• Doppelpack

Toni Polster

Molte volte quando si cerca di saperne di più su un ex calciatore e si apre la pagina di wikipedia che ne narra le imprese ci si imbatte nell’incipit relativo alla sua attuale posizione lavorativa, con in aggiunta il riferimento alla precedente carriera da sportivo.
Tipo: “Omissis” è un allenatore di calcio ed ex giocatore professionista, di ruolo portiere/difensore/centrocampista/attaccante.

In alcuni casi vi possono essere altre specifiche, a vario titolo.
Una di queste ultime, quanto mai sfiziosa, riguarda un attaccante transitato dal campionato italiano a fine anni ottanta e che al sottoscritto piaceva pareccchio: Anton Toni Polster, cantante , allenatore di calcio ed ex giocatore professionista di ruolo attaccante (cit.)!

Proprio così: cantante.
Perché Toni Polster è stato per diversi anni il vocalist di una band denominata Achtung Liebe.
Musica pop, con discreti risultati.
Poi il gruppo si è sciolto, ma il nostro amico ha continuato a svagarsi col microfono, consapevole che la gente si ricorda di lui soprattutto per la carriera da centravanti.
Una carriera di tutto rispetto, con quasi cento presenze in Nazionale e parecchi gol a corredo.


Partiamo dall’inizio.
Vienna, Austria: una delle più belle capitali d’Europa.
Nel marzo del 1964, sulle rive del Bel Danubio Blu, nasce Anton Polster.
Già da bambino il suo vero nome è Toni, per distinguerlo dall’omonimo -appunto- padre Anton, ex calciatore e nazionale austriaco, sebbene per una sola gara.
Legatissimo ai genitori ed al fratellino, il piccolo Toni cresce in un ambiente tranquillo, ove l’unica distrazione è quella del pallone.
Appena torna da scuola -ove si reca con un entusiasmo non propriamente da manuale, ecco- affida alla madre Waltraud lo zaino con i libri e gli altri articoli scolastici e corre in strada, a giocare con gli amichetti.
Alto e smilzo, il figlio d’arte è il goleador della compagnia.
Ha otto anni quando entra a far parte del vivaio dell’Austria Vienna, società che contende ai cugini del Rapid il titolo di compagine più importante e blasonata del paese.

Nelle giovanili dei Veilchen (Violetti) svolte tutta la trafila, con degli ottimi risultati che lo mettono in luce come un profilo da attenzionare con cura.
Fisicamente si irrobustisce e sviluppa presto doti da bomber.
Prima della maggiore età i dirigenti dell’Austria Vienna decidono di testarlo in un torneo più competitivo rispetto a quello Juniores, dove il ragazzo ha fatto faville.
Lo prestano quindi al Simmeringer, in seconda divisione, società satellite dei viola con sede nella stessa capitale austriaca.


Toni arriva in squadra a campionato iniziato e segna otto reti in tredici gare, prima di infortunarsi al ginocchio.
Un ottimo impatto, per un esordiente nel calcio professionistico.
Il Simmeringer viene promosso in prima divisione e l’Austria Vienna, che ha appena perso lo Scudetto a causa della differenza reti a favore dei rivali del Rapid, inizialmente pensa di lasciare il ragazzo a maturare in prestito per un’altra annata.
Poi il Simmeringer manifesta problemi economici e, viste le circostanze, il club padrone del suo cartellino richiama Toni alla base e lo inserisce al posto del forte Schachner (venduto al Torino) nel roster della prima squadra che, grazie alle reti del suo nuovo fenomeno, giunge sino alle semifinali di Coppa delle Coppe, fermata soltanto dagli spagnoli del Real Madrid di Stielike e Juanito, guidati in panchina dal mitico Di Stefano.

Austria Vienna

Il calcio austriaco è appena ripartito dopo l’eliminazione della Nazionale al secondo turno dei Campionati Mondiali del 1982, in Spagna.
L’Austria Vienna fornisce diversi elementi alla propria rappresentativa: il portiere Koncilia, il difensore Obermayer, i centrocampisti Baumeister e Dihanich.
In attacco manca qualcosa e così a rafforzare il gruppo arriva il forte attaccante magiaro Nyilasi.
Viene ingaggiato pure l’ottimo regista Prohaska, di ritorno dalle positive esperienze italiane con Inter e Roma.
Davanti è confermato il talentuoso Drabit, mentre saluta temporaneamente Steinkogler, ceduto in prestito al Grazer AK.

A fine anno l’AW diventa campione d’Austria ed è ancora una volta la differenza reti a decidere la contesa col Rapid, stavolta in favore dei primi.
Polster segna tredici reti: la metà di quelle imbustate dal bomber Nyilasi, ma quanto basta per meritarsi la conferma e l’apprezzamento dello staff tecnico.
Con l’ungherese forma una coppia ben assortita e Drabits, con le sue diciannove marcature, contribuisce adeguatamente alla causa.

