• Lottatore

I Campionati Mondiali del 1986 sono stati uno spartiacque emozionale, per il sottoscritto.
Si è capito, mi sa.
Prima amavo istintivamente.
Dopo con anima, corpo, cervello e tutto il resto.

Ricordi meravigliosi ed intensi, di un Calcio che tanti appassionati rammentano con vivida passione.

In Messico molti furono colpiti dal Belgio di Guy Thys, capace di arrivare sino alle semifinali del torneo e fermato ad un passo dalla gloria soltanto dall’irrefrenabile talento di Maradona.
Tra i Diavoli Rossi mi entusiasmarono parecchi elementi, alcuni dei quali di chiara fama.
Altri un pizzico meno, come nel caso del difensore Renquin.

Bastogne, Belgio.
Siamo in una importante località delle Ardenne, una zona ricca di foreste, vallate, fiumi, colline.
Ci troviamo nella regione della Vallonia, per la precisione.
Nota per essere la tappa intermedia della celebre Liegi-Bastogne-Liegi, una delle classiche corse nordeuropee di ciclismo, la cittadina in questione si staglia nella provincia belga del Lussemburgo, omonima del vicino Grand-Duché , il Granducato.
Arlon, capoluogo, l’ho visitata tempo fa.
Poco turistica eppur interessante, a suo modo.
Ho girato parecchio, inclusi i 3/4 del Belgio: Bastogne mi manca, però.

Qui, nel novembre del 1955, nasce Michel Renquin.
Segno zodiacale: Scorpione.
Istintivi, passionali, testardi: queste le caratteristiche che vengono riconosciute ai nati in questa data.
E a ben pensarci, guardando alla carriera del giocatore, non siamo troppo distanti dalla realtà.

Michel sin da piccolino mostra un’inclinazione per lo sport: atletica, pallavolo e -soprattutto- calcio lo attraggono moltissimo e lo divertono.
A dodici anni entra nel settore giovanile del JFC Wibrin, villaggio a breve distanza da casa, in una frazione della cittadina di Houffalize.
Il piccolo club locale è attenzionato dagli osservatori dello Standard Liegi, élite del calcio belga.
Michel si fa valere nei vari tornei dove si ritrova a giocare e lo Standard decide di acquisirne i servigi.
Appena maggiorenne entra nel giro della prima squadra e poco dopo esordisce nella Coppa d’Estate, detta anche Coppa Piano Karl Rappan, Coppa Internazionale e, più di recente, Coppa Intertoto.
E la vince, avendo la sua squadra conseguito il primo posto nel proprio di girone d’appartenenza.
Trionfa pure in Coppa di Lega e l’inizio di carriera sembra essere davvero promettente per il giocatore.
Purtroppo le cose non andranno sempre così bene, per lui e per la sua squadra.

Allo Standard si ferma per sette stagioni: in bacheca vanno altre due Coppe d’Estate, oltre alla Coppa del Belgio vinta nel 1981 sotto la guida del mito austriaco della panca Happel e con compagni quali Preud’Homme, Gerets, Sigurvinsson, Edstrom ed altri.
Un bottino abbastanza modesto, con Renquin che lascerà lo Standard Liegi proprio agli arbori di un ciclo vincente dei “Rouches”, al comando del nuovo allenatore Raymond Goethals.
Michel passa ai campioni in carica dell’Anderlecht, che hanno deciso di investire su di lui per rafforzare il proprio settore difensivo.

Renquin è infatti considerato ormai nel ruolo tra i migliori elementi belgi della sua generazione.
Ha esordito in Nazionale già da un quinquennio ed ha disputato un ottimo Europeo nel 1980, in Italia, contribuendo al sorprendente secondo posto dei Diavoli Rossi, sconfitti soltanto in finale dalla Germania Ovest.
Si tratta di un difensore ancora giovane, ma con la giusta esperienza e dotato di un forte temperamento.
Ha stile, discreta tecnica, ottimo tempismo.
Pur non essendo un corazziere dispone di forza fisica e buona elevazione, esprime una discreta velocità di base, è accorto in marcatura ed affonda il tackle con sicurezza e precisione.
Gioca per la maggior parte delle volte come terzino sinistro -più attento a coprire che ad offendere- da mancino puro, ma gli allenatori tendono di sovente ad utilizzarlo come marcatore, da centrale in una difesa a quattro e/o da esterno sinistro degli stopper, in caso di difesa a tre o ancora, come ai tempi, di difesa a cinque quando non addirittura a sei, con il libero alle spalle.
Michel esegue scrupolosamente gli ordini tattici e fa gruppo con simpatia e devozione alla causa.
Un ragazzo veramente a posto, che purtroppo pur inserendosi spesso in avanti finisce per segnare pochissimo e che talvolta eccede in generosità e fervore agonistico, rischiando di andare fuori giri.
Presunti limiti che comunque gli sono ampiamente perdonati in virtù delle doti di cui sopra.

