, niente di strano.
Ed in fondo un sano sticazzi di tutto questo stabbio -me in primis- è solamente aria pura, talvolta.

Invece ora, come dicevo all’inizio, mi sovviene una certa tensione nel domandarmi chi gli darebbe da mangiare e bere, dove andrebbero senza stare tutti insieme tra di loro, come d’abitudine, chi li cercherebbe qualora non si trovassero, che fine farebbero se qualcuno dovesse aprire la porta per andarmi a buttare agli alberi pizzuti e via dicendo, questo si.

Il troppo pensare porta l’uomo alla tomba“, diceva uno che sapeva il fatto suo.
Indi, modalità pessimismo vaffanculo e quarto tattoo, dorso della mano sinistra (bene in vista, in particolar modo quando guido e non vedo l’ora di riabbracciarli), in archivio già da un bel po’.

Famiglia, amore, unità.
Grazie, ragazzi.
A tutti voi, chi c’è ed anche chi c’è stato ed in fondo è ancora qui, con noi ogni giorno.
Grazie, di vero cuore.
Vi debbo tantissimo.
Non mi leggete, anche perché vi rompereste i maroni nel farlo, ma lo sapete bene.
Magari certe emozioni le (ri)scopre pure qualcuno di passaggio, chi può dirlo.
Mai dire mai.

V74

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