Toni Polster gioca fino al 1987 con la maglia bianco-viola, vincendo altri due campionati (1985, 1986).
Nel 1986, con i compagni, mette a segno una doppietta ed alza al cielo la Coppa d’Austria sconfiggendo in finale il solito Rapid, per 6-4 ai supplementari.
A proposito di doppiette: in futuro Polster verrà soprannominato Doppelpack, proprio per la spiccata attitudine a segnare più di una rete a partita.
Non a caso è capocannoniere della Bundesliga per tre anni consecutivi (1985, 1986, 1987) ed avrebbe vinto anche la Scarpa d’Oro in “real time”, se il rumeno Camataru non si fosse impossessato del titolo in maniera talmente discutibile da farne successivamente decadere il merito (sarà quindi riassegnata a Toni, ovviamente).
Nel 1986 è eletto calciatore dell’anno (farà il bis un decennio più tardi) e con 24, 33 e 39 reti ruba la scena al mitico bomber Krankl, diventandone a tutti gli effetti l’erede naturale anche in Nazionale dove Toni ha esordito prestissimo, a soli diciotto anni, dopo una fugace apparizione nella Under 21.


Matura quindi sia come giocatore e sia come uomo.
In particolar modo, a far la differenza in entrambe le fasi, è il succitato Prohaska, che lo prende sotto la sua ala protettiva e lo aiuta a smussare alcune attitudini che avrebbero potuto incidere negativamente sul proseguo della carriera.
Nulla di grave, intendiamoci.
Eccessi notturni, frequentazioni bizzarre, abitudini poco sane.
Cose da giovani, ci sta.
Però spesso incompatibili col calcio, soprattutto con quello ad alti livelli.
Toni si rimette in carreggiata e si fidanza con Lisi, futura moglie che gli darà due eredi (un maschietto ed una femminuccia).


Ed insieme alla sua amata, a ventitré anni, decide di abbandonare la comfort zone e di cedere alle lusinghe estere, lasciando la sua adorata Vienna.
Piovono offerte da Spagna, Germania, Francia e Italia.
Polster vorrebbe trasferirsi proprio nella nostra penisola, in modo da non allontanarsi troppo dalla famiglia e, nel contempo, per potersi confrontare in quello che è, ai tempi, il miglior campionato del mondo.
Lo cerca dapprima il Verona, per sostituire il partente danese Elkjaer che alla fine cambia idea e resta in Veneto.
Poi è l’Ascoli a farsi avanti, ma i costi -alti- spaventano il morigerato presidentissimo Rozzi e l’affare sfuma.
Infine è il Torino a proporsi ed ottenere la firma del puntero: l’Austria Vienna incassa poco meno di due miliardi di lire ed il giocatore firma un contratto triennale da duecentocinquanta milioni all’anno più premi.

Polster - Torino

Il Toro è allenato da Radice e gioca un calcio ordinato e sparagnino.
Toni Polster, come nell’Austria Vienna, eredita la maglia del connazionale Schachner, transitato un paio di anni prima da lì, e comincia nel miglior modo possibile la sua avventura italiana: segna subito due reti in Coppa Italia ed in campionato è capocannoniere nella parte iniziale della stagione, con sette realizzazioni in dieci match.
Una media paurosa che, ad un certo punto, crolla inspiegabilmente.
Polster si inceppa ed a fine annata, con i granata settimi in graduatoria, chiude con nove gol in ventisette partite.
Non male, onestamente.
Ma l’inizio lasciava intravedere ben altre mire.
La sconfitta ai rigori contro la Juve, nello spareggio per decidere quale team avrebbe occupato l’ultimo slot disponibile per entrare in Coppa Uefa, è un duro colpo alle ambizioni del club.
In Coppa Italia il Torino giunge sino all’ultimo atto ove affronta la Sampdoria di Boskov: nella doppia finale all’andata perde in trasferta per 2-0 (Briegel e Vialli) e vince in casa al ritorno grazie a due autoreti di Vierchowod ed Antonio Paganin.
Ai supplementari è la rete di Salsano a regalare la vittoria ai blucerchiati.

