• 1983

The Chameleons – Script of the Bridge

Pietre Miliari” le definisce Ondarock, una delle migliori riviste online del settore.
Fondamenti dell’arte musicale, insomma.
Ciò che ha inventato, determinato, influenzato, emozionato, scolpito.
Storia della Musica, in qualche modo.


Vero è che i gusti son gusti, come direbbe anche l’ultimo dei politicamente corretti.
Ma in taluni casi, oh, l’arte è arte.
Anzi: Arte, con la maiuscola a sottolinearne la purezza.

Come nel caso di Script of the Bridge, stupendo album -targato 1983- ad opera degli ottimi The Chameleons.

Quattro personaggi in croce: il cantante e bassista Mark Burgess, i chitarristi Reg Smithies e Dave Fielding ed il batterista John Lever.
Provenienza: sobborgo di Manchester, che già fa abbastanza schifo di suo.
Figurarsi il suburbio.
Ingredienti: tristezza e desolazione, il miglior contesto possibile per tirare fuori gli artigli e. soprattutto, il talento, quando lo si possiede.

E i Chameleons ne dispongono a quintalate, di talento.
Tocca indirizzarlo, però.
Dal punto di vista musicale, beh, non è affatto un’impresa facile.
Tutt’altro.

The Chameleons - Script of the Bridge

Dopo un paio di anni di apprendistato, e dopo parecchi esperimenti minori, i nostri decidono di dare alle stampe il loro primo lavoro completo.

“Dear listener, thank you for lending us your ears”:

Così, con essenzialità e deferenza, introducono la propria arte musicale.
12 tracce di spessore per un esordio clamoroso che però, complici alcune componenti scarsamente commerciali, non ottiene i riscontri di vendita che avrebbe meritato.

Perché Script of the Bridge è un autentico capolavoro.

Un album che sarà rivalutato dal tempo, andando a rappresentare l’ispirazione per una marea di gruppi, parecchi dei quali di grande successo.
D’altronde “la vita, a volte, ferisce più della morte”.

Don’t Fall4:03
Here Today3:59
Monkeyland5:14
Second Skin6:51
Up The Down Escalator3:56
Less Than Human4:10
Pleasure And Pain5:08
Thursday’s Child3:32
As High As You Can Go3:33
A Person Isn’t Safe Anywhere These Days5:40
Paper Tigers4:16
View From A Hill6:38

Second Skin è, a parer mio e non soltanto, il pezzo migliore del lotto.
Le tastiere, glacialmente emozionali, incidono l’anima dell’ascoltatore.
La voce evocativa di Burgess cavalca il ritmo di una batteria incostante eppure ipnotica, col risultato di ingarbugliare tutto fino a renderlo schematicamente precisissimo.
Pezzo stupendo.


Less than Human, dal testo fottutamente moderno, sfiora la vetta.
Un brano potente, imperioso, suadente.
Dentro si possono ritrovare i 3/4 del gotico odierno e buona parte del metal -soprattutto nordico- e del dream-pop tanto decantato e sfasciacoglioni del periodo a cavallo tra il tramonto dello scorso secolo e l’alba di quello seguente.
Se non fosse che qui siamo in piena epoca punk e new/dark wave ed i testicoli ribollono di passione, anziché deprimersi.
Decenni avanti, insomma.

A Person Isn’t Safe Anywhere These Days, anche qui voliamo nel 2022 con 40 anni di anticipo, chiude il mio personalissimo podio.
Andatura indefinibile, con uno scatto fiero e deciso verso la direzione opposta a quella ipotizzata dall’uditore appena un attimo prima.
La paranoia prende il sopravvento su tutto il resto e punta verso l’ignoto con slancio ed ardore.
Una ventina di generi trovano spazio nella medesima canzone ed in meno di sei minuti di orologio: geniale, a dir poco.

E poi la torva e cadenzata Don’t Fall, che apre il disco e ne introduce la sublime molteplicità acustica.
La solenne Pleasure And Pain, viaggio industriale nelle profondità dell’essere umano.
Monkeyland, anch’essa ondeggiante tra archi di speranza ed interpolazioni metafisiche, riconduce il suo popolo a forme arcaiche di godimento.
Eterea e magica interpretazione della sensualità umana, View from a Hill, divisa esattamente a metà tra un iniziale cantato, evocativo e malinconico, ed una struggente e delicatissima chiosa: brano stupendo.
Meriterebbe il podio, forse.
Ma qui dove peschi, peschi bene.
Come se Paper Tigers, irresistibile escalation di epiche delazioni vocali, fosse da meno.
As High as You Can Go, con una strepitosa batteria che assurge a protagonista della scena,e Here today, idem come sopra, condensano tutti i riferimenti accennati precedentemente.
Up the down escalator e Thursday’s Child sono i pezzi che mi entusiasmano meno, prendendo il lavoro nella sua interezza, ma all’interno dello stesso fanno la loro ottima figura e, diciamocelo francamente, nel repertorio di altri gruppi sarebbero perle assolute.

In SotB vi è davvero di tutto: si parte dal punk e si attraversano i più disparati sentieri musicali per giungere in un luogo che, come detto, ispirerà generazioni di musicisti.
Dentro vi è il contemporaneo ed il futuro.
I riferimenti, contemporanei e successivi, sono infiniti.
Troppi, per citarli tutti.
Troppo unici i Chamaleons, per incastonarne la visione musicale.

Mark Burgess non è carismatico come altri suoi emuli, forse.
O più probabilmente non è in grado e/o non ama vendersi al miglior offerente.
I Chamaleons lo seguono e sfanculano elegantemente le major, pronte a ricoprirli di denaro e gloria, e si indirizzano verso lo status di gruppo da proselitismo quasi religioso.
Coerenti ed onesti, con loro stessi e con il proprio pubblico, finiscono presto per diventare una band di culto.
I successivi lavori, interessanti e con sprazzi di qualità, non ripetono il miracolo di Script of the Bridge.

Pietra Miliare, vera e propria.
Un disco che non può mancare nella collezione di ogni appassionato che si rispetti.

Possente, malinconico, influente, intenso.
Grandissimo, per davvero.


Sognato con magia, prodotto con linearità, arrangiato con gusto, interpretato con amore.
Impregnato di eleganza e forza, è uno dei migliori album del decennio.
Il solito decennio d’oro, quantomeno per chi -come il sottoscritto- ne è fulgido adepto.

Inoltre mi ha fatto enorme piacere scoprire che Mark esegue spesso delle cover dei The Sound.
Con Adrian Borland ha diverse cose in comune: il talento, in primis.
Poi una sensibilità artistica importante.
Molto importante.
Ed una notevole incompatibilità con le forzature professionali e con la frivola immagine del frontman che flirta perennemente con la vacuità.
Due uomini fragili, appassionati, densi ed influenti.


Undicesimo comandamento: un divano comodo, un bel paio di calzini massaggianti ed uno di quei deliziosi aggeggi che diffondono aromi rilassanti e nel contempo, emanano colori lounge e chill.
Mettete su SotB, meglio ancora se in vinile, e spegnete tutto il resto, mondo incluso.
Tranne le anime, ovviamente.
Tranne le anime.

Buon viaggio!

The Chameleons – Script of the Bridge: 8,5

V74

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