Per quel che concerne gli eccessi di furia, qualche malalingua sostiene che ad accelerare la cessione ai rivali sia stato un rumoroso episodio che vide Renquin perdere completamente la testa.
Accade infatti che pochi mesi prima di salutare la sua amata squadra, Michel sia in campo a Colonia, nel ritorno dei quarti di finale di Coppa Uefa.
Dopo lo 0-0 dell’andata, i renani riescono a portarsi in vantaggio per 3-2 a pochi minuti dal termine, grazie ad una rete del furetto locale Littbarski.
Durante il match l’arbitro irlandese Carpenter ne ha combinate più di Carlo in Francia, favorendo i tedeschi con un rigore letteralmente inventato ed esasperando gli animi tra le fila degli avversari con altre decisioni perlomeno discutibili.
A pochi istanti dalla fine Renquin commette un fallo sulla fascia e viene ammonito per la seconda volta, quindi espulso.
I sessantamila teutonici sugli spalti vedono vicina la qualificazione ed esultano e lui, mentre esce dal terreno di gioco, si gira, si ferma e li omaggia del saluto nazista.
Polemiche pesanti e giornate di squalifica a profusione per il giocatore che, da capitano, ammette l’errore ma spiega di essersi innervosito per l’atteggiamento del direttore di gara, al limite del provocatorio, circostanza questa che gli avrebbe fatto affrontare gli ultimi momenti della partita col sangue agli occhi per il senso di impotenza dinanzi all’ingiustizia, per lui palese, che si stava commettendo.
Tra l’altro il padre era stato a lungo prigioniero nei campi nazisti, da giovane.
Non una vera e propria attenuante, certo, ma una motivazione che ha un suo senso in chi certe situazioni le ha vissute da vicino, sebbene non da protagonista principale, per sua fortuna.
Tra l’altro il padre, che sin da piccolo lo aveva supportato nella scelta di giocare a calcio, era venuto a mancare poco tempo prima e Michel ne aveva onorato la figura scendendo in campo -poche ore dopo la triste notizia- contro il Napoli, sempre in Coppa Uefa.

A riguardo, molto più tardi, sarà lo stesso Renquin a rivelare un aneddoto che stravolge letteralmente la storia di cui sopra: secondo la sua versione la serata di Colonia avrebbe stoppato la sua già prevista cessione a giugno al Bayern Monaco, che ne aveva richiesto i servigi già da alcuni mesi, apprezzandone il temperamento e la versatilità.
L’affare prevedeva la contemporanea acquisizione del cartellino di Sigurvinsson, centrocampista islandese dello Standard Liegi e grande amico di Renquin.
Il vichingo in effetti si trasferirà a Monaco, mentre per Renquin non ci saranno altre occasioni di sbarcare in Bundesliga, per motivazioni non complesse da intuire: un peccato, tenendo conto che per caratteristiche “reciproche” sarebbe stato, probabilmente, il campionato ideale per lui.

Tralasciando l’ipotetico e tornando all’attualità con la macchina del tempo, nella capitale le cose non vanno come sperato per il neo bianco-malva: l’Anderlecht perde lo scudetto in volata proprio contro lo Standard Liegi.
Anni dopo uno scandalo riguardante il finale di questa stagione travolgerà il calcio belga, con conseguenze gravi ma senza alterare il verdetto del campo.
In Coppa dei Campioni i belgi fanno fuori Juventus e Stella Rossa, poi è l’Aston Villa ad eliminarli in semifinale, andando a vincere il trofeo.
Renquin non disputa una grande annata, tutt’altro.
Tifa Standard Liegi da bambino, ha scelto di trasferirsi lì da giovanissimo -nonostante le proposte dello stesso Anderlecht e del Beveren- e ne è diventato leader e capitano.
Il passaggio di società non è stato indolore, per lui come per i tifosi di entrambe le squadre.
Prova a rifarsi ai Mondiali Spagnoli del 1982, dove parte da riserva, nell’ottimo girone iniziale dei suoi.
Nella fase successiva è titolare, ma il Belgio crolla ed esce mestamente dalla competizione.

Michel torna in patria con grande spirito di rivalsa, ma annusa l’aria e capisce che l’Anderlecht vuole disfarsene.
La precedente stagione, tra infortuni e prestazioni non eccelse, ha lasciato il segno.
Il calciatore vorrebbe tornare a casa, cioè allo Standard Liegi, ma per il momento non c’è trippa per gatti: negli anni 80 le rose sono numericamente esigue e gli spazi, di conseguenza, ridotti.
A togliere le castagne del fuoco a tutti è il Servette, ambiziosa compagine svizzera che cerca calciatori validi e di esperienza ed offre una discreta somma per il cartellino del difensore.
Triennale da una quarantina di milioni (in lire) al mese, ottimo trattamento fiscale e parecchi benefit disposizione, per Renquin.
I dirigenti dell’Anderlecht chiedono al giocatore se gli possa interessare il trasferimento in centro Europa, ma quest’ultimo non può rispondere perché è già in viaggio verso Ginevra.
Dove prende la residenza per un bel po’, mettendo in fila un secondo posto ed uno spareggio per lo Scudetto perso ai supplementari, in entrambi i casi a favore del Grasshopper di Zurigo.
Al terzo tentativo il Servette vince il campionato, con Renquin che in territorio elvetico conquista pure una Coppa Nazionale, nel 1984, dopo aver perso quella precedente in finale.