Radice non lega particolarmente con l’austriaco ed in estate chiede un altro centravanti, al suo posto.
Il Toro, memore del tentativo dell’anno prima, lo propone all’Ascoli in cambio del brasiliano Casagrande.
I marchigiani pretendono un conguaglio pesante in aggiunta e Casagrande dovrà così rimandare di qualche anno il suo approdo sotto la Mole Antonelliana, che avverrà nel 1991.
Polster ha diversi ammiratori, nella penisola: lo cercano Bologna, Como, Pisa e Pescara.
Dalla Grecia si fa sentire il Panathinaikos, mentre alcuni interessamenti arrivano da Svizzera, Francia, Spagna e Olanda.
Un timido interesse lo manifesta pure lo Stoccarda, in Germania.
In fin dei conti, però, non vi è alcuna trattativa ufficiale.
Il Torino chiude per lo jugoslavo Skoro e per il brasiliano Muller, nel frattempo.
Toni, che resterebbe volentieri in Piemonte, capisce che non è aria e decide di accettare l’unica proposta seria che giunge dall’Andalusia: il Siviglia offre un miliardo di lire al Toro e trecento milioni annui al centravanti.
I granata chiedono due miliardi.
Si chiude a metà tra richiesta ed offerta e Toni abbandona l’Italia.
I dirigenti del Torino festeggiano la conclusione dell’affare senza immaginare che il presunto rafforzamento della squadra non si dimostrerà tale, con una retrocessione che a stretto giro di posta spedirà gli uomini di Radice (esonerato, tra l’altro) in serie B.


Polster invece sbarca in un Siviglia che naviga nel centro classifica e con lui firma il celebre portiere russo Dasaev, prelevato dallo Spartak Mosca.
Nei tre anni in Spagna il buon Toni riprende il feeling con il gol, sebbene nella prima stagione non superi la stessa quota raggiunta in Italia: nove.
Poi esplode e ne mette a segno ben trentatré nella seconda.
Nel terzo anno le sue marcature sono tredici.
Il Siviglia continua ad ondeggiare in zone tranquille della graduatoria, centrando una qualificazione in Coppa Uefa nel 1990, ove è eliminata al secondo turno dai russi della Torpedo Mosca.

Siviglia

Intanto è tempo di Mondiali, che nel 1990 si svolgono in Italia.
L’Austria, dopo una lunga assenza dalle competizioni che contano, è riuscita a qualificarsi per la più importante kermesse internazionale.
Toni Polster è il leader e capitano della sua Nazionale, che abbandona il torneo al primo turno dopo aver perso con i padroni di casa e con la Cecoslovacchia (entrambe le gare per 1-0), prima di vincere un match ormai inutile contro gli Stati Uniti (2-1).

Dopo aver acquistato il cileno Zamorano, al termine del Mondiale il Siviglia mette le mani pure sul croato Suker: entrambi passeranno al Real Madrid, più avanti.
Ma con l’arrivo del secondo, nel 1991, gli spazi per Toni Polster sono ridotti al lumicino.
I tifosi del Siviglia, come accaduto a Torino, sono dispiaciutissimi.
L’austriaco è infatti un beniamino delle platee dove si esibisce: la sua generosità merita un plauso, a prescindere dai risultati sul campo, che sono comunque più che discreti.


Perché Polster è un centravanti vecchio stampo.
Uno stampellone non dotatissimo dal punto di vista tecnico e talvolta sgraziato nei movimenti.
Bravissimo, però, ad aprire spazi per la sua squadra ed andare a concludere, con un innato senso del gol.
Più veloce di quanto si potrebbe immaginare, guardandolo.
Sempre pronto nel proporsi per i suggerimenti dei suoi compagni, è abile nel far salire la squadra e nel proteggere la sfera, sgomitando grintosamente con i marcatori avversari.
Segna tanto ed è un classico terminale offensivo, capace pure di mettersi al servizio di un partner d’attacco, in caso di bisogno.
Ottimo rigorista, una sentenza di testa e con un bel tiro (sinistro potente, destro preciso) che non di rado gli consente di mettere a segno gol spettacolari.
Bravo in acrobazia, mostra qualche limite nella costanza di rendimento e nel non riuscire a cambiare in corsa quelle gare che non girano come vorrebbe.


Nel 1993 Toni si trasferisce al Logroñés: ancora Spagna, nel nord della penisola iberica.
Club che, come il Siviglia, circumnaviga zone “riparate” della Liga.
Il bomber non salta una gara e conta quattordici sigilli in stagione.
Si ripete dopo dodici mesi, con qualche gara in meno e con la maglia del neopromosso Rajo Vallecano, la terza squadra di Madrid che lo ha ingaggiato per agguantare senza troppi patemi la salvezza.

Obiettivo raggiunto e nuovo trasloco: stavolta si torna ai climi freddi, con Toni che fa le valigie in direzione Germania.
Difatti firma con il Colonia ed in riva al Reno realizza diciassette reti nell’anno che porta al Mondiale in USA, dove l’Austria non riesce a qualificarsi.
Gioca in Renania per altre quattro stagioni e continua a segnare con regolarità (17, 11, 21, 13).
La squadra non ottiene risultati di rilievo, poi crolla nel 1998 e retrocede mestamente in seconda divisione.