In estate arrivano diverse proposte interessanti, per il calciatore di Bastogne.
Francia e Spagna bussano, ma lui vorrebbe riavvicinarsi alla patria natia per guadagnarsi la convocazione ai Mondiali Messicani del 1986.
Avendo saltato per un leggero infortunio gli Europei del 1984, dove gli è stato preferito in extremis il forte Grun, ora Michel non vuole rischiare di perdersi quello che potrebbe rappresentare per lui l’ultimo treno per la gloria intercontinentale.
Lo Standard Liegi, reduce da una stagione deludente, ci pensa.
Renquin è entusiasta dell’idea e convince il Servette a non opporre resistenza.
Torna così a casa, gioca bene e si conquista la convocazione al Mondiale del 1986 dove il Belgio -come detto- fa una gran bella figura, a livello di gioco e di risultati.

In Messico il nostro gioca praticamente da libero in un team compatto e fisicamente in forma, con una solidità difensiva garantita da un centrocampo foltissimo e con i ripiegamenti delle punte che finiscono per assicurare una copertura quasi totale al reparto arretrato.
Organizzati e convinti, i Diavoli Rossi finiscono quarti ed entrano nella memoria collettiva di tutti i tifosi del tempo.

L’intelligenza tattica e la duttilità di Renquin non passano inosservate e sull’onda dell’ottimo risultato d’insieme della kermesse sudamericana arrivano diverse offerte sul tavolo dello Standard.
Che le rimanda al mittente, anche se gli anni successivi saranno avari di soddisfazioni per i valloni della “cité ardente”.

Nel 1988, a 33 anni d’età, per Michel le porte del calcio che contano iniziano a chiudersi.
Lo cercano alcune squadre belghe, non di prima fascia.
E poi il Sion, in Svizzera.
Un biennale che Renquin accetta volentieri, andando a rimpinguare il conto in banca e divertendosi in un torneo privo di eccessive pressioni, dove chiude la carriera con un paio di dignitosi piazzamenti.

Oltre cinquanta presenze in Nazionale, una vita sportiva trascorsa tra il suo Belgio e la Svizzera, un percorso tutto sommato di alto livello.

Michel Renquin, che dopo l’Europeo del 1980 ha ricevuto insieme a tutta la squadra il Premio al Merito Sportivo Nazionale, decide di sfruttare il canale preferenziale con la federazione e studiare per diventare allenatore.
Per un trentennio esercita la professione, senza ottenere risultati eclatanti.
Servette, Nizza e poi anche Standard Liegi, per quanto da assistente, i picchi degni di nota.
Qualche giro esotico, in Algeria e Lussemburgo.
Per il resto tante avventure nelle serie minori ed in piccole compagini nei dintorni di casa.
Un Mister da battaglia: tanto ardore e molta tenacia, come da DNA.

Tenta pure una sortita in politica, dove non mancano di rinfacciargli l’episodio di Colonia, datosi che si candida con un partito populista di estrema destra.
Lui replica che odia ogni forma di razzismo e spiega nuovamente cosa portò a quella reazione.
Prova a illustrare la sua idea di gestione organizzativa del paese, ispirandosi all’esperienza svizzera ed alla regolarizzazione dell’immigrazione mediante regole chiare e sicure.
Viscerale e sincero, finisce per essere strumentalizzato alla velocità della luce ed estromesso dai giri che contano ancor prima di iniziare.
No, la politica non fa per lui.

Torna sul campo, ricopre mansioni manageriali e si dedica alla supervisione di alcuni settori giovanili.

Ha da poco festeggiato le sessantacinque primavere: è tempo che il guerriero si riposi un po’.
Ama ricordare quel Calcio che lo vide protagonista dove “c’era un massaggiatore per quindici giocatori, mentre oggi vi sono quindici massaggiatori per ogni giocatore”.
Ha adorato Pelé, Cruyff e Maradona, tra gli avversari.
Quest’ultimo, dopo aver dato spettacolo nella semifinale del 1986, andò a cercare Michel -sostituito in seguito al vantaggio degli argentini- e gli regalò la sua maglia attenuando, seppur in minima parte, il rimpianto per quella che sarebbe potuta essere una epopea indimenticabile per i Diavoli Rossi.
I due si rincontreranno dopo qualche mese in un match show Americhe-Resto del Mondo, che si disputò a Los Angeles.
Antagonisti, naturalmente.
E con Maradona in gol, quasi superfluo sottolinearlo.
Il nostro Gentile è invece il suo preferito tra i colleghi di reparto: duro, risoluto, concentrato e privo di cattiveria gratuita.
Come Renquin?
“Sono cattolico e mi ritengo una persona leale, con dei valori profondi.
Ma in campo non porgevo l’altra guancia, mai.
E sinceramente non lo farei nemmeno oggi”.

Michel Renquin: un lottatore.

V74

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