Toni Polster

L’Austria stavolta si qualifica per il Mondiale in Francia e Toni Polster viene ovviamente convocato per la manifestazione dal C.T. Prohaska, suo amico e mentore.
Insieme al forte centrocampista Herzog è la punta di diamante di una rosa che pareggia 1-1 con Cameroon (gol proprio di Polster) e Cile, poi perde per 2-1 con l’Italia di Vieri e Baggio e saluta la compagnia.

Il centravanti viennese non segue il Colonia nella serie cadetta.
Negli anni precedenti era stato vicino al ritorno in Italia, ma le varie possibilità non si erano mai concretizzate.
A trentaquattro anni si sposta di pochi chilometri e firma un biennale per una società prestigiosa ma che vive una fase difficile della propria storia sportiva: il Borussia Mönchengladbach.
Toni Polster fa il suo, segnando undici gol in una trentina di gare, ma incappando nella seconda retrocessione consecutiva.
Stavolta non cambia maglia e prova a dare una mano nella risalita, che per poco non riesce.
Tormentato da vari acciacchi emersi nelle ultime fasi della carriera, Polster decide però di tornare anzitempo in patria e a metà stagione si accorda con il Salisburgo, trascinandolo alla finale di Coppa d’Austria, persa ai rigori contro il Grazer AK.
A fine annata, trentaseienne, spende gli ultimi momenti di divertimento con il piccolo club del SV Weiden, alle porte di Colonia, ed infine appende gli scarpini al chiodo.


Quarantaquattro gol in novantacinque partite, molte da capitano, con la Nazionale Austriaca.
Sportivo dell’anno nel 1997, in un paese che rarissimamente concede questo onore ad un calciatore.
Oltre trecento gol in carriera, nonostante abbia avuto la sfortuna di giocare in un Toro non eccelso, in un Siviglia mediocre, in un Colonia decaduto, in un Mönchengladbach ben distante dalle sue epoche migliori e in un Salisburgo che soltanto pochi anni più tardi sarebbe diventato una corazzata, in patria.

Un calciatore che è a tutti gli effetti tra i migliori di sempre, in Austria.
Adorato da tutti i suoi tifosi e legato alle squadre nelle quali ha militato.

Il suo matrimonio con Lisi è naufragato fragorosamente qualche anno fa.
Oggi vive con la sua seconda consorte, Birgit.

Dopo aver chiuso col calcio giocato si è cimentato nel marketing, poi ha completato il percorso di studi per allenare e si è seduto su alcune panchine dilettantistiche, ottenendo risultati di rilievo che gli hanno consentito di guidare l’Admira Wacker in prima divisione.
Non è andata bene, ma gli interessi di Toni sono talmente molteplici da non lasciargli tregua: pubblicità, scouting, televisione e, soprattutto, musica.
Oltre all’esperienza con gli Achtung Liebe, del quale abbiamo detto in precedenza, continua a divertirsi a cantare.
Partecipa ad eventi di beneficenza scendendo ogni tanto sul prato verde, gioca a tennis e commenta il calcio in TV.

Polster

Ai tempi mi piaceva parecchio, Toni Polster.
Non propriamente il mio centravanti ideale, a dirla tutta.
Ma quella sua andatura dinoccolata, quel fisico non sinuoso ma flessibile, quel senso del gol che sublimava con entrambi i piedi e con la testa, quella progressione bislacca quanto efficace e quel perenne sorriso stampato sulla faccia sfiorata dal capello riccio e ribelle me lo rendevano simpatico.
E poi una tripletta sganciata in testa a Vierchowod.
Oh, dico: Vierchowod.

Sì, credo che il Toro avrebbe fatto bene a tenerselo evitando così di andare incontro ad una cocente retrocessione.
Non era un fenomeno, l’austriaco: però avrebbe meritato la riconferma.

I dirigenti del Torino sono stati scorretti con me.
Avevo un contratto in essere e mi avevano garantito la conferma, poi hanno deciso di puntare su altri giocatori e mi hanno venduto al Siviglia.
Mi dispiacque per i tifosi e per l’Italia, dove stavo benissimo.
Ma sono stato bene ovunque, in verità, pure al Siviglia ed al Colonia.
Anche lì i tifosi mi adoravano e mi adorano ancora oggi.
Tutto questo è bellissimo, davvero!

Nella migliore TOP 11 della storia del calcio austriaco e nel cuore di tanta gente.
Niente male.

Toni Polster: Doppelpack.

V74